Alessio Zarytsky| Santi Sacerdoti
lessio
nacque dal diacono Wassily Zarytsky e da sua moglie Maria, nel 1912, a Leopoli,
nell'Ucraina occidentale. Ventitre anni dopo, nel 1936, nella cattedrale di San
Giorgio, della stessa città, egli venne ordinato sacerdote nel rito greco
cattolico. Tutti i villaggi dove il giovane sacerdote operò per undici anni
prima del suo arresto cambiarono totalmente. Giovani e anziani lo amavano e
stimavano come un vero padre per il suo comportamento umile e mite. Grazie al
suo zelo pastorale, tutti i fedeli delle sue parrocchie si confessavano ogni
mese e, se possibile, ricevevano la S. Comunione tutti i giorni.
Ciò
che sappiamo sulla vita del beato P. Alessio, lo abbiamo udito dai fedeli presso
i quali operò instancabilmente, nonostante le più dure minacce da parte del
governo. Lasciamo parlare due testimoni che, anche se in modi differenti, hanno
conosciuto questo santo martire e lo venerano molto. In queste due interviste
abbiamo lasciato l'originale e autentico vivo racconto. La sua beatificazione ha
avuto luogo il 27 giugno 2001 a Leopoli in occasione della visita di Papa
Giovanni Paolo II in Ucraina.
La
testimonianza di Sr. Anastasia Blum
Sr.
Anastasia Blum era sarta, nata in Kazakistan nel 1939, durante la persecuzione,
da una famiglia di tedeschi del Volga. Nel 1979 emigrò con i suoi in Germania,
dove divenne restauratrice, trovando poi finalmente il suo posto nella comunità
delle Suore della S. Croce. Quando le abbiamo fatto visita nel 2006, nel
monastero di Schondorf in Baviera, dove vive da venti anni, ci ha raccontato
avvenimenti commoventi e belli del suo periodo in Kazakistan, ma soprattutto di
P. Alessio.
La
deportazione dei tedeschi del Volga
Trecento anni fa molti
tedeschi della Svevia, tra i quali i miei antenati, per desiderio della Zarina
Caterina II, si trasferirono nelle regioni del Volga per coltivare gli immensi e
fertili terreni. I miei nonni erano tedeschi del Volga. Essi vivevano come
contadini presso Saratow e avevano otto figli. Anna, mia madre, aveva allora
quattordici anni ed era la più grande. Nel 1931 arrivò l'ordine: "I tedeschi
devono andar via!".
Nel giro di ventiquattro
ore tutti, senza bagagli, furono stipati in carri bestiame e portati verso est
in Kazakistan. Il viaggio durò settimane, molti morirono. Attraverso una
apertura del tetto, con un secchio, veniva calato del pane nei vagoni, allo
stesso modo venivano tirati su gli escrementi. Quando finalmente il treno si
fermò, era autunno e faceva molto freddo. All'improvviso si udì il comando:
"Scendere!"
Sotto la pioggia e la
neve, senza alcun rifugio, famiglie con anche dieci e più figli furono lasciate
nella steppa! Tutti cominciarono a piangere piccoli e grandi. Poi accadde una
cosa inaspettata: il più vecchio, un uomo molto stimato e profondamente
religioso, raccolse i disperati e gridò ad alta voce: "Figli, vi dico una cosa:
per tanti anni abbiamo accettato da Dio tutto il bene che ci ha donato, ora con
un ringraziamento accettiamo anche il male. Affinché Dio ascolti il nostro
grazie sincero, canteremo il Te Deum". Così tutti lodarono e glorificarono Dio
nella steppa.
Gli uomini con ancora un
po' di forze cominciarono a costruire abitazioni con mattoni crudi, dove i loro
familiari giacevano sulla paglia, senza pareti divisorie, uno accanto all'altro
come bestie. Presto molti morirono di tifo. Mia madre, quattordicenne, insieme
ai fratelli, pregò a lungo inginocchiata accanto ai genitori, malati di tifo e
ciechi, chiedendo la loro guarigione. Ripeteva a se stessa: "Dio è
onnipotente!". Veramente i miei nonni e tutta la famiglia sopravvissero a questo
primo periodo inumano in Kazakistan, e sembrò un miracolo.
Tempo dopo, mia madre
conobbe mio padre di fede protestante. Quando si sposarono, lei aveva diciannove
anni e lui ventuno. La nonna diede loro la benedizione, perché non si trovava un
sacerdote né vicino né lontano. Soltanto nel 1956, venne da noi il primo prete
in segreto, nella notte. Egli sposò i miei genitori, battezzò noi figli e ci
diede la Prima Comunione; allora avevo già diciassette anni.
Nel 1961 avevo ventuno
anni e incontrai per la prima volta P. Alessio, un sacerdote viandante, senza
fissa dimora. Era il primo giovane prete che vedevo e mi impressionò per la sua
espressione radiosa, la sua indole gaia e il suo sorriso sereno. Tutto questo
era nuovo per me, perché i sacerdoti che avevo conosciuto fino ad allora erano
segnati dalla persecuzione e dalle sofferenze.
P. Alessio confessava fino
a tarda notte e a volte dopo la S. Messa mia madre lo invitava a casa e noi ci
confessavamo tutti nell'unica stanza che costituiva la nostra abitazione. Il
padre celebrava la S. Messa tutto assorto in Dio, spesso alle quattro di
mattina. La sua visita alla nostra famiglia rappresentava per noi sempre una
notte speciale. Avevamo l'impressione che egli tornasse e si sentisse a casa
sua, senza chiedere mai niente di particolare. Abbiamo voluto molto bene a P.
Alessio, perché raccontava sempre qualche cosa di lieto e costruttivo; allo
stesso tempo però riusciva a dire verità e fatti seri in un modo che li rendeva
più accettabili. Non parlava mai di sé, dei terribili anni passati in prigione e
delle torture. Non si sarebbe detto che avesse subito tante sofferenze fisiche e
spirituali, e che patisse allora forti dolori allo stomaco. Era sempre spiato e
perseguitato. Donava tutto ciò al Signore ed incoraggiava anche noi ad offrire
ed unire la nostra povertà e le nostre prove alle sofferenze di Gesù. Nei suoi
segreti spostamenti a piedi, portava sempre con sé il Santissimo per poter dare
la S. Eucaristia ai malati o agli agonizzanti dopo averli confessati. Una volta
feci un sogno: vidi P. Alessio dormire su un letto a casa nostra; all'altezza
del suo viso stava crescendo da terra un bellissimo mazzo di lilium bianchi.
Quando egli venne nuovamente a farci visita, gli raccontai il mio sogno. Dopo
una breve pausa, disse: "Sì, vogliamo fiorire davanti al Signore come il lilium
bianco".
P. Alessio era in tutto un
vero figlio di Maria e con gioia predicava: "La vita purissima della Madre di
Dio". Sì, egli amava molto Maria, lo si avvertiva subito. Impressa nella mia
memoria è l'ultima sua visita, durante la quale con un aspetto serio ci disse:
"Oggi è l'ultima volta che sono con voi, poi mi porteranno di nuovo in
prigione". Dopo la S. Messa ricevemmo la sua benedizione e le sue parole d'addio
furono come un testamento per la nostra famiglia: "Regolate la vostra vita in
modo tale che in futuro potremo ritrovarci tutti nel Cuore di Gesù per poi poter
lodare, glorificare e ringraziare Dio per tutta l'eternità". Questo accadde nel
1962, poco prima del suo ultimo arresto.
P. Alessio fu tradito e
rinchiuso nel campo di Dolinka vicino Karaganda. Tra i cattolici lo si seppe
presto e spesso alcune pie donne si avvicinavano alla prigione nel tentativo di
individuare il sacerdote attraverso il filo spinato. Una volta riuscirono a
vederlo. Le guardie avevano scavato una buca profonda rivestita di pietre e dopo
aver colpito duramente il padre, lo avevano spinto nella fossa per poi con delle
corde tirarlo di nuovo fuori grondante di sangue. Le donne piangevano dietro il
filo spinato come quelle di Gerusalemme all'ottava stazione della Via Crucis.
Quando P. Alessio notò la loro presenza, nonostante le sofferenze, con un
sorriso esclamò: "Non piangete!".
Qualcuno una volta riuscì
a far uscire di nascosto una letterina con una nota del martire: "La Madonna mi
ha fatto visita e mi ha detto: ‘Caro figlio, ancora un po' di sofferenza! Verrò
presto per portarti con me'." Dopo la morte del nostro caro P. Alessio abbiamo
sentito di un fatto molto particolare: il becchino incaricato del trasporto del
corpo era cristiano e qualche volta aveva anche partecipato alla S. Messa
celebrata dal sacerdote martire. Mentre stava trasportando la salma su un carro
trainato da un cavallo all'interno della prigione, appartatosi in un angolo,
cominciò a rammaricarsi: "P. Alessio, non hai mai badato a te stesso. Malato o
sano, con qualsiasi tempo, ti sei recato dai malati in soccorso dei quali eri
stato chiamato. Mai hai fatto partire qualcuno da solo per l'ultimo viaggio. Ti
sei sempre affrettato a portare il Signore ai morenti ed ora sono io solo ad
accompagnarti nel tuo ultimo viaggio. Non c'è nessun altro".
Improvvisamente sentì dei
canti bellissimi e voltandosi vide una giovane donna, vestita di bianco, seguire
il carro funebre e cantare inni per le esequie. Pensò: "Come fa questa donna a
trovarsi nel campo di prigionia che è circondato da un filo spinato alto due
metri?". Impulsivamente avrebbe voluto subito chiederle qualcosa, poi pensò di
seppellire prima il padre senza disturbare la donna nel canto. Mentre spalava la
terra, ella era sempre lì e cantava. Quando alla fine si girò, la donna non
c'era più ed allora comprese: Maria, la Madre, non aveva abbandonato suo figlio;
come promesso, Ella era venuta da P. Alessio.
Nel
settembre 2001, tre mesi dopo la beatificazione di P. Zarytsky,
Giovanni Paolo II
si trovava in Kazakistan in viaggio pastorale. Nel suo Discorso ad Astana disse:
"La Chiesa Cattolica qui è soltanto una piccola pianta, ma piena di
speranza... I lunghi anni della dittatura comunista, durante i quali molti
fedeli sono stati deportati nei gulag qui eretti, hanno provocato sofferenze e
pianti. Quanti sacerdoti, religiosi e laici hanno pagato la loro fedeltà a
Cristo con inaudute sofferenze e anche con il sacrificio della loro vita!
Il Signore ha esaudito la preghiera di questi martiri, il cui sangue ha
permeato le zolle di questo paese. Il sangue dei cristiani è stato il nuovo
seme, dal quale sono nate le vostre comunità cristiane che ora guardano con
fiducia al futuro".
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