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Quintino Sicuro | Chiesa | Santità

"Non vivere da santo è vivere da folle"

Sarà presto elevato all’onore degli altari il prete eremita don Quintino Sicuro, umile e silenzioso apostolo di Maria che nella frenetica Babele del mondo di oggi seppe coniugare solitudine e fraternità.


l 1° novembre 1985 il Vescovo di Cesena e Sarsina, Mons. Luigi Amaducci, introduceva in sede diocesana la Causa di Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio Quintino Sicuro, sacerdote ed eremita. Il processo si avviava a conclusione il 28 agosto 1991; due anni dopo, nel 1993, gli Atti processuali venivano trasferiti a Roma, presso la Congregazione per le Cause dei Santi.
Oramai manca pochissimo per la sua Beatificazione. Don Quintino Sicuro, se elevato alla gloria degli altari, sarà il primo santo che la Guardia di Finanza potrà venerare come suo "proprio" Patrono. Sì, perché questa singolare figura di sacerdote eremita, morto il 26 dicembre 1968, esattamente trentacinque anni fa, altro non era che un Vicebrigadiere della Guardia di Finanza che un giorno abbandonò la giubba grigia del finanziere per vestire i poveri panni del prete eremita.
Non è una storia tanto comune, la sua; e forse qualcuno dei nostri lettori si chiederà: com’è possibile che uno sia al tempo stesso sacerdote ed eremita? Sembra una contraddizione evidente, tanto antitetici appaiono ai nostri occhi le due differenti scelte di vita. Ma nulla, per la verità, nella vicenda di Don Quintino Sicuro si presenta con le caratteristiche dell’ovvietà, della scontatezza. È una vita straordinaria, la sua, immersa in un silenzio essenziale che ancora oggi ci parla e che grida al mondo intero il primato assoluto di Dio.
La sua storia comincia da un paese del Salento, Melissano, in provincia di Lecce, dove era nato, il 29 maggio 1920, quinto di cinque figli, da una famiglia di modesti agricoltori. All’età di 12 anni Quintino aveva espresso il desiderio di farsi frate, ma non era riuscito a superare l’esame di ammissione; così aveva deciso di frequentare l’Istituto Tecnico Industriale di Gallipoli. Nel ’39 s’era quindi arruolato nella Guardia di Finanza. Allo scoppio della II Guerra Mondiale il giovane salentino partecipò alle operazioni belliche sul fronte greco-albanese, salvandosi miracolosamente dall’eccidio di Cefalonia; in seguito prese parte alla guerra di liberazione nazionale come partigiano. Venne catturato dai nazifascisti, ma riuscì a evadere in maniera rocambolesca dal carcere e, travestito da prete, raggiunse in bicicletta l’Italia del Sud già liberata.
Dopo la guerra, Quintino aveva ripreso regolarmente servizio nella Guardia di Finanza. Era un ragazzo coraggioso e volitivo, dal carattere esuberante e incline alle passioni, non molto dissimile da tanti giovani d’oggi. Gli piaceva vestire bene ed essere sempre alla moda, lasciandosi anche prendere da alcune avventure sentimentali, finché non conobbe Silvia, una giovane maestra, con cui si fidanzò e cominciò a fare progetti di matrimonio.
Ma c’era come un’inquietudine in fondo al suo cuore che non lo lasciava mai, un tarlo interiore che non gli dava pace. Poco alla volta egli comprese che la sua strada era un’altra e, all’età di ventisette anni, lasciò la Guardia di Finanza per entrare nel Convento dei Frati Minori di Ascoli Piceno. "Povero – egli disse – non è chi non ha nulla, ma chi desidera molto. Ricco non è chi possiede molto, ma chi non ha bisogno di nulla".
Al Convento di Ascoli rimase solo due anni. Nell’autunno del ’49 giunse all’eremo di San Francesco presso Montegallo (AP). Si sentiva infatti chiamato a essere solo con Dio, nella più completa solitudine, che soltanto la vita eremitica poteva dare. "Non importa se il mondo mi dice pazzo. Basta che piaccia all’Amore!", scriveva ai suoi familiari, costernati per la sua scelta così radicale e, all’apparenza, così "folle". A Montegallo Quintino rimase quattro anni, quindi successivamente si spostò verso il monte Fumaiolo, sull’Appennino romagnolo, dove prese in custodia l’eremo di Sant’Alberico.
Era la sua destinazione definitiva e il giovane anacoreta si legò assai intimamente a questo luogo, che ricostruì e consacrò con il suo esempio, il suo apostolato silenzioso, le dure penitenze, la straordinaria carità. "È impossibile dire le grandi gioie che si gustano al servizio dell’Amore", scriveva. Adesso era veramente felice.
A Sant’Alberico era arrivato nel 1954, quando l’eremo era soltanto un rudere abbandonato, costruito sul greto di un fosso, buio e umido, le stanze tutte invase dai topi. In pochi anni Quintino lo rimette in piedi, pietra su pietra, lavorando con le proprie mani e cantando a squarciagola, con la sua voce forte e stonata, splendidi canti alla Madonna. Così trasforma un luogo tanto remoto e desolato, dove non arrivava quasi un raggio di sole, in una oasi di pace e di serenità spirituale dove tutti avrebbero potuto ritemprare il proprio spirito e cercare, trovandolo, l’incontro con Dio.
"Tutta la vita moderna – egli infatti diceva – è un anelito verso Dio, anche se inconscio o non confessato o rinnegato. Il desiderio dell’uomo di oggi di conoscere il futuro, l’ansia di andare sempre più veloce, più lontano e più in alto, l’affanno di scoprire cose nuove, l’ossessione di rendere la vita sempre più comoda e l’aumentata insoddisfazione di tutto, per me sono la manifestazione dell’anelito, del bisogno che l’uomo ha di Dio; gli sforzi che fa, sono per raggiungerlo".
"Mi darò tutto al mio Signore, dissi; ma tu, Madre Celeste, non mi abbandonare. Mi sforzerò di salire, se tu mi darai una mano". Era una specie di patto, un’intesa segreta, fra lui e Maria.
Cristo era il suo ideale, la Madonna la sua guida. Devotissimo alla Santa Vergine, amava pregare il Rosario ogni giorno ed aveva un rapporto molto confidenziale e profondo con Maria.
A lei, che amava teneramente come un figlio, Quintino avrebbe attribuito anche la grazia del suo sacerdozio. Ci pensava infatti già da molto tempo, ma oramai era molto avanti negli anni, e in più, non avendo fatto studi letterari, la sua cultura era piuttosto scarsa.
Si impegnò allora negli studi fino allo spasimo e il 30 novembre 1959 poté essere ordinato sacerdote. Per l’occasione volle recarsi a Lourdes per ringraziare la Madonna, facendo tutto il percorso a piedi: impiegò quasi due mesi per arrivarci.
Con il sacerdozio si realizzava la sua originale, duplice vocazione: di prete ed eremita. E poiché il bisogno di cercare Dio, di interrogarsi su di Lui, appartiene al DNA degli uomini di ogni tempo e di ogni latitudine, in tanti, soprattutto giovani e persone in ricerca, cominciarono a salire fino al suo eremo per parlare con lui, per confessarsi e avere dei consigli. Don Quintino diventa un punto di riferimento per molti, attratti dalla sua presenza e dal mistero che promana la sua esistenza tutta raccolta in Dio.
Ma può il Signore colmare una vita fino al punto di lasciare ogni cosa per legarsi a lui soltanto? È possibile vivere soltanto di Dio come le piante vivono di luce? La presenza del sacerdote eremita interroga le coscienze, parla ai cuori, anche i più induriti. La sua vita equivale a una professione di fede: Dio è tutto, Dio solo basta.
In quella freddissima gola del Monte Fumaiolo, a oltre mille metri di altezza dell’Appennino romagnolo, c’era un uomo che, dalla mattina alla sera, nel silenzio del suo eremo, rendeva continuamente grazie a Dio. Un uomo che non dormiva su un materasso, ma sopra una dura tavola, avendo una pietra come cuscino, che viveva della carità degli altri e, spesso, masticava fili d’erba per placare i morsi della fame. Un uomo che nel suo eremo accoglieva tutti, peccatori e sbandati, e per ciascuno aveva una parola buona, che non sapeva disquisire di filosofia o teologia, né conosceva Kierkegaard, o Maritain, o Chardin, però viveva il Vangelo. Consigliava: "Mettiti davanti a Dio come un povero: senza idee, ma con fede viva. Rimani immobile in un atto d’amore dinanzi al Padre. Non cercare di raggiungere Dio con l’intelligenza: non ci riuscirai mai; raggiungilo nell’amore: ciò è possibile".
La mattina del 26 dicembre 1968 don Quintino doveva celebrare una Messa al Monte Fumaiolo e benedire l’impianto della sciovia, che si inaugurava proprio quel giorno. Una macchina andò a prenderlo alle scalette di Sant’Alberico, senonché la strada era tutta ghiacciata poiché durante la notte era nevicato. La vettura arrancava a fatica, e più di una volta i passeggeri furono costretti a scendere e a spingerla sulla strada lastricata di ghiaccio. Quando finalmente arrivarono a destinazione, don Quintino ebbe appena il tempo di caricarsi lo zaino sulle spalle che si accasciò improvvisamente a terra, stroncato da un infarto.
"Non c’è in questa vita e nell’altra qualcosa che valga di più dell’amore", aveva detto. Nessuna disquisizione, nessuna sottigliezza teologica. Chi ha l’amore, ha Dio e chi ha Dio, ha tutto. Tutta la "teologia" del prete eremita si riduceva ad una sola parola: amare. Don Quintino semplicemente era entrato nel mistero di Dio. E l’aveva fatto abbracciando una vita di assoluto silenzio, come una preghiera perfetta. "Dio – soleva dire - è il grande amico del silenzio. Nel silenzio Egli ci dice eternamente la Parola sostanziale che è il Verbo".
Ora il corpo mortale del prete eremita riposa in un sarcofago di arenaria, che lui stesso aveva scavato dentro la roccia, appena fuori dall’eremo in cui visse, sul Monte Fumaiolo. Ma il suo spirito è vivo, la sua testimonianza attrae ancora con la forza profetica di una vita, come la sua, interamente donata al Signore. "Il mio massimo ed unico desiderio – egli diceva ancora – è che tutti gli uomini conoscano Dio e gli diano gloria, salvando la loro anima, così da raggiungere il fine per cui essi sono stati creati".





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