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PADRE RAGHEED, MARTIRE CALDEO

 

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hanno ucciso la domenica dopo Pentecoste dopo che aveva celebrato messa nella chiesa della sua parrocchia dedicata allo Spirito Santo, a Mosul.
Hanno ucciso padre Ragheed Ganni, sacerdote cattolico caldeo, assieme ai tre suddiaconi che erano con lui, Basman Yousef Daud, Wahid Hanna Isho, Gassan Isam Bidawed. Gli assalitori hanno allontanato la moglie di quest'ultimo e hanno abbattuto i quattro a sangue freddo. Poi hanno collocato attorno ai loro corpi delle auto cariche d'esplosivo perché nessuno osasse avvicinarsi. Solo a tarda sera la polizia di Mosul è riuscita a disinnescare gli ordigni e a raccogliere i corpi.
La Chiesa caldea li ha subito pianti come martiri. Da Roma Benedetto XVI ha pregato. Padre Ragheed era uno dei testimoni di vita cristiana più limpidi e coraggiosi, in un paese dei più martoriati.
Era nato a Mosul 35 anni fa. Laureato in ingegneria all’università locale nel 1993, dal 1996 al 2003 ha studiato teologia a Roma all’Angelicum, l'Università Pontificia San Tommaso d'Aquino, conseguendo
la licenza in teologia ecumenica. Oltre all'arabo, parlava correntemente italiano, francese e inglese. Era corrispondente dell'agenzia internazionale "Asia News", del Pontificio Istituto Missioni Estere.
Il giorno dopo il suo martirio "Asia News" ha pubblicato di lui questo ritratto:

così muore un sacerdote  6 Giugno, 2007 - 21:48 da adessena

Con profonda tristezza sento il dovere di ricordare il martirio del padre Ragheed Aziz Ganni, sacerdote caldeo ammazzato a Mossoul, in Iraq, insieme a tre diaconi dopo aver celebrato la Santa Messa.
Di fronte a tanta sconcertante violenza solo l'Amore può dare un senso a tanta crudeltà e ferocia. A proposito riporto una lettera scritta da un amico musulmano del sacerdote, davvero commovente.
   

 “In nome di Dio, clemente e misericordioso Ragheed, fratello mio, Ti chiedo perdono, fratello, di non essere stato accanto a te quando i criminali hanno aperto il fuoco su te e i tuoi fratelli, ma le pallottole che hanno trafitto il tuo corpo puro e innocente, hanno trafitto anche il mio cuore e la mia anima

Eccoti di ritorno in Iraq, non solo per condividere con la gente il loro destino di sofferenze, ma anche per unire il tuo sangue a quello delle migliaia di iracheni che muoiono ogni giorno. Non potrò mai dimenticare il giorno della tua ordinazione all’Urbaniana… Con le lacrime agli occhi, mi avevi detto: “Oggi sono morto per me”… una frase molto dura

Nell’immediato non avevo ben capito, o forse non l’avevo presa sul serio come avrei dovuto… Ma oggi, attraverso il tuo martirio, l’ho capita questa frase… tu sei morto nella tua anima e nel tuo corpo per resuscitare nel tuo Bene amato e nel tuo Maestro e affinché Cristo resusciti in te, malgrado le sofferenze e le tristezze, malgrado il caos e la follia

In nome di quale dio della morte ti hanno ucciso? In nome di quale paganesimo ti hanno crocifisso?... Sapevano veramente quello che facevano?

Oh Dio, noi non ti chiediamo vendetta o rivincita, ma vittoria… vittoria del giusto sul falso, della vita sulla morte, dell’innocenza sulla perfidia, del sangue sulla spada… Il tuo sangue non sarà stato versato invano, caro Ragheed, poiché ha santificato la terra del tuo paese… ed il tuo sorriso tenero continuerà ad illuminare dal cielo le tenebre delle nostre notti e ad annunciarci un domani migliore…

Ti chiedo scusa, fratello, ma quando i vivi si incontrano, essi credono di avere tutto il tempo per conversare, farsi visita e dirsi i propri sentimenti e i propri pensieri… Tu mi avevi invitato in Iraq... Sogno sempre di visitare la tua casa, i tuoi genitori, il tuo ufficio… Non avrei mai pensato che sarebbe stata la tua tomba che un giorno avrei visitato o che sarebbero stati i versetti del mio Corano che avrei recitato per il riposo della tua anima

Un giorno, ti ho accompagnato per acquistare degli oggetti ricordo e dei regali per la tua famiglia alla vigilia della tua prima visita in Iraq dopo una lunga assenza. Tu mi avevi parlato del tuo lavoro futuro: “Vorrei regnare sulla gente sulla base della carità prima della giustizia” mi avevi detto. Allora mi era difficile immaginarti come “giudice” canonico… Ma oggi il tuo sangue e il tuo martirio hanno detto la loro parola, verdetto di fedeltà e di pazienza, di speranza contro ogni sofferenza e di sopravvivenza, malgrado la morte, malgrado il nulla.

Fratello, il tuo sangue non è stato versato invano… e l’altare della tua chiesa non era una mascherata… Tu hai preso il tuo ruolo con profonda serietà, fino alla fine, con un sorriso che nulla spegnerà… mai.

Il tuo fratello che ti vuole bene  Adnan Mokrani Professore di Islamistica all’Istituto di Studi delle religioni e delle civilizzazioni, Università Gregoriana Pontificia, Roma. - Roma, 4 giugno 2007

Fonte Asia News

 

Le parole di padre Ganni al Congresso Eucaristico.

I terroristi cercano di toglierci la vita, ma l'Eucaristia ce la ridona... Qualche volta io stesso mi sento fragile e pieno di paura. Quando, con in mano l'Eucaristia, dico le parole: Ecco l'Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo, sento in me la Sua forza: io tengo in mano l'ostia, ma in realtà è Lui che tiene me e tutti noi, che sfida i terroristi e ci tiene uniti nel suo amore senza fine”. È un brano della testimonianza che padre Raghiid Ganni rese al Congresso Eucaristico nazionale di Bari, “Senza la domenica non possiamo vivere” (21-29 maggio 2005), nella veglia del 28 maggio, il giorno prima della messa finale di Benedetto XVI. Oggi le parole di padre Ganni suonano in qualche modo profetiche. “I terroristi pensano di ucciderci fisicamente o almeno spiritualmente, facendoci annegare nella paura. Per le violenze dei fondamentalisti contro i giovani cristiani, molte famiglie sono fuggite... In tempi tranquilli si dà tutto per scontato e si dimentica il grande dono che ci è fatto. L'ironia è proprio questa: attraverso la violenza del terrorismo, noi abbiamo scoperto che l'Eucaristia, il Cristo morto e risorto, ci dà la vita. E questo ci permette di resistere e sperare”.


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