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P. GIOVANNI BATTISTA MANZELLA | Santi Sacerdoti

Bambini, fate i bravi che il Signore vi guarda, vi vuol bene e vi protegge!




P. Giovanni Battista ManzellaNacque il 21 gennaio 1855 in Soncino, caratteristico paese medievale della provincia di Cremona, e il giorno seguente fu portato al fonte battesimale nella chiesa parrocchiale di S. Giacomo, ricevendo i nomi di Bartolomeo Giovanni Battista.
Terminati gli studi tecnici, si unì al lavoro di materassaio del padre Carlo, prima in paese e, quindi, a Lecco nel rione Castello, dove si trasferì con i genitori nel 1875. Intanto il fratello minore Ezechiele era entrato nel Seminario diocesano di Cremona. Nel novembre 1880 il nostro Giovanni Battista trovò lavoro in questa città come commesso in un negozio di ferramenta. Quì imparò a conoscere San Vincenzo de' Paoli soprattutto nell'esperienza caritativa della Conferenza Maschile di San Vincenzo. Quando Ezechiele divenne sacerdote, finalmente anche lui, ormai ventinovenne, riuscì a entrare nell'Istituto Villoresi di Monza, dove venivano accolte le vocazioni adulte. Vi frequentò gli studi per tre anni. Ma il suo direttore spirituale lo indirizzò alla Congregazione della Missione: "Tu sei fatto per l’obbedienza; tu ti farai berettante" , gli disse. E fu profetico.
Il 2 novembre 1887 si presentò alla Casa della Missione di Torino e il 21 novembre fece la vestizione vincenziana nel Noviziato di Chieri. Qui si lasciò letteralmente plasmare dalle Regole di San Vincenzo, imperniate, quanto a formazione spirituale, sull’ascesi dell’umiltà, semplicità, mansuetudine, mortificazione e zelo per la salvezza delle anime. Nei sei anni di formazione al sacerdozio, progredì talmente in queste virtù, che, in seguito, tutta la sua vita e apostolato ne sarebbero rimasti caratterizzati profondamente, diventando una viva immagine del santo fondatore. In particolare, l’umiltà e la mortificazione l’avrebbero portato, fino a saper sopportare serenamente umiliazioni e anche calunnie, sull’esempio e alla scuola di San Vincenzo, scegliendo eroicamente di mai difendersi presso alcun superiore.
Ricevette l’ordinazione sacerdotale nella cappella del Seminario Arcivescovile di Torino il 25 febbraio 1893, ormai a 38 anni.
I primi sette anni di sacerdozio lo videro impegnato quasi totalmente nella formazione dei giovani.
Nel novembre 1900 fu trasferito in Sardegna, al Seminario Tridentino di Sassari, in qualità di Direttore Spirituale. Anche in questa circostanza il giudizio dei superiori maggiori esprimeva una qualche convinzione di santità della sua vita. Infatti, il Visitatore della Missione, P. Emilio Parodi , scrisse all'Arcivescovo Mons. Marongiu Delrio: "Questa volta le mando come Direttore Spirituale del Seminario il Signor Manzella, un santo missionario... non avrò mai a pentirmi di averlo mandato in Sardegna".
Nel 1904 intraprese anche la predicazione delle Missioni al popolo e l'anno seguente, ormai cinquantenne, vi fu destinato a tempo pieno insieme col Signor Antonio Valentino (1869-1946).
Le prime missioni gli avevano fatto capire il bisogno della predicazione nelle parrocchie. “Il popolo chiede il pane, ma non v’è chi glielo spezzi!”
Concluso anche il superiorato della Casa della Missione di Sassari (1906-1912), riprese ancora l'attività della "predicazione a tempo pieno" ininterrottamente fino al 1926, quando fu nuovamente destinato al Seminario di Sassari, sempre in qualità di Direttore Spirituale.
Furono, questi, i 13 anni di un apostolato particolarmente intenso e proficuo, che lo fecero conoscere in tutti i ceti sociali della Sardegna: da Sassari alla Nurra, alla Gallura, al Logudoro, al Goceano, al Meilogu, fino a Bosa e Oristano, a Nuoro, alla Barbagia, e con frequenti puntate fino all'Iglesiente, in Ogliastra, al Campidano e a Cagliari.

“Andremo a convertire le genti!” era stato il primo sogno della sua giovinezza già nel negozio di ferramenta a Cremona. La formazione vincenziana del Noviziato, poi, l’avevano orientato alla “evangelizzazione dei poveri, specialmente delle campagne”, dove maggiormente San Vincenzo aveva esperimentato l’ignoranza religiosa e l’abbandono da parte del clero, che invece si riversava numeroso nelle città. Aveva, infine, fatto suo l’invito accorato del suo fondatore: “Diamoci risolutamente a Dio, lavoriamo, lavoriamo, andiamo ad assistere i poveri campagnoli, che ci aspettano…” .
Padre Manzella fu capace di spendersi, soprattutto nel ministero delle confessioni, perno delle missioni popolari, anche 20 ore su 24 con estrema disponibilità. Di giorno aveva inventato, nei tempi liberi dalla predicazione, di fare la “pesca a domicilio” in cerca delle “pecore smarrite” ammalate o anziane. La sera tardi, poi, era dedicata alle confessioni degli uomini, confessando anche fino alle undici e a mezzanotte. Per questo decideva, tante volte, che per quattro ore non meritava neppure andare a letto; e preferiva riposare, in spirito penitenziale e per il buon esito della missione, sul seggiolone o sulla sedia dinanzi al tavolino. In missione a Berchidda, una notte crollò letteralmente in un sonno profondo nel confessionale, che non si svegliò neppure quando fu portato dagli uomini sulla sedia fino in camera e lasciato lì in mezzo alla stanza.
Ma caratteristica delle sue missioni divenne anche la famosa trombetta, mutuata dal banditore che girava in tutto l’abitato per dare gli avvisi importanti. Fu detto “il trombettiere di Cristo” perché lo rese familiare ai bambini nei paesi, ma anche negli stazzi e ovili delle campagne sarde. Ancora oggi viene ricordato così dagli anziani, che lo incontrarono negli anni trenta, lui ormai sulla soglia degli ottanta:
“Ogni giorno Padre Manzella usciva in giro per il paese suonando una trombetta. Noi bambini allora uscivamo di casa e andavamo incontro a lui, ci attaccavamo alla lunga sottana e, facendo il trenino, ci faceva girare tutto il paese. Arrivati in chiesa, siccome non c’erano banchi, ci faceva sedere per terra. Lui ci diceva: ‘Bambini, fate i bravi che il Signore vi guarda, vi vuol bene e vi protegge!’. E così iniziava a farci pregare e ci faceva il catechismo”
Fu giustamente considerato come il San Vincenzo della Sardegna per la sua grandiosa attività caritativa e seppe conquistare il cuore di tutti, credenti, massoni e socialisti . Vero padre dei poveri, non sapeva mai negare loro l’elemosina, arrivando persino a donare loro le proprie scarpe!
Guida umile e sicura dei sacerdoti, sapeva incantarli ed entusiasmarli nella predicazione nei Ritiri spirituali, richiesto un po’ in tutte le diocesi, da Sassari a Iglesias e Cagliari. E questa sia ai cinquanta che agli ottant’anni.
"La sua fede risplendeva in tutta la sua persona, da tutto il suo comportamento. La sua figura ci portava a pensare a Dio. Lo ricordiamo tutti quando predicava: quanta unzione, quale fervore! Soprattutto i suoi occhi, i suoi begli occhi che splendevano di cielo, facevano intravvedere il tesoro di fede che albergava nella sua anima". Così lo ricordava ancora Mons. Fraghì nel 1948:
“La sua missione non aveva limiti: in chiesa, nelle piazze, in treno o in carrozza, a cavallo o a piedi, dovunque sentiva la necessità di dare i tesori della fede a chi ne aveva bisogno. E si serviva di tutti i mezzi: della scienza teologica, che sapeva sminuzzare in modo mirabile; dell’astronomia, per cui sentiva grande passione; dei fatti di cronaca, che sapeva stralciare appositamente dai giornali; delle barzellette popolari che sapeva raccontare in modo gustoso, dei cartelloni figurati, dove c’era spiegato tutto il catechismo; e perfino dei giochi di prestigio, nei quali era diventato maestro: tutto serviva al suo cuore di apostolo per diffondere meglio la dottrina di Cristo”.
Un aspetto tipico del suo apostolato fu anche la direzione spirituale di anime privilegiate, che si consacrarono a Dio in Istituti religiosi o nella vita secolare. Basti accennare alle Serve di Dio Edvige Carboni, Leontina Sotgiu e Madre Angela Marongiu.”.
Furono pure tanti gli ammalati che, dopo l’incontro con lui, si ritrovarono guariti in modo prodigioso. I suoi biografi ne riportano diversi esempi; ma l’elenco dei miracolati si allunga anche oggi con testimonianze, che si raccolgono nei paesi. Sarà la Chiesa a verificarne la portata.
Nel 1927 coronò ancora un suo antico sogno, radunando le prime Suore del Getsemani attorno alla confondatrice Madre Angela Marongiu (1854-1936). Pensò a una nuova fondazione religiosa in Sassari, dandole, in sintonia con la spiritualità di Madre Angela, una dupplice fisionomia, apostolica e contemplativa: un apostolato soprattutto fra le ragazze povere dei paesi, da inserire con dignità nel lavoro professionale, ma anche una spiritualità incentrata sull’Eucarestia e sulla Passione del Signore.
Nell’ ottobre del 1937, la malattia lo portò alla morte in soli dieci giorni: una emorragia cerebrale lo colse nel pieno della predicazione, togliendoli completamente la vista. Furono i giorni dell'apoteosi manzelliana: numerosissime le visite di cortesia, soprattutto dei poveri, tanto da doverlo sistemare nel parlatorio della casa. Tutti volevano salutarlo e ricevere da lui un ultimo messaggio: sacerdoti, suore, laici di ogni estrazione. "Sono l'uomo più felice del mondo!" fu l'ultima definizione che egli diede di se stesso, in quei giorni, rispondendo a un prete di Ozieri, venuto per fargli visita.
Morì il sabato 23 ottobre 1937, alle quattro del mattino, attorniato dai confratelli e dalle suore che lo avevano vegliato nell'agonia della notte.
Per la popolazione fu normale commentare che era morto "santo Manzella". Tutti, infatti, lo additavano così da anni, quando lo incontravano per le vie di Sassari e gli chiedevano una benedizione per il proprio bambino o ammalato.
Il plebiscito di stima e venerazione ebbe come momento culminante proprio la celebrazione solenne dei suoi funerali nella cattedrale di Sassari, il 24 ottobre 1937. In quella circostanza l'arcivescovo Mons. Arcangelo Mazzotti non poté fare a meno di eprimere pubblicamente quella che era già opinione generale della popolazione sarda, che lo aveva incontrato e stimato: "Senza affrettare od anticipare il giudizio della Santa Chiesa, noi tuttavia possiamo affermare che il Signor Manzella é un Santo".
La salma, fin dal 1941, venne traslata nella cripta della chiesa del SS.mo Sacramento, presso la Casa Madre delle Suore del Getsemani. E questa chiesa, voluta da lui e oggi in prossimità degli ospedali sassaresi, da sempre è meta continua di pellegrinaggio. In particolare, sono gli ammalati che vi si recano per raccomandarsi a lui prima del ricovero ospedaliero, ritornandovi, poi, a ringraziare della salute riacquistata.



Fonti: liberamente tratto dagli scritti di P. Pietro Pigozzi CM

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