San Giuseppe Benedetto Cottolengo

Giuseppe Benedetto Cottolengo nacque, primo di dodici figli, da Giuseppe Antonio e da Benedetta Chiarotti. Fu la devotissima madre a impartirgli i principi della vita cristiana.

Fin dalla sua fanciullezza aveva mostrato grande sensibilità verso i poveri. Al tempo del Cottolengo la povertà era molto diffusa in Piemonte e in particolare a Torino, che attirava dalla campagna i miserabili in cerca di una vita più dignitosa. Le molte opere di beneficenza presenti sul territorio a favore dei diseredati non erano sufficienti a sanare il dramma della povertà, che era una delle priorità della città di Torino.

Giuseppe Benedetto sceglie la via del sacerdozio, seguito anche da due fratelli. Gli anni della sua giovinezza sono attraversati dall’avventura napoleonica e dai conseguenti disagi in campo religioso e sociale. Nel 1805 entra nel seminario di Asti, che però dopo due anni fu chiuso ed il santo fu costretto a continuare in famiglia gli studi sino all’ordinazione presbiterale. Vi erano tensioni tra le classi sociali, e la crisi investiva il piano sociale ed economico, con serie ripercussioni sulla qualità della vita. L’illuminismo influenzò inoltre il tradizionale pensiero della Chiesa, nella quale vennero a crearsi non poche tensioni.

Compiuti gli studi filosofici e teologici, Giuseppe Benedetto Cottolengo viene ordinato sacerdote l’8 giugno 1811 nella cappella del seminario di Torino da monsignor Paolo Giuseppe Solaro. È viceparroco a Corneliano

d’Alba, successivamente riprende gli studi e si trasferisce a Torino, dove nel 1816 si laurea in teologia presso la Regia Università.

Due anni dopo viene nominato canonico e aggregato al gruppo di sacerdoti teologi addetti alla chiesa del Corpus Domini di Torino. Trascorre serenamente quel periodo e si distingue per il suo impegno nel predicare, nel confessare e nella dedizione ai poveri.

Gli anni tra il 1822 e il 1827 sono caratterizzati da una crescente sensibilità spirituale, che assume l’impronta di un deciso distacco dagli interessi materiali accompagnato da una tensione per la ricerca di un nuovo modo di vivere la sua vocazione sacerdotale. Giuseppe Benedetto Cottolengo, a 41 anni, si apre a una nuova e definitiva conversione. Torino al tempo del Cottolengo aveva molti istituti di beneficenza, ma erano in pochi ad usufruirne. Alcune categorie quali disabili psichici, epilettici o sordomuti non venivano considerati dalla società perché le istituzioni avevano regole rigide di accoglienza. In questo contesto si consuma il dramma di una mamma di tre bambini che, prossima alle doglie del parto, rifiutata da due ospedali, muore senza soccorso davanti al marito e ai figli, assistita dal canonico Giuseppe Cottolengo. Questo evento turba il suo animo che, al culmine di una crisi personale, nell’accogliere la sofferenza dell’altro, trova in sé una speciale vocazione al servizio della carità.

A quattro mesi dall’accaduto, 17 gennaio 1828, Giuseppe Cottolengo, con quattro letti in alcune stanze affittate nella casa detta della Volta Rossa, da inizio alla sua opera. Non mancò di trovare forte opposizione tra i confratelli ed i parenti, ma a tutti Padre Fontana ripeteva: “Lasciatelo fare”. I primi collaboratori furono il medico Lorenzo Granetti, il farmacista regio Paolo Anglesio e dodici visitatrici dei malati dette “Dame di Carità”, che riunì sotto la direzione della ricca vedova Marianna Nasi.

Nasce il “Deposito de’ poveri infermi del Corpus Domini”, più tardi chiamato “Ospedaletto della Volta Rossa”, per l’accoglienza dei malati che non trovavano posto negli altri ospedali. Tale esperienza dura all’incirca quattro anni, fino a quando, a causa del colera scoppiato in città, fu costretto alla chiusura, per il pericolo di contagio.
Dopo la chiusura forzata dell’ “Ospedaletto”, Giuseppe Cottolengo non si scoraggia e, convinto che “i cavoli, perché prosperino, devono essere trapiantati” sempre a Torino, il 27 aprile 1832 “trapianta” la sua opera, in zona Valdocco, Borgo Dora, in una casa di proprietà dei fratelli Farinelli, denominandola: Piccola Casa della Divina Provvidenza. Annessa vi è una cappella dedicata a S.Antonio Abate e a San Vincenzo de Paoli, costruita dagli stessi Farinelli.

Il vasto terreno, con l’aiuto di parecchi benefattori e specialmente del Cavalier Ferrero, si costellò ben presto di vari ospedaletti, asili e orfanotrofi. L’unico valido mezzo per portare a compimento la grandiosa opera fu un’illimitata fiducia nella Provvidenza Divina, invocata con costante orazione, e nessuna diretta richiesta fu mai rivolta alla generosità dei torinesi o

della corte. Per non far torto alla Provvidenza, il padre fondatore non volle saperne di contabilità o di rendiconti, profondamente convinto che “a chi straordinariamente confida, Dio straordinariamente provvede”. Sulle sue labbra non risuonavano che espressioni del tipo “Avanti in Domino, Provvidenza e Deo gratis” È così che nascono numerosi gruppi che denomina “famiglie”: l’ospedale per i malati, la casa per uomini e donne anziani, le famiglie dei sordomuti, degli epilettici, dei disabili psichici detti “Buoni Figli” e “Buone Figlie”, ecc. Per il servizio dell’Opera, Cottolengo fonda diverse congregazioni religiose.
Per mantenere in vita l’opera iniziata, Giuseppe Cottolengo vive tra difficoltà e ostacoli ma non dimentica mai di trattare i poveri con grande rispetto e stima, rivelando speciale affetto per i più indifesi.
In tutti i modi possibili al suo tempo, opera per tutelare la loro dignità di essere umani. Con tratti profondamente paterni, con loro si mostra gioioso, pieno di iniziative, rispettoso della loro personalità e dei loro gusti.
Fin dagli inizi della sua Opera, il Cottolengo vede tra i suoi primi collaboratori dei laici: volontari, professionisti, medici, farmacisti, muratori e benefattori che, entusiasmati dal suo esempio e dalla sua parola, mettono a servizio della Divina Provvidenza e dei poveri le proprie capacità e il proprio tempo. Il numero di quanti decidono di servire la Vita cresce e si moltiplica. Questa storia straordinaria continua ancora oggi.

Al servizio di questa nascente cittadella della carità, il Cottolengo istituì nel 1833 le Suore Vincenzine; nel 1841 le Suore della Divina Pastora per curare la preparazione delle ricoverate ai sacramenti; nel 1839 le Suore Carmelitane Scalze dedite alla via contemplativa; nel 1840 le Suore del Suffragio per i lavori di cucito e le Suore Penitenti di Santa Taide per la conversione delle traviate; infine nel 1841 le Suore della Pietà per assistere i morenti. Era solito ripetere alle sue più strette collaboratrici: “Presenza di Dio, occhi bassi, testa alta, abitino al collo e rosario al fianco. Così, in mezzo ad un reggimento di soldati, sarete senza timore”. Per l’assistenza ai malati di sesso maschile istituì i “Fratelli di San Vincenzo”, per l’amministrazione dei sacramenti i “Sacerdoti della Santissima Trinità”, nonché il reparto giovanile dei “Tommasini”, cioè seminaristi aspiranti al sacerdozio. A tutti ripeteva spesso: “Non lasciatemi mai, a qualunque costo, la comunione quotidiana! Ciò che tiene in piedi la Piccola Casa sono le preghiere e la comunione”. Infatti, quando era a corto di viveri o di soldi, il santo era solito inginocchiarsi ai piedi della Vergine ed ottenere così infallibilmente tutto quanto gli occorreva.

Il Cottolengo, pur attraversando nella sua vita momenti drammatici, ha sempre mantenuto serena fiducia di fronte agli eventi: attento a cogliere il ruolo della paternità divina, riconosce in tutte le situazioni la presenza e la misericordia di Dio e, nei poveri, l’immagine più amabile della sua grandezza.

Nel 1833 il re Carlo Alberto di Savoia eresse l’opera ad ente morale e nominò il Giuseppe Benedetto Cottolengo cavaliere dell’Ordine Mauriziano. Il santo accettò sentenziando: “Passino i doni ai miei poveri. Io ritengo la croce. Provvidenza e croce sono due cose che vanno unite”. Della Croce diceva: “Il più bel libro è il crocifisso e chi non sa leggerlo è il più sventurato di tutti gli analfabeti”. Al termine dell’anno era già pronto un primo grande ospedale da 200 posti letto, al quale ne seguì un altro per tutti i soggetti rifiutati dalla società. Egli stesso riceveva i malati alla porta a capo scoperto, per affidarli alle suore dicendo: “Sono doni di Dio. Siano le vostre pietre preziose”.

Verso l’anno 1838, il Cottolengo fece erigere una cappella sul lato sinistro della chiesetta per collocarvi la statua lignea, settecentesca, della Madonna del Rosario, che pose come Regina e Patrona di tutta la Piccola Casa.

Un’altra cappella, dedicata alla Madonna di Oropa e detta poi Santuario, fu ideata dal Cottolengo verso il 1840, vicino alla propria abitazione (dopo questo fatto ebbe inizio la pratica religiosa dell’ “Offerta”). Questa cappella è collegata alla chiesa dal corridoio Galleria Mariana, dove sono incorniciate immagini della Madonna venerata sotto vari titoli, in Italia e nel mondo.

Gregorio XVI con un breve approvò l’operato del Cottolengo, ma il padre dei poveri non si montò la testa e continuò ad essere l’umile servo della Divina Provvidenza, sempre pronto a giocare con i più idioti, a trasportare fasci di legna o ceste di verdure, a fare le pulizie calzando zoccoli di legno e rivestito di una vecchia tonaca, restando nella sua ferma convinzione di essere soltanto un contadino capace di piantare cavoli. Eppure Dio gli aveva addirittura concesso il dono di leggere nei cuori altrui, di prevedere il futuro e di conoscere anche le circostanze della propria morte. Nel febbraio 1842 il santo passò diverse settimane a sbrigare affari che non parevano urgenti. Poi visitò tutte le case che aveva fondato ed ovunque lasciò chiaramente intendere che quello era il suo ultimo addio. “Pregate per me, che sono alla fine dei miei giorni. Vi benedico per l’ultima volta. Ora non posso più nulla per la Piccola Casa, ma giunto in cielo pregherò e continuerò ad essere il vostro padre, e voi ricordate le parole che vi disse questo povero vecchio”.

Si ammalò di tifo e capì che i suo giorni erano contati. Il 21 aprile 1842 affidò al Canonico Luigi Anglesio la direzione della sua opera per potersi ritirare presso il fratello, canonico nella collegiata di Chieri. In tale città morì santamente il 30 aprile 1842 nel letto che dodici anni prima si era fatto preparare, dopo aver esclamato: “Mi sono rallegrato perché mi è stato detto: Andiamo nella casa del Signore”. Il re Carlo Alberto, saputo della sua dipartita, rimpianse la perdita del grande amico. Giuseppe Benedetto Cottolengo fu sepolto a Torino nella Piccola Casa, in una cappella della chiesa principale, dove riposa ancora oggi. In seguito ai numerosi miracoli verificatisi per sua intercessione, il pontefice Benedetto XV lo beatificò il 28 aprile 1917 e Pio XI infine lo canonizzò il 19 marzo 1934. Oltre alla commemorazione nel Martyrologium Romanum, calendario ufficiale della Chiesa Cattolica, il santo Cottolengo per le sue peculiari opere caritatevoli ha meritato di essere citato nella prima lettera enciclica del papa Benedetto XVI “Deus caritas est”.



  
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