
adre Francesco Spoto, uno dei più illustri
cittadini di Raffadali, è stato, soprattutto, uno dei più fedeli figli
di Giacomo Cusmano, suo settimo successore alla guida della
congregazione del "Boccone del povero", testimone della fede e martire.
Francesco Spoto è nato a Raffadali, in provincia di Agrigento l'otto
luglio del 1924, figlio di Vincenzo Spoto e Vincenza Marzullo. Fu la
madre a trasmettere a Francesco la devozione alla Madonna degli Infermi,
Patrona di Raffadali, una devozione che P. Spoto conserverà per tutta la
vita e che ritroverà nei momenti di prova, non ultimo il momento della
prova suprema. L'infanzia di Francesco Spoto trascorse normalmente, fra
i giochi e la scuola, ma, indubbiamente, il bambino dovette mostrare
segni di quella intelligenza vivace che lo porterà a essere uno dei
religiosi più attivi e stimati di una congregazione importante come
quella dei Bocconisti, tanto è vero che ben presto si cominciò a pensare
al modo di permettergli di poter proseguire gli studi. Per le famiglie
povere, l'unico modo per studiare era quello di frequentare un istituto
religioso.

Nel 1936, a Raffadali si tenne una predicazione in occasione della
quaresima, quell'anno fu invitato a predicare P. Vitale Bruno, Vicario
Generale dell'Opera del Boccone del Povero, la congregazione fondata da
Giacomo Cusmano che si vide, inaspettatamente, proporre dall'arciprete
di Raffadali la possibilità di ammettere il piccolo Francesco nel
seminario dell'Opera. Il ragazzino dovette sembrare pronto per il grande
salto, tanto che il p. Bruno accettò subito la richiesta e cominciò a
mettere in moto tutte le necessarie disposizioni per accogliere il
piccolo Francesco. Nel seminario dell'opera cusmaniana, a Palermo, p.
Spoto si impegnò negli studi, applicando a essi sia la sua intelligenza
sia la sua ferma forza di volontà che aveva ereditato dalla madre.
Fu ordinato sacerdote, il 22 luglio del 1951, dal cardinale Ruffini.
L'impegno che egli sentiva di dover assumere era lo zelo missionario,
tanto che sull'immaginetta-ricordo fece scrivere una citazione da Mc.
16, 15: "Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni
creatura", un verso per certi aspetti profetico di quella che sarà la
sua luminosa testimonianza sacerdotale.
P. Spoto visse pienamente il carisma cusmaniano, esercitando le virtù
tipiche del consacrato ma anche l'ascesi e il servizio umile ai poveri.
La sua vita religiosa fu tanto seria e impegnata quanto lo erano stati i
suoi studi, al punto che, il 23 luglio del 1959, a soli 35 anni, quando
erano passati appena otto anni dall'ordinazione sacerdotale, fu eletto,
dal Capitolo Generale della Congregazione, quale settimo successore di
Giacomo Cusmano.
Gli anni della guida di p. Spoto furono, per la Congregazione del
"Boccone del Povero" anni di grande attività, si iniziarono molti
progetti e molti altri si portarono a termine. La Congregazione
ricevette l'approvazione definitiva e i religiosi poterono cominciare a
emettere i voti perpetui, diede inizio alla causa di beatificazione del
p. Cusmano, causa che giunse al fine sperato nel 1983.
Allo stesso modo, con la guida di p. Spoto, nasceva lo studentato
teologica a Roma. L'opera più significativa nata con p. Spoto fu, senza
dubbio, la nascita della prima missione africana del "Boccone del
Povero": fu p. Spoto a realizzare questa intuizione cusmaniana, inviando
a Biringi, in Congo, i primi sacerdoti missionari. Nel far nascere
quest'iniziativa p. Spoto cominciava a coltivare il desiderio, sostenuto
dal proprio senso del dovere, di recarsi in Congo per seguire da vicino
la nascita di questa missione africana della sua congregazione. Avviene
così la seconda svolta fondamentale della sua vita, che lo porterà in
Africa incontro al martirio.
Quando i missionari Bocconisti si recarono nel paese chiamato allora
Congo Belga (poi Zaire, adesso Repubblica Democratica del Congo), la
situazione politica e sociale era estremamente tesa. Il paese aveva
ottenuto l'indipendenza dal Belgio nel 1960, ma subito dopo, passata la
momentanea euforia, erano venuti alla luce gravi problemi di origine
etnica e territoriale nonchè politica. i due uomini forti del paese,
Lumumba e Mobutu, si scontravano per il potere e trascinavano dietro di
sé le etnie di cui il paese è composto.
P. Spoto volle compiere, pur consapevole di questa situazione, la sua
tanto desiderata visita canonica alla missione di Biringi, in cui da
pochi anni erano presenti i suoi confratelli missionari.
All'arrivo nella missione, il superiore dei Bocconisti ha modo di
rallegrarsi per il fatto che i missionari, in poco tempo, avevano già
cominciato un proficuo lavoro e avevano preso contatto con la realtà e
con i cristiani presenti nella parrocchia.
Tuttavia in breve tempo la situazione si volge al peggio. Il p. Spoto
era giunto a Biringi il 6 agosto del '64, accolto con gioia e con
manifestazioni festose, tuttavia pochi giorni dopo si venne a sapere che
i guerriglieri "simba", sanguinari rivoluzionari, avevano cominciato a
prendere il controllo del nord del paese.

Il padre Sanfilippo, tra i primi a mettere piede in Congo, capisce
subito che la situazione era prossima a precipitare e che le conseguenze
potevano essere imprevedibili, visto che i Simba erano noti per la loro
ferocia e per la loro opposizione alla presenza di religiosi nel paese.
Il p. Sanfilippo consigliò così al Superiore Generale di approfittare
del momento, ancora favorevole, per abbandonare il paese e fare ritorno
in Italia, ma p. Spoto, facendo appello al proprio senso del dovere,
rifiutò decisamente di fuggire affermando che di un simile gesto avrebbe
avuto rimorso per tutta la vita e aggiungendo: "Sono questi i buoni
consigli che mi dai? Io non posso, non debbo partire".
Intanto - siamo ai primi di novembre - la situazione si fa ancora più
grave Il p. Spoto descrive una situazione di "ansia e nervosismo" nella
consapevolezza che l'arrivo dei Simba causerà gravi problemi (8 novembre
1964).
E, infatti, i Simba arrivano il 14 novembre, preceduti dalla notizia che
l'arresto dei missionari è già stato predisposto. I missionari fuggono:
"cado la prima volta, mi rialzo con l'aiuto di Corrado dietro di me, ma
cado una seconda volta, prostrato dalla fatica; impossibile andare
avanti.
Allora strisciando mi nascondo nell'erba alta". Comincia così l'odissea
dei missionari bocconisti, braccati dai guerriglieri e costretti a
fuggire nascondendosi nella savana per venti giorni. Giorni e giorni di
marcia massacrante, notti passate all'addiaccio: "sete, fame,
prostrazione, ansia, sporcizia, malattie sono il nostro tormento" (17
novembre). Padre Spoto conosce momenti di sconforto: "perseguitati come
tanti malfattori, braccati come bestie feroci di savana in savana,
laceri, affamati, e pieni di ferite, costretti a dormire sulla terra
umida e dura e sotto le stelle; P. Sanfilippo ammalato e solo, la
Missione completamente saccheggiata, il pericolo della morte sopra di
noi! Il mio cuore è al colmo dell'amarezza e scoppio in un pianto
dirotto e inconsolabile. A sera cerco di mangiare un pezzo di pane duro,
bagnato di lacrime" (19 novembre).
Ma la fiducia in Dio sorregge i fuggiaschi in questa situazione estrema:
"Oggi ricorre l'anniversario della nostra Congregazione: è il giorno
della nostra professione religiosa. In ginocchio nella nostra capanna,
dinanzi al Crocifisso, rinnoviamo l'offerta della nostra consacrazione a
Dio con i Voti Religiosi, forza e coraggio nella dura prova" (21
novembre). Braccati dai Simba, i missionari vivono una vera odissea
nella savana, la "catacomba verde"; durante le loro peregrinazioni si
imbattono in pattuglie che, in una occasione, si scagliano ferocemente
contro p. Spoto picchiandolo con il calcio dei fucili e causandogli
gravi ferite.
Il sacerdote, ferito e prostrato, cerca rifugio nella Madonna degli
infermi, Patrona di Raffadali e oggetto della devozione fiduciosa e
filiale della mamma di p. Spoto che gli aveva trasmesso questa stessa
fiducia; racconta un testimone: "il giorno dopo incominciò con fratel
Corrado la Novena alla Madonna degli Infermi. E il padre ci dice:
'pregate, pregate molto. Se la Madonna ci salva, torneremo tutti a
lavorare in questo povero Congo'".
Ma le condizioni di salute di p. Spoto si aggravano di giorno in giorno.
La notte di Natale i padri sono costretti a fuggire ancora,
trascinandosi dietro il loro Superiore Generale ormai moribondo su una
barella improvvisata. Il 27 dicembre, assistito dai confratelli
missionari, p. Spoto muore alle 8:40 del mattino. In seguito alle
violente percosse, chiude a 40 anni la sua giovane esistenza nella
capanna di un fedele congolese il 27 dicembre 1964, dopo aver offerto la
propria vita in cambio della salvezza dei confratelli missionari.
Il p. Spoto fu seppellito la notte immediatamente dopo la sua morte,
direttamente nella nuda terra, nei pressi della capanna nella quale era
morto. La situazione di pericolo imminente e la paura di offese che
potevano essere recate al suo corpo suggerì di tumulare il padre quanto
prima e senza segni esterni di riconoscimento. I pochi confratelli e
cristiani locali presenti alla cerimonia funebre ricordarono a memoria
il luogo di sepoltura del padre. Fu solo 3 anni dopo la morte che si
potè far ritorno sul luogo di sepoltura di p. Spoto ed esumare i poveri
resti. provvisoriamente il corpo del p. Spoto fu collocato nella chiesa
parrocchiale di Biringi, da poco ricostruita dopo i tragici giorni delle
persecuzioni. Le sue venerate spoglie sono traslate a Palermo nel 1984
nella Parrocchia “Cuore Eucaristico di Gesù” in Corso Calatafimi, 327.
Il 16 dicembre 1992 inizia l’inchiesta diocesana sulla vita e sulle
virtù del Servo di Dio.
Il 29 luglio 1998 è presentata la Positio super Martyrio.
Il 26 giugno 2006, con l’approvazione del Santo Padre Benedetto XVI, è
promulgato il decreto sul martirio.
Il 21 aprile 2007 è stato proclamato beato nella Chiesa Cattedrale di
Palermo mediante la lettura della Lettera Apostolica di beatificazione
di papa Benedetto XVI.
Fonte Da “Cattolici Romani”