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Servo di Dio Giulio Facibeni Sacerdote | Santi Sacerdoti
Dopo aver visto gli occhi di don Giulio Facibeni, non si può dubitare dell'esistenza di Dio
Giulio
Facibeni nacque a Galeata (Forlì) il 29 luglio 1884 in una
modestissima famiglia di undici figli, crebbe come lui stesso disse,
con l'ansia degli studi e dell'impossibilità di compierli, in una
Romagna appassionata da lotte sociali e anticlericali, in quella
fine del XIX secolo.
La disponibilità economica però era pressochè nulla, un suo zio dopo
le classi elementari, intenzionato ad aiutarlo, purchè non si
parlasse di preti, lo fece lavorare in uno studio notarile; finchè
il padre riuscì a metterlo come esterno a Faenza.
Compì gli studi ginnasiali e liceali nel locale seminario tra il
1899 e il 1904; da lì si spostò all'Università di Firenze
iscrivendosi alla Facoltà di Lettere e per mantenersi agli studi
faceva l'assistente nel semiconvitto delle Scuole Pie fiorentine.
La frequentazione con gli Scolopi, fu fondamentale
per la sua formazione; ebbe così più chiara la sua vocazione
sacerdotale, con una tendenza all'apostolato fra i giovani.
Fra gli Scolopi ebbe grandi maestri di cultura e vita religiosa, che
lo seguirono nella sua vocazione, e fra tutti padre Giovannozzi, che
fu il suo vero direttore spirituale.
Dopo le varie tappe necessarie, finalmente il 21 dicembre 1907 fu
ordinato sacerdote da mons. Cammelli, vescovo di Fiesole; le sue
prime esperienze di apostolato furono tra le figlie dei carcerati
all'Istituto Maria Maddalena; nelle scuole parrocchiali serali di S.
Maria al Pignone e fra gli studenti medi; divenne l'animatore di un
gruppo di giovani chiamato "Italia Nuova" che univa al più sincero
patriottismo, la più genuina formazione religiosa.
Dopo cinque anni, nel 1912 fu mandato come viceparroco a Rifredi
nella pieve di S. Stefano in Pane, zona popolare operaia di Firenze,
che rappresentava la disgregazione della tradizionale parrocchia. In
questo ambiente si profuse con un encomiabile zelo a suscitare opere
sociali, di carità , di organizzazione cattolica; nella piena
ubbidienza al vescovo che l'aveva destinato lì, e lasciando con
dolore l'insegnamento e soprattutto il conseguimento della laurea,
che sembrava così prossima; per lui furono: "giorni di sgomento e di
trepidazione indicibile".
Il nuovo campo del suo apostolato era la zona industriale di
Firenze, che proprio in quel periodo si avviava ad una
trasformazione ambientale e sociale di grande rilievo; alla vecchia
borgata si aggiungeva ora una popolazione diversa, alla ricerca di
un lavoro, senza tradizioni, senza un indirizzo religioso e percorsa
da fremiti sociali inquietanti.
Un ambiente ostile e difficilissimo per un prete. Per stabilire un
legame fra tutti, diede vita ad un "Bollettino parrocchiale" (1'
maggio 1913); nell'estate del 1914 scoppiò la Prima Guerra Mondiale
e nel giugno 1915 anche l'Italia entrò in guerra e come da tutta
Italia anche a Rifredi, i giovani lasciavano le loro famiglie per il
fronte e don Giulio Facibeni pensò di alleviare il disagio delle
famiglie rimaste senza gli uomini, aprendo il 1' luglio 1915, presso
la Pieve di S. Stefano, un "nido per i figli dei richiamati", cioè
un asilo gratuito e gestito dai volontari della parrocchia.
Quest'iniziativa lasciò un segno indelebile nel giovane parroco, per
le basi della sua futura Opera. La guerra assunse una dimensione
senza precedenti per il numero di Nazioni coinvolte, l'enorme numero
di soldati impegnati, per l'elevata quantità di morti, feriti,
mutilati, per il nuovo tipo di armi usate (sommergibili,
mitragliatrici, bombardamenti aerei, gas) che sconvolsero uomini e
paesi, apportando uno scoraggiamento ed un orrore nei soldati e fra
le popolazioni, più o meno direttamente coinvolte.
Padre Giulio Facimbeni dovette partire anche lui per la zona di
guerra, come cappellano militare e nel luglio 1916 era sul fronte
dell'Isonzo e poi sul Monte Grappa, dove prestò la sua opera di
assistente religioso fra i morenti, e negli ospedali da campo,
portando il conforto della Fede ai giovani soldati, i quali
strappati alla pace delle loro famiglie e delle loro comunità , erano
impegnati in furiosi, violenti attacchi, ritirate, contrattacchi,
riparati nelle trincee, combattendo nonostante le sofisticate armi,
anche in sanguinosi corpo a corpo con le baionette.
E come questi uomini, anche don Facibeni non riuscirà più a
dimenticare le violenze, il tanto sangue versato, la vista della
morte di tanti giovani; gli storici hanno classificato la
generazione del 1914, la "generazione perduta".
Per la sua dedizione sul fronte bellico, incurante del pericolo
nemico, gli fu concessa la medaglia d'argento; ritornò a Rifredi nel
1919 a guerra finita, stremato nel fisico e nella memoria la visione
di tante tragedie; qui trovò la parrocchia in preda a tensioni
sociali e politiche molto gravi, per cui si rimise al lavoro
alacremente.
Nel 1919 fondò l'Unione "Salviamo i Fanciulli", rilanciò il
Bollettino chiamandolo "Voce paterna" con il quale, con lo stile
della conversazione familiare, raggiungeva tutti, sottolineando un
proposito di paternità spirituale.
Divenne molto richiesto nell'ambiente fiorentino, per il suo
messaggio vibrante nelle manifestazioni cattoliche e nei congressi. Tentò, ma invano, di sistemare presso degli Istituti alcuni orfani
di guerra, ma la retta da pagare non era sostenibile per lui, così
nel 1923 avvenne la svolta decisiva; don Giulio pensò: perchè non
occuparsi lui stesso di questi bambini così sfortunati? E nel
ricordo della sua esperienza di guerra sul Monte Grappa, dove
qualche decennio prima, il cardinale Giuseppe Sarto, poi papa s. Pio
X, aveva collocato sulla vetta la statua della "Madonnina" come poi
veniva chiamata dai soldati; don Giulio Facibeni pose la prima
pietra dell'Opera della Divina Provvidenza "Madonnina del Grappa",
che essendo un'Opera della Provvidenza, doveva avere uno stile di
vita affidato tutto a lei, con i tratti inconfondibili delle Opere
volute da Dio.
L'Istituto fu inaugurato il 4 novembre 1924, diventando la famiglia
degli orfani di guerra e di altre disgrazie e nel contempo una
piccola Chiesa missionaria operante con il filo conduttore della carità , in mezzo al rione operaio di Rifredi, con una spiritualitÃ
che faceva riferimento soprattutto al Cottolengo.
Cominciò per lui l'angoscia del denaro necessario per i creditori,
che non l'avrebbe più lasciato; non gli fu risparmiata la delusione
di essere lasciato, dopo l'entusiasmo iniziale, da collaboratori e
sostenitori. I primi dodici orfani presenti all'inaugurazione,
divennero cento dopo quattro anni, 350 nel 1939, 1200 nel 1949;
nella sua Opera confluirono orfani anche della più disastrosa
Seconda Guerra Mondiale, inoltre ebrei ricercati e rifugiati
politici; le Case si moltiplicarono in tutta la Toscana e fuori.
Papa Pio XII nel 1949 alla fine della guerra, lo ricevette con i
suoi collaboratori in una confortante udienza a suggello dei 30 anni
della sua lodevole attività , partita con cinque orfanelli che non
riusciva a sistemare.
Don Facibeni fra le molteplici attività fu l'animatore dell'UNITALSI; direttore della
"Lega di preghiera e di carità per i
carcerati" da lui fondata a Firenze nel 1938 insieme a madre Cowles
e padre Naegel; direttore della Sezione fiorentina dell'ONARMO nel
1943; direttore di "Vita parrocchiale" pubblicazione della diocesi
di Firenze.
Fu nell'emergenza punto di riferimento per carcerati, soldati,
ebrei; si autodefiniva "il povero facchino della Provvidenza Divina"
ma i suoi figli e parrocchiani lo chiamavano "il padre", appellativo
che meglio esprimeva il segreto della sua pastorale, della sua spiritualità , della sua pedagogia. La fama delle buone azioni di
Mons. Facibeni si era sparsa fuori dell'orfanotrofio ed egli era
stimato e rispettato in tutta Firenze.
Era impossibile non essere toccati dalla sua umiltà , gentilezza e
salda fede nella Divina Provvidenza.
Negli ultimi dieci anni della sua vita, fu colpito da una forma
gravissima del morbo di Parkinson, che lo ridusse ad essere
dipendente totalmente dagli altri, impossibilitato ad agire nelle
attività fisiche più elementari. Ma l'essere padre richiedeva una capacità di amore e di dedizione senza riserve, un vivere per i
figli e nei figli, fino a spogliarsi di tutto; proprio in quegli
anni di malattia padre Facimbeni meritò quel titolo che orami già da
tempo tutta Firenze gli riconosceva.
Il grande pittore Pietro Annigoni parlando di don Giulio, affermava
con una stupefacente frase "dopo aver visto gli occhi di don Giulio Facibeni, non si può dubitare dell'esistenza di Dio".
Morì a Rifredi - Firenze il 2 giugno 1958. Per capire chi è stato
don Facibeni, si può partire dai suoi funerali, così come li
racconta David Maria Turoldo:
"Io non dimenticherò mai i giorni del 2, 3 e 4 giugno del 1958; i
giorni della morte di don Giulio Facibeni; e quando lui era esposto
in Santa Maria del Fiore; e poi tutta la città raccolta in preghiera
o muta dietro la sua bara.
E non si sapeva se piangere o godere per la morte di questo prete da
nulla, in apparenza, ma che tutta la città sentiva come padre; o
godere, dicevo, per lo spettacolo d'amore di tutti questi figli cosi
difficili che spontaneamente accompagnavano un prete al cimitero.
Ed era tutta la città ; e qualche quartiere era imbandierato a lutto
come se fosse morto uno di casa; e dei negozi avevano abbassato la
saracinesca: e operai e giovani e donne e uomini di ogni partito e
di ogni tendenza si erano ritrovati dietro la stessa bara di un
omino neppure bello, di un vecchietto, di un prete insomma, che
aveva amato. Io credo che nessun fiorentino quel giorno non abbia
detto una preghiera o non abbia avuto almeno un pensiero d'amore per
quel povero prete"
Il processo per la sua beatificazione fu aperto il 10 agosto 1989;
la sua Opera continua con i suoi sacerdoti anche in Albania e in
Brasile.
Fonti: Wikipedia - Santi e Beati
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