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Don Carlo Sterpi - Venerabile: "Un prete che pareva un prete" disse
di lui don Orione
Carlo Sterpi proveniva da una famiglia di piccoli proprietari terrieri,
molto religiosa e stimata anche civilmente. Il padre fu a lungo sindaco
del paese. La madre era di animo nobile e religioso. Don Sterpi nasce a Gavazzana, diocesi di Tortona, il 13 ottobre 1874, primogenito di
quattro figli, l’unica sorella morirà adolescente, mentre il fratello
Alfonso morì neonato nel 1882, seguendo nel sepolcro la madre, che
moriva di parto a soli 30 anni. Giovanni Battista, il padre, passò a
seconde nozze con la nipote della moglie, Margherita Rocca, che Don
Carlo amò teneramente, e le fu sempre riconoscente.
Ricevuta la Cresima a Gavazzana (1882), quando già frequentava le
elementari a Novi Ligure, vi compì il primo anno di ginnasio presso il
collegio di S. Giorgio degli Scolopi (1885 – 86) completando l’intero
corso nel seminario diocesano, dove viene ammesso nel novembre 1886,
conoscendovi il seminarista Luigi Orione, di un anno più avanti di lui.
Destinato, come prefetto, al seminario minore di Stazzano, attese al
triennio teologico e ricevette gli ordini minori e la tonsura nel 1893.
Fu ordinato sacerdote il 13 giugno 1897
Don Sterpi era di modesta apparenza, ma irradiava la sua profonda pietà
dai lineamenti del volto soffuso di materna tenerezza. Fu padre e madre
per i Figli della Divina Provvidenza. "Un prete che pare proprio un
prete: quello è il nostro Don Sterpi", disse di lui Don Orione.
Condivise in pieno lo spirito e il cammino storico del Fondatore della
Piccola Opera della Divina Provvidenza, che coadiuvò, sostenne e difese
con fortezza in determinati momenti critici. Fu spontaneo, a molti,
riconoscere in lui, accanto al padre Don Orione, i tratti della figura
materna tanto le sue attitudini personali e il suo ruolo raggiungevano
quelle attenzioni educative, quella cura delle persone e della casa
proprie della madre. La sua persona suscitava in quanti lo avvicinavano
uno spontaneo senso di rispetto e di fascino. Il suo sguardo penetrante,
i suoi atteggiamenti sempre calmi e ponderati, la sua equilibrata
fermezza decisionale rendevano semplice tanto la confidenza quanto
l'obbedienza.
Quando si presentò al collegio, Don Orione stava assistendo i ragazzi in
studio. "Bravo! Sei venuto in tempo - gli disse -. Fermati un po';
assisti un momento al mio posto". E uscì, lasciandomi solo con tutti
quei ragazzi". E Don Sterpi commentava: "Ne sono passati dei momenti da
allora! Quell' un po' doveva durare diversi anni...". Durò tutta la
vita.
«Egli era un padre per tutti, di tutti si interessava minutamente, anche
se le sue cure e le sue preoccupazioni erano rivolte soprattutto alla
formazione dei chierici. Il suo comportamento verso i chierici è stato
tale che, in conseguenza di esso, tutti chiamavano Don Sterpi «la mamma
dei chierici».
Solidi principi quelli di Don Sterpi, orientamenti pratici, ma
soprattutto una fondamentale importanza alla preghiera «Persuaso come
Don Orione», ricorda Don Zambarbieri, «che il prete tanto vale quanto
prega, si adoperò nella sua opera di formazione in mezzo agli aspiranti
e ai chierici, soprattutto di crescerli con grande amore all’orazione.
Si può dire che non c’era una volta che parlasse loro senza raccomandare
la preghiera».
di Don Sterpi era un uomo sprofondato in un’altissima visione di Dio, in
un silenzio di meditazione e raccoglimento, che esplodono nella carità
operosa.
Il 12 marzo 1940, a San Remo, si spegneva Don Orione e la direzione
della “Piccola Opera” venne affidata provvisoriamente a Don Sterpi, che
sarà eletto unanimemente Direttore generale al primo capitolo della
Congregazione, celebrato a Montebello della battaglia il 3 agosto 1940.
«Ebbe come preoccupazione principale di conservare lo spirito istillato
dal fondatore».(D. A. Perduca).
«Moltiplicò le case, specialmente di formazione… curando soprattutto una
preparazione il più completa possibile dei giovani, nello spirito del
Beato Luigi Orione» (D. G. Venturelli).
«Ottenne il decretum laudis della Congregazione religiosa (24.1.1944)
che ne assicurava la presenza ecclesiale, la missione e le opere secondo
la grazia carismatica, espressa nelle Costituzioni che poté offrire alla
Piccola Opera» (id).
«Estese l’Istituto in Albania, dove nell’ottobre del 1940 si recò,
dimostrandosi padre degli orfani, ai quali all’inizio del 1941, aprì le
sue case in Italia» (D. C. Perlo). «Durante la guerra si dimostrò di una
carità paterna ammirevole, con una donazione di sé che raggiungeva –
talvolta esponendosi a pericoli gravissimi – istituzioni e persone, che
provvedeva del necessario nutrimento, cambiava di residenza perché non
fossero esposte a disastri bellici… proteggeva ‘da padre’ coloro che Dio
gli aveva affidato».
Nonostante questa incredibile attività, Don Sterpi non smentisce quella
matrice mistica, che anima ogni sua azione: era un uomo teso al
raccoglimento e alla preghiera. Tutti erano convinti che «quando metteva
lui mano a qualche cosa, l’esito era sicuro» … e «tutti (erano)
meravigliati come… potesse arrivare a tanto».
Nel 1946, terminata la guerra e resosi conto che le sue condizioni di
salute erano troppo impari all'ufficio assegnatogli, Don Sterpi prese la
decisione di rinunziare volontariamente alla carica di Superiore
generale. Da quel momento, libero ormai da pressanti impegni, volle
vivere nella discrezione, a Tortona, dedicandosi al ministero della
paternità mediante il consiglio verso i confratelli e la cura diretta di
un gruppo di orfanelli a Tortona. Fu l'aurea preparazione all'epilogo di
una vita tutta dedicata a Dio e al prossimo.
Quando nel 1882 la madre di Don Sterpi Carolina stava morendo, volle il
piccolo Carlo vicino al suo letto; evidentemente già sapeva della sua
intenzione di farsi prete, sebbene avesse appena 8 anni.
«Carlo – gli disse – fatti pure sacerdote, che sono contenta e ti
benedico; però voglio che tu sia un prete sul serio e non un prete
qualunque».
Dietro questa raccomandazione della madre, Don Sterpi visse bruciato,
all’interno, dal desiderio di Dio. Quando, nel 1898, chiese a Don Orione
di ammetterlo nell’Opera, firmandosi ‘povero peccatore’, non dubitò di
scrivere che il suo desiderio più vivo era “farmi santo e presto santo e
grande santo”.
E perché questo desiderio diventasse realtà, durante gli Esercizi
Spirituali dell’anno successivo (1899), scriveva questa preghiera:
«Dammi o Gesù, la volontà di cercarti, cercandoti di trovarti,
trovandoti di amarti, amandoti di sacrificarmi e consumarmi proprio per
te… Non c’è via di mezzo, o Gesù, voglio farmi santo. È inutile; Tu mi
chiami per questa via, ed è necessario che per questa via io cammini. O
Gesù, voglio farmi santo, non solo, ma grande santo».
Don Sterpi non fu un’anima silenziosa e nascosta, bensì raccolto e
meditativo, come ha rilevato recentemente don Andrea Gemma: il suo
silenzio è un luogo mistico più che una parvenza esteriore, il suo
nascondimento fu la fucina donde esplose la carità sfrenata.
Santo delle cose piccole, è stato definito ordinariamente straordinario,
costante nella ricerca della perfezione.
Qui vorrei, a conclusione, sottolineare alcuni momenti, che mi sono
sembrati propri di don Sterpi:
a) lo spirito di fede: che, mentre lo rendeva l’uomo della preghiera o
della corona in mano, lo unì costantemente a Dio, in tratti che non
esiterei a definire mistico-unitivi, specialmente durante la frenetica
attività durante la guerra.
b) L’abbandono assoluto alla Divina Provvidenza: fonte di fiducia e di
serenità anche nelle ore difficili e gravide di preoccupazioni per le
migliaia di persone che dipendevano dalla sua paternità.
c) La carità verso tutti, tesa particolarmente verso le membra “più
piccole” del corpo del Signore; una carità sfrenata, perché, come ha
sottolineato il Bressan, si ammalò per l’eccessiva carità.
d) L’umiltà: che i testi chiamano la base della sua spiritualità, egli
stesso viene definito l’umiltà personificata.
Le sue ultime giornate furono di intensissima preghiera e meditazione e,
nonostante tutte le sofferenze, non ebbe mai «un momento solo di
scoraggiamento e di impazienza». Pienamente uniformato alla volontà di
Dio, con il pensiero fisso al Signore e alla Madonna, tanto amata,
ricevuti i Sacramenti, mormorò fino alla fine le consuete preghiere,
spegnendosi il 22 novembre 1951 nella Casa madre di Tortona.
All’alba del 22 vennero recitate le preghiere degli agonizzanti; il
morente non poteva seguire, ma ogni volta che gli si suggerivano
giaculatorie si sforzava di rispondere e baciava il crocifisso quando
gli veniva accostato alle labbra. Poco prima delle 11 cominciò l’agonia
vera e propria, senza un lamento, senza un tremito. Ai capi del letto
venivano accese, come da suo antico desiderio, le quattro candele della
Madonna, che Don Sterpi aveva conservato con cura gelosa per la sua
ultima ora. Alle preci degli agonizzanti seguì la recita del Rosario,
durante il quale don Carlo, lentamente, reclinava il capo come per
adagiarsi in un sonno profondo.
(Fonti: Padre C. Bove, Relatore della causa di Don Sterpi presso la
Congr Cause dei Santi e articolo di Flavio Peloso )
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