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Mons Virgilio Angioini | Santi Sacerdoti
Noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli
Virgilio Angioni. Nacque il 14 novembre 1878 a
Quartu S. Elena (Cagliari), da Vincenzo Angioni e Fruttuosa Cabras e già
dalla fanciullezza dimostrò una inclinazione a soccorrere il più poveri;
accolse con gioia la vocazione al sacerdozio che sentì sbocciare in lui
e a 17 anni nell’ottobre del 1895, entrò nel Seminario diocesano di
Cagliari. Per sei anni studiò alla luce degli insegnamenti dei grandi
pontefici Leone XIII e s. Pio X, acquistando una completa formazione
spirituale e culturale; fu ordinato sacerdote il 1° giugno 1901 e sin
dal primo giorno volle dare valore al suo programma apostolico, dicendo:
“Noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli”. Si laureò in teologia
il 10 ottobre 1902, dopo una breve parentesi come cappellano della
chiesa di S. Caterina da Siena, fu mandato a Roma a completare gli studi
accademici e nei tre anni, 1902-1904, fu ospitato nel Collegio
Apostolico Leonino, frequentò l’Istituto “S. Apollinare” conseguendo la
laurea in Diritto Canonico ed i diplomi in sociologia, ascetica e
pastorale, pedagogia. Rientrato a Cagliari fu nominato coadiutore nella
Collegiata di S. Giacomo, dove poi sarà parroco per quindici anni dal
1908 al 1923.Uomo di cultura e attivo sacerdote, fu animatore culturale,
giornalista, partecipò all’impegno politico dei cattolici, preti
compresi; fondò “Il Lavoratore, settimanale democratico cristiano per la
Chiesa, per l’Italia e per il popolo”; nel luglio 1914 fondò il
“Bollettino dei Parroci”, rivista bimestrale del clero sardo. Si
distinse inoltre nel campo sociale, creando nel 1915 l’agenzia per il
disbrigo delle pratiche relative ai soldati prigionieri di guerra (si
era ormai nella Prima Guerra Mondiale e tanti giovani sardi erano al
fronte); in seguito istituì il circolo “Labor”, con annessa una scuola
serale per gli operai adulti analfabeti; inoltre fondò la “Casa del
Popolo” centro di attività culturali, sociali, ricreative e religiose
per i giovani. La vista di tanta miseria, che colpiva nel primo
dopoguerra, una larga fascia di popolazione di Cagliari, in particolare
i bambini, gli anziani bisognosi, i disabili abbandonati, lo angustiava
enormemente e maturò nel suo cuore un progetto di aiuto e soccorso, per
alleviarne le sofferenze e i disagi. Lasciò così il 25 gennaio 1923, la
parrocchia di S. Giacomo e utilizzando un vecchio convento abbandonato,
diede inizio alla sua Opera che volle dedicare al “Buon Pastore”; qui
raccolse tante bimbe, che lacere e scalze, erano abbandonate sui
marciapiedi a chiedere l’elemosina fino a tarda sera e poi si radunavano
per la notte in grotte, osterie, case di prostituzione, in una
promiscuità miserevole e oscena. La sua opera di carità, accoglienza ed
assistenza, estesa ad altre povertà e miserie, dopo alcuni anni, aveva
bisogno di una cura e guida duratura, non solo affidata ai volontari,
per cui fondò allo scopo la Congregazione delle suore “Figlie di Maria
Ss. Madre della Divina Provvidenza e del Buon Pastore”, la cui
approvazione pontificia fu ottenuta dopo la sua morte. Nei 25 anni
d’incessante e appassionata attività caritativa, fu tecnico abile,
calzolaio, contadino, pastore, boscaiolo, ortolano, sarto, pittore,
allevatore di bachi da seta, magliaio. In una lettera da lui inviata il
1 Giugno 1934 al segretario Provinciale della Federazione degli
Artigiani, don Virgilio scrive: “ Mi sono fatto capo di una famiglia di
piccole artigiane, che pensano, col proprio lavoro, alla vita, ed io
stesso sono divenuto artigiano nel vero senso della parola, alternando,
per il bene dei miei duecento ricoverati nelle varie case, l’uso del
breviario e dei libri santi con quello non meno
santo ed onorato della lima e della sega” Lui era quel tipo di uomo di
cui Gesù dice nel Vangelo, che “sa estrarre dal suo scrigno cose antiche
e cose nuove” (Mt 13,52) Nel cuore di don Virgilio c’era sempre posto
per altre iniziative di bene da realizzare. Gli facevano particolarmente
pena gli handicappati e gli anziani, ma non era insensibile anche ai
giovani agricoltori e operai. Don Virgilio era convinto che l’amore
vince tutto. Questo metodo della bontà e della compassione doveva,
ovviamente, essere usato con i più sfortunati. L’amore non sempre basta
a tenere lontane le persecuzioni e i dispiaceri. Don Virgilio ne
soffriva tanto. Ma le sue parole erano sempre parole di perdono e di
preghiera. Strapazzi, dispiaceri, sacrifici fisici e morali, malattie,
furono compagni di vita per don Virgilio, dall’inizio dell’Opera fino
alla fine. Nonostante i suoi disturbi, scrive una sua suora, egli
continuava nella sua attività, anche se sofferente. La guerra e i
bombardamenti del 1943, che non risparmiarono neppure la casa di San
Benedetto, gli costarono tante lacrime, come scrive lui stesso. Dovendo
intraprendere lunghi e stressanti viaggi legati al suo ufficio, ottenne
dalla Santa Sede, il privilegio dell’Altare Portatile, in modo che nelle
sue peregrinazioni, potesse celebrare la santa Messa in qualsiasi luogo
e circostanza. Si conserva ancora a San Benedetto la valigetta
contenente il suo altare portatile e la scatola delle ostie. All’atto
dei controlli fatti per il processo di beatificazione, le ostie
contenute nella scatola sin dalla data della sua morte, nel 1990, dopo
quarant’anni, erano ancora fresche e croccanti come se fossero state
fatte di recente. Ciò che portava avanti tanto lavoro e fatica, era la
preghiera. L’idea stessa dell’Opera nacque e maturò in un clima di
grande fiducia in Dio e di tanta pietà. Il Fondatore impresse in tutte
le sue case, un intenso ritmo di preghiera, soprattutto una grande pietà
eucaristica, con l’adorazione al SS Sacramento giorno e notte. Lui
stesso si tratteneva spessissimo davanti al Tabernacolo con grande
raccoglimento. Fin da giovane aveva avuto sempre grande devozione e
amore per il SS Sacramento. Nei suoi scritti giovanili “Scritti Intimi”
pubblicati nel 1985, si legge: “Il Santo Sacramento dell’altare è il
trionfo perenne di Gesù sulla natura, sul cuore umano, sulla società e
tutto ce lo manifesta: le passioni abbattute, le sensualità vinte, la
fede accresciuta, la pace acquistata, quella pace che dopo la comunione
ci fa pronti a versare il sangue per Dio e sacrificarci per ogni
proposito di bene, che ci rende leoni da fiacchi e viziati che prima
eravamo” Lui considerava la via Eucaristica come via di amore al Signore
e di donazione al prossimo. Un altro cardine su cui si poggiava la vita
di don Virgilio era la tenera devozione alla Madonna. Ovunque lo si
vedesse, teneva sempre la corona in mano e “sgranava” Ave Marie. Era
particolarmente devoto della Madonna di Bonacatu, conosciuta e venerata
fin dall’infanzia. I suo programma era quello di imitare il Buon Pastore
che aveva dato la vita per la salvezza degli uomini. La sua Opera è
venuta proprio da questa sua immolazione personale. L'essenza della vita
dell'apostolato della carità di monsignor Virgilio Angioni è racchiusa
nell'amore verso i più deboli, in una continua, totale ed incondizionata
donazione agli altri.
Monsignor Virgilio Angioni ha vissuto tutti i quarantasei anni del suo
sacerdozio per dare dignità alla vita, talvolta umiliata da una società
che rifiuta più deboli. L'Opera da lui fondata in via San Benedetto
continua a vivere in numerose case, realizzando il carisma dell'umiltà
nel servizio. Morì a 69 anni, il 3 settembre 1947, nella Casa Madre
dell’Opera di S. Benedetto a Cagliari, Il 9 febbraio 1991 è stata
introdotta la causa di beatificazione e nel 2004, riconosciuta
l’eroicità delle virtù, è stato proclamato ‘Venerabile’.
Il suo corpo, riesumato nel 1958 per essere trasferito nella cappella
delle suore del Buon Pastore, a S.Benedetto, si presentava intatto. La
fama di santità del Venerabile Servo di Dio è, inoltre, avvalorata da
numerose grazie ottenute per sua intercessione.
Liberamente tratto e adattato da: “ Padre di tanti poveri – Servo di Dio Virgilio Angioni – autore Luigi Porsi
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