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Don Amendolagine | Sacerdoti

"Sciocchezze, sono sacerdote!" In questa sua espressione sembra di risentire ciò che il papà, ormai agli ultimi mesi di vita,  gli aveva detto: "Beato te che diventi sacerdote!".

 

Dopo penosa e lunga malattia (morbo di Parkinson) il Signore ha introdotto, il 16 gennaio 2008, nel suo Regno di gloria, don Roberto Amendolagine, fratello di P. Raffaele.
Ci piace presentarlo soprattutto come un frutto della santità dei coniugi Lelia e Ulisse Amendolagine per i quali è iniziato a Roma, il 18 giugno 2004, il processo di canonizzazione.
Don Roberto nasce a Roma, da Lelia e Ulisse, l'11 gennaio 1934. Dopo pochi giorni è battezzato a casa, come allora era facilmente permesso, a causa del freddo e della sua gracile salute. E' il terzo dei cinque figli che impreziosiranno la vita della famiglia Amendolagine.
I genitori ci tengono che i figli ricevano una sana formazione culturale e religiosa. A tutti e cinque fanno frequentare le scuole cattoliche.
La scuola più vicina a casa è quella di San Giovanni Battista De La Salle. I fratellini riceveranno l'istruzione elementare impartita dai "Carissimi" (così chiamati allora). Sotto la medesima cura si prepareranno a ricevere la Prima Comunione e Cresima. Roberto raggiunge questo traguardo in seconda elementare nel 1941.
E sintomatico che il regalo dei genitori per questa occasione sia l'occorrente in miniatura per celebrare la messa. Presagio? Profezia? A prima vista sembra proprio di no. Infatti, raggiunta la terza media Roberto fa la scelta di entrare in un seminario che non porta al sacerdozio. Era così affezionato ai Fratelli delle Scuole Cristiane che neppure i tre anni seguenti della scuola media in un Istituto ugualmente laico del fratelli Maristi (il San Leone Magno) valgono a distoglierlo da questa sua decisione. Il papà è un po' perplesso. Non dice nulla al figlio, ma segretamente dopo essersi consultato con l'amico Mons. Ronca, manifesta la sua titubanza al direttore della scuola che lo aveva attratto, fratel Terenzio (ancora vivente), che ricorda bene quelle discussioni.. Apprezza la vita religiosa, ma il sacerdozio ha la sua preferenza. Roberto è forte. Chiede ed ottiene di andare ad Albano Laziale dove prosegue gli studi per diventare insegnante "carissimo".
Lo affascina la spiritualità "lasalliana" tutta dedita ai ragazzi. Ci si butta dentro con tutta l'anima. Sente forte l'attrattiva per il sacerdozio. Non gli basta insegnare, vuole dare Gesù. Ha difficoltà a inserirlo in materie che hanno poco a che vedere con il Vangelo. Consacrare, assolvere, predicare diventano il suo "tormento interiore", come dirà al suo padre spirituale.
Con il Concilio aveva sognato che anche i Fratelli delle Scuole Cristiane potessero avere il sacerdozio. Perorata la causa con diversi padri del Concilio, la Congregazione non si apre neppure ad avere almeno qualche sacerdote tra di loro. Anzi il Capitolo Generale dei Fratelli invita ad uscire dall'Istituto chi ha questi desideri. Roberto è titubante davanti a questa porta aperta. Deve lasciare una posizione sicura, una casa, una dimora stabile per buttarsi nell'incerto. Scrive al suo padre spirituale delle lettere che mostrano il suo stato d'animo. Gli dispiace di abbandonare una vita che l' ha formato e nella quale gode già il successo. Si consulta con Mons. Ronca, sente anche Mons Landucci, altro amico del papà, poi a malincuore fa il gran passo. Conosce Mons. Giaquinta che è segretario del Vicariato ed aiutato da lui, completati i suoi studi con la teologia alla Gregoriana, è ordinato sacerdote il 21 dicembre del 1968. Sarà suo consacratore il medesimo Mons. Giaquinta che nel frattempo è diventato Vescovo di Tivoli.
Il primo anno lo spende nella Parrocchia dei Protomartiri Romani come viceparroco, aiuto del viceparroco, che già lavora in quella parrocchia, Salvatore Boccacio (presto anche lui Vescovo).
Si dedica con fervore alla Pro Sanctitate di cui è fondatore lo stesso Giaquinta. Fa conferenze e dirige spiritualmente le Oblate. Non se la sente di vincolarsi con la Pro Sanciate perché segretamente sogna di essere richiamato tra i Fratelli delle Scuole Cristiane, se avessero cambiato opinione.
Desidera di darsi alla gioventù e il Vicariato gli mette a disposizione una chiesetta del centro di Roma. E' San Bernardino di Via Panisperna.
Inizia così una vita autonoma e il nuovo apostolato. Si stabilisce in un appartamento vicino alla chiesa, riprendendo anche l'insegnamento della religione nel non lontano liceo Virgilio.E' il 1970 e nasce così il Centro San Bernardino. Per poter guidare meglio i giovani frequenta il corso di spiritualità al il Teresianum.
Per quasi trent'anni si consuma in questo Centro con gioventù che viene da tutte le parti di Roma. Desidera dare Gesù e ci riesce. Chi l' ha conosciuto è stato nutrito con l'acqua della fede che è scaturita da lui, ormai dissetato dalla sorgente di Gesù Eucaristico.
In un suo appunto spirituale troviamo scritto: "Voglio amarti, voglio farti amare. A questo servirà il mio sacerdozio, per il quale vale la pena di sacrificare tutto, di ricominciare da capo. Signore, non sono degno di questo immenso dono, ma lo desidero tanto".
Crediamo che questo suo desiderio si sia realizzato in pieno. Ne danno testimonianza i tanti giovani che hanno frequentato questo Centro. Perno della sua attività apostolica è la direzione spirituale. Organizza soggiorni

estivi e giornate di ritiro sia in casa che fuori per incrementare la vita spirituale. Da questa nasceranno anche quattro vocazioni di speciale consacrazione. Tutti ricordano anche le agape fraterne nelle quali si dimostra pure un
provetto cuoco. La piccola chiesa di San Bernardino è aperta, forse dopo anni di quasi abbandono. I giovani fanno i turni per assisterla. Invitano alla preghiera, all'adorazione di Gesù Sacramentato. Si crea in via vai di ragazzi dell’adiacente scuola statale. Si fa volantinaggio presso l'università per offrire approfondimenti nella religione e nella vita di fede. Tiene conferenze, lezioni e dibattiti su questioni di vita giovanile. Si fa aiutare da altri sacerdoti competenti. Anche la sua casa diventa un centro di accoglienza per i vari incontri. Nelle ore libere lavora anche manualmente per rendere abitabili i locali annessi alla chiesa.
Riesce a farne uscire diverse camerette piccole piccole, ma preziose per ragazze universitarie che cercano alloggio a Roma e che non possono pagare. Chiede loro solo l'assistenza alla chiesa e le aiuta anche per il vitto. Dallo scantinato al sottotetto, tutto è sfruttato e trasformato.
Per diversi anni gli è anche affidata un'altra piccola chiesa, sempre del centro di Roma. E' San Tommaso ai Cenci. Anche lì attraverso la presenza, questa volta di ragazzi, la chiesa riprende vita.
Cresce il numero di giovani che beneficiano della sua preziosa presenza e organizzazione. Il Centro San Bernardino non è chiuso in se stesso. Presto acquista una dimensione che abbraccia tutta Roma. Don Roberto, aiutato dai giovani, ormai da lui ben preparati, inizia a curare la preparazione al sacramento del Matrimonio. Ne approfitteranno tante parrocchie inviando quelle coppie di fidanzati che non possono frequentare i corsi da loro programmati.
Don Roberto organizza una serie di incontri nei giorni e negli orari impensabili per le parrocchie. Le due chiese sono aperte così per una catechesi che spesso non si limita alla preparazione al matrimonio, ma diventa un vero e proprio cammino di fede con mete anche di Cresima, Prima Comunione e, a volte, di Battesimo.
Presto vista l'affluenza di tanta gioventù chiede ed ottiene di usufruire anche della Basilica di San Giovanni in Laterano. La domenica mattina la cappella Massimo accoglie una cinquantina di coppie. I giovani di San Bernardino gli danno una mano per l'ordine, la distribuzione di fogli, la raccolta di presenze e quant'altro necessario perché tutto si svolga senza creare confusione..
Poi venne la volta della Parrocchia di San Vitale a Via Nazionale. Il Cardinale Ugo Poletti lo insedia il primo gennaio 1988. Dovrà lasciare San Tommaso e San Giovanni in Laterano, ma non la cura di quelli che le parrocchie di Roma continuano a mandargli. Anzi lo stesso San Vitale ne diventa il centro.
Quanti giovani sono passati per le sue mani? E' difficile contarli. Certamente migliaia.
Oltre a un programma ben articolato esige da tutti un colloquio personale. Vuole entrare nella loro vita per lasciare un'impronta spirituale in vista del futuro delle famiglie nascenti. Non lascia comunque "la cartolina verde" senza averne accertato l'idoneità.
Questa attività compenserà la poca affluenza in chiesa, e perciò alle iniziative parrocchiali, in una zona di Roma ormai abitata quasi esclusivamente da uffici.
E' il parroco, almeno come territorio, del grande Ministero dell'Interno che per tanti anni aveva visto lavorare suo padre. C'è anche la Questura Centrale e il centro dei Vigili del Fuoco. Con tutti Don Roberto ha dei buoni rapporti che desidera sempre orientare alla fede. Anche i negozianti che lo vedono passare e ripassare silenziosamente davanti alle loro botteghe ne conservano un buon ricordo.
Diciotto anni improntati di modestia e instancabile laboriosità. San Bernardino fino agli ultimi anni, è rimasto il punto di riferimento che lo obbligava a muoversi nonostante il male che minava la sua salute. Si trascinava fermandosi ogni tanto per riacquistare l'equilibrio. Aveva ricevuto l'onorificenza di Monsignore, ma la sua veste l' ha indossata solo durante la visita di Giovanni Paolo II nel 1994.
Qualche giorno prima di morire all'infermiera che gli diceva: "Lei è monsignore" con quel filo di voce che riusciva a emettere rispondeva: "Sciocchezze, sono sacerdote!" In questa sua espressione sembra di risentire ciò che il papà, ormai agli ultimi mesi di vita, gli aveva detto: "Beato te che diventi sacerdote!". Sì, il sacerdozio l'ha vissuto veramente con intensità. Quando l'ultimo anno in parrocchia non poteva più dire la Messa per non "dare spettacolo" della sua infermità alla gente scendeva ugualmente da casa per chiudersi in confessionale.
L'Eucaristia e Maria presi dalla famiglia di origine sono state fino alla fine le due colonne che hanno sorretto la sua vita e che ha cercato di comunicare agli altri.
Ha celebrato la messa sempre, magari in camera, seduto. In ospedale aveva piacere che gli si lasciasse per tutta la giornata la stola che gli era data nel ricevere la Comunione. Ed una delle ultime sere chiese all'infermiera di mettere ai piedi del suo letto un quadro di "Maria, madre e sorella ". Ora in Cielo si è unito ai suoi "santi" genitori, Lelia e Ulisse, e ai due fratelli che lo hanno preceduto. Insieme a loro intercederà per chi lo ha conosciuto e per chi pregherà per lui.

Fonte: Padre Raffaele Amendolagine


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