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Don Giuseppe Ferrari

Vivere con il sole di Dio nel cuore


on Giuseppe Ferrari nato a Zogno (Bergamo) il 12 maggio 1933, fu ordinato sacerdote il 9 giugno 1956. Disponibile al vescovo, attraverso la Comunità Missionaria del Paradiso, per le diocesi più povere di clero. Fu destinato prima a Monterotondo Scalo a Roma, come vicario parrocchiale e poi a S. Francesco in Veroli, come parroco.
Don Giuseppe Ferrari Quando nei primi anni sessanta la diocesi di Bergamo accolse l'invito del vescovo di La Paz di inviare alcuni sacerdoti in Bolivia, don Giuseppe fu subito pronto a dire di sì. L'impegno in Bolivia ha caratterizzato la gran parte della sua vita sacerdotale. Vi è rimasto, salvo unna breve sosta, fino al 2004, con compiti impegnativi, quale quello di rettore del seminario nazionale di Cochabamba. Rientrato a Bergamo nel 2004, ebbe incarichi pastorali a Fiobbio, paese natale della beata Pierina Morosini, e a Dossello.

Ho scelto come professione la Santita`
In una pubblicazione pochi mesi dopo la morte (21 ottobre 2006) i nipoti don Armando e don Luigi Carminati hanno raccolto alcune lettere che sono una finestra sull'anima di don Giuseppe, prete innamorato di Dio e del ministero, spirito libero e cuore amico. Un prete che ha scelto come professione la Santità, per compagni (ha scelto) i poveri e come bandiera la Croce". Non ha fatto cose straordinarie – scrive il vescovo Roberto Amadei nella presentazione del libro – ma ha vissuto in modo straordinario il quotidiano, cioè la relazione con Dio, con le persone che hanno incrociato il suo cammino, con le vicende facili e con quelle difficili o dolorose. E questo "straordinario" è stato l'amore di Gesù Cristo accolto con cuore aperto e generosamente offerto a tutti. Ha realizzato pienamente ciò che augurava ad un prete: "...fatti un cuore grande, generoso, sempre disposto a dire di sì a tutti e ad aiutare tutti. Anzi ti dico che è necessario lasciartelo rubare: prima da Gesù e poi da quelli che ne hanno bisogno". Questo è il filo conduttore della sua vita dall'ordinazione al giorno della sua morte; è "l'atmosfera" nella quale ha respirato, ha vissuto i rapporti con le persone vicine e con quelle lontane ma sempre presenti nel suo cuore. E' l'amore che sta all'origine delle sue fatiche ordinarie e delle scelte rischiose, non sempre capite dagli altri".

Se sono stato amico in vita , lo sarò ancora di più dal Cielo.
Le lettere di don Giuseppe sono scritte tutte a mano e sono pane nutriente per chi vuole lasciarsi condurre dallo Spirito del Signore sui sentieri del Vangelo. C'è solo da sfogliare le 86 pagine e stare in ascolto di una storia, totalmente affidata a Dio e totalmente regalata alle persone che ha incontrato. Sovente capita di incontrare persone che domandano: "Come vivere da credenti e aiutare gli altri a camminare sulla via della libertà e della gioia?". Don Giuseppe non si poneva questo interrogativo. Era gioioso in volto, perchè contento dentro. Contento di Dio e della sua vocazione. Un prete che si riteneva fortunato di essere stato chiamato al sacerdozio e di avere avuto in dono dal Signore moltissime esperienze spirituali. Un prete che ha cercato sempre di porsi con disponibilità dinanzi alla volontà di Dio. Un prete riconoscente al Signore, e fiducioso in lui, anche nelle difficoltà. Un prete dal volto amico come egli stesso ha lasciato scritto nel suo testamento: "Ho vissuto un dono grande nella mia vita:l'amicizia. E l'ho vissuta sempre con sincerità e lealtà. Sono convinto che è il dono più bello col quale il Signore benedice l'esistenza. Se sono stato amico in vita , lo sarò ancora di più dal Cielo".

Avanti con gioia
La gioia è la caratteristica immediata che traspare dalle lettere di don Giuseppe. Il suo ministero era impegnativo, come lo è ovunque, ma in particolare dove le condizioni socio politiche sono pesanti e oppressive. "Credo che dai giornali saprà come se la prendono con la Chiesa: minacce fisiche da tutte le parti... ma non c'è da arrendersi: avanti con gioia, serenità, fiducia e qualcosa resta...". Nel gennaio 1972 scrive da Cochabamba: "Ho incominciato questo nuovo anno all'insegna della gioia e di una incrollabile speranza. Voglio essere buono, questo è il desiderio più grande e di conseguenza voglio aiutare più che posso i bisognosi di qualsiasi classe siano. ... Ho sempre cercato di portare gioia , allegria e dare una mano un po' a tutti. Però è anche il momento di una definizione totale del mio sacerdozio: credo sinceramente che è necessario parlare, denunciare , dire le cose secondo il Vangelo, qualunque sia il rischio, con il solo scopo di aiutare quelli che soffrono...io parlo, parlo semplicemente, chiaramente, soprattutto cercando di dare una orientazione che non è mai quella della violenza".

La vera tristezza: il peccato
Ritorna sul tema della gioia in una lettera da La Paz del 1974: "Mi sento pieno di gioia e di entusiasmo col desiderio di far volare questi anni all'insegna della buona volontà... Sarebbe bello aprirsi, essere chiari,sinceri, leali e proprio nella nostra categoria mancano spesso questi valori umani fondamentali. ...Ho tanto desiderio di continuare a vivere il sacerdozio, ma viverlo io, il mio sacerdozio e cercando di non metterci sopra nemmeno una briciolo di patina...".
Il vero male per don Giuseppe è il peccato. Ciò che rende tristi o fa cadere le braccia non sono le difficoltà del ministero o le condizioni di malessere fisico, ma i peccati. Nella scia del peccato poi tutto appare negativo. Per vincere la tentazione che porta a mettersi gli occhiali scuri nel leggere la realtà e induce a un fondamentale senso di pessimismo, don Giuseppe
suggerisce la via della preghiera: pregare con più gioia e crescere nella certezza che è il Signore che ci conduce. E' lui la nostra guida: quando un campo di lavoro si chiude, altri se ne aprono. Il campo di Dio non ha confini. Dall'alto della Croce lo sguardo si apre su un panorama immenso. Dall'alto della Croce "si guarda il mondo con gli occhi di Dio, pieni di stupore, di semplicità e di speranza".

Un diploma ad honorem: "sovversivo"
Non so quando e non so dove, don Giuseppe ricevette un diploma ad honorem. Ne parla in una lettera del 1976: "Il diploma ad honorem che mi hanno dato è quello di " sovversivo" ....che cosa cerco? Poter dare un po' di gioia, un po' di fiducia, un po' di consolazione; è stato in fondo il perché della vocazione. Poi la vita corre ogni giorno, arrivando la sera contento del poco fatto e del molto che è la misericordia del Signore. In fondo è bello sperimentare (non saperlo a memoria) che Dio ci vuole bene non per quello che gli diamo, o per quello che siamo noi, ma perché è Padre pieno di misericordia . E si tira avanti nella gioia , nella buona volontà, nella fiducia di un domani migliore".

il regno di Dio è di Dio...
Don Giuseppe era convinto che la cosa più importante per custodire l'anima nella gioia era il rapporto personale con Dio che si esprime nella preghiera. Nella preghiera sentiva Cristo come amico costante, col quale conversare ad ogni passo e imparare a vedere la storia con i suoi occhi, come hanno fatto i grandi testimoni del Vangelo. "Stamattina mi sono alzato col proposito di vivere la perfetta letizia di S. Francesco... Sto pensando che S. Francesco non aveva questi grattacapi, o forse sapeva riderci sopra e ridimensionare tutto nella perfetta letizia, che in fondo era vedere la terra con gli occhi del cielo, o vedere il nostro tempo col tempo di Dio". Per don Giuseppe la sorgente del ministero stava nel rimettere se stessi unicamente a Dio. Nel 1979 scrive: "Io vado avanti alla buona, pensando che il regno di Dio è di Dio... Personalmente sono sereno, fiducioso e contento: forse la gioia più grande, mi viene dall'amicizia e intendimento con quelli che sono con me".

Una scappatella sull'Illimani
Nella preghiera sentiva che essere discepolo di Gesù non è questione di fare tante cose, di ottenere grandi risultati, ma di guardare a Dio e di essere tra la gente un mistero vivente. Così confida all'amico prete nel 1953, a cinquant'anni compiuti: "Le difficoltà non mancano, ma mi sento addosso quella grinta, un po' sbarazzina e quella caparbietà che me ne fa desiderare sempre di nuove. Ormai mi sembra di essere a quel traguardo della vita in cui , non si cerca tanto quel "multa, sed multum". L'entrare in profondità, nell'essenziale, che è poi la gioia di testimoniare un po' di amore che viene dall'alto. ... Ho compiuto i 50! Quasi vorrei, a modo di canto del cigno, fare una scappatella sull'Illimani... mah! Mi piacerebbe arrivare ancora in cima". Cammino per altro sempre in salita: "Mi alzerò e riprenderò il cammino, anche se mi brucia quel sentirmi "servo inutile". Cercherò di amare con vero cuore... cercherò di guardare con altri occhi... di guardare il popolo di Dio, i suoi bisogni, per formare sacerdoti che siano pastori con un cuore ricco di misericordia".

Il cuore di Dio passa attraverso il cuore di ogni povero.
La realtà sociale economica della Bolivia lo metteva a contatto ogni giorno con la povertà e la miseria. Don Giuseppe è venuto incontro ai bisogni delle persone che ha incontrato dando tutto di sé. Non ha però mai perso di vista che il dono più importante da condividere con i poveri è il vangelo: annunciare a tutti che Dio ci ama. Per questo scrive nel 1979: "Non mi lascio andare per il sociale, è da molto tempo che ho capito che non di solo pane vive l'uomo. Però è pur vero che il cuore di Dio passa attraverso il cuore di ogni povero".

Contento del suo ministero
Don Giuseppe ha vissuto il sacerdozio con entusiasmo e gratitudine a Dio e alla chiesa, come un dono di predilezione. "Contento?" - si domanda nel testamento. "Mi sono sempre sentito felice, anche ne dolore, cioè mi sono sempre sentito amato, benedetto, perdonato dal Signore e dalle persone". Il suo essere prete allegro e giocoso si è manifestato sempre apertamente nei suoi pensieri e nei suoi modi di fare. "Ci crediamo ancora, con lo stesso entusiasmo, con un po' più di umiltà, conoscendo la verità di me stesso, ma anche con più gioia e gratitudine. Va bè... non siamo arrivati tanto "in alto..." ma è così bello essere liberi e combinare un sacco di guai nel regno di Dio, che poi è nella chiesa... Un bel sorriso e continuiamo a picconare...forse noi no, ma qualcuno vedrà un sentiero attraverso la montagna di questo millennio che si perde nel futuro pieno di luce. Cosi dico ai miei seminaristi: voi siete la vostra chiesa e sarete senz'altro anche i vescovi di domani". Non nasconde la sua contentezza per il lavoro fatto. Scrive nel 2003 alla vigilia di rientrare definitivamente a Bergamo: "Anche quest'anno, il nostro saluto ci ha portato in montagna, ci ha fatto rivivere la cordata dei nostri tanti amici, che sono sulla Vetta. E' bello pensare ad un'amicizia che non tramonta, ma che si colora di eternità...Mi sembra di aver lavorato con questo fine: preparare, perché questa chiesa prenda in mano la sua responsabilità! Rientrerò, senza patemi d'animo e molto libero, semplice e fiducioso".

Un solo desiderio: buttagli le braccia al collo.
Con il cuore gioioso del bambino, ha affrontato la montagna più bella, più alta e misteriosa di tutte le cime della Cordillera Real da lui raggiunte, in 40 anni di Bolivia. E' andato incontro al Signore con il desiderio spontaneo dei piccoli di perdersi nell'abbraccio di Dio. "Soddisfatto?" – si domanda nel suo testamento. "Se guardo all'eternità che mi aspetta , sento il rimorso di non aver fatto di più e meglio; però se guardo il Crocefisso , il cuore si colma di fiducia e di speranza. Ho un solo desiderio: buttargli le braccia al collo e gridargli " Signore mio e Dio mio, per sempre"." O bone Jesu fac ut sim sacerdos secundum cor tuum".


Maria Caterina Muggianu di Maria Caterina Muggianu
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(Fonti: Don Arturo Bellini)
  
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