Fondatore delle Figlie di San Giuseppe - di Genoni
Felice
Prinetti. Nacque a Voghera (Pavia) il 14 maggio 1842, terzo di sei figli di
buona famiglia, che lo avviò agli studi superiori. Dai suoi ricevette un’ottima
educazione cattolica. Due suoi fratelli divennero sacerdoti, ed egli intraprese
la carriera militare. Già da studente si era iscritto alla Conferenza di San
Vincenzo de Paoli, dedicando il suo poco tempo libero ai poveri e ai malati. A
18 anni, entrò nella Regia Accademia Militare di Torino e si arruolò come
volontario nell’esercito piemontese, frequentando altresì il Politecnico da cui
ne uscì con la laurea in ingegneria. La sua carriera fu rapida e brillante.
Prima sottotenente, poi tenente, infine capitano, promosso sul campo di
battaglia il 19 giugno 1866, durante le operazioni della III guerra
d’Indipendenza. Nel 1871, divenne direttore del Regio Polverificio di
Fossano, addetto allo Stato Maggiore Generale e al Ministero della difesa
dell’appena costituito Regno d’Italia. Ma dentro di sé, il capitano Prinetti
provava un certo disgusto perché si era voluta fare l’Italia contro la Chiesa e
contro il Papa, quindi contro la stessa tradizione cattolica del popolo
italiano. Lui, in caserma come in licenza, con i commilitoni e con i
familiari, dovunque e con chiunque si trovasse, lui era cattolico tutto d’un
pezzo, con il nome di Gesù sulle labbra e a fronte alta. Egli manifestò la sua
fede profonda e schietta. Sovente lo si poteva vedere in preghiera, in ginocchio
davanti al Santissimo Sacramento o con il Rosario in mano dinanzi all’immagine
della Madonna, vestito della sua bella divisa da ufficiale. Prima di tutto egli
era miles Christi: cavaliere di Cristo. Il suo attendente riferì che l’ufficiale
Prinetti recitava con lui, tutti i giorni il Rosario. Un giorno, a Torino, venne
notato da un suo collega ufficiale mentre seguiva una processione religiosa, in
divisa e con il rosario in mano. L’anticlericalismo dominava nell’esercito. Il
collega, al suo rientro in caserma gli rimproverò di aver disonorato la divisa
con il suo atteggiamento di credente. Il capitano Prinetti non ci vide più e
reagì con fierezza. L’altro, allora, lo sfidò a duello. Da cattolico non poté
raccogliere la sfida, ma le consuetudini del tempo glielo imponevano. Da
qualche tempo però, proprio per non aver più nulla a che fare con l’orientamento
anticlericale e massonico del suo ambiente, sentiva un’attrattiva singolare,
quella di arruolarsi nella milizia di Cristo. Nell’ottobre del 1873, giunse
al Polverificio di Fossano, il Padre Paolo Abbona degli Oblati di Maria Vergine,
fondati dal Pio Brunone Lanteri, con un gruppo di paggi birmani, mandati
dall’imperatore di Birmania a studiare i vari eserciti europei. Il Padre Abbona
propose al capitano Prinetti di recarsi in Birmania a dirigere il Polverificio
di Magdallé. Ne ricevette una risposta impensata: “Vi andrò volentieri, ma per
seguirvi Nostro Signore”. Il 27 novembre 1873, si dimise dall’esercito.
Furono momenti di forte prova ma Prinetti era un uomo di grande fede e di
preghiera. Il 15 dicembre entrò tra gli Oblati di Maria Vergine per consacrarsi
a Dio per sempre. Il suo atteggiamento contemplativo, la sua preghiera
prolungata davanti a Gesù nell’Eucaristia e la devozione alla Madonna lo
accompagnarono fino al sacerdozio e per tutta la sua vita. Il 23 dicembre 1876
venne ordinato sacerdote. Nel 1881 il suo confratello Vincenzo Berchialla venne
consacrato Arcivescovo di Cagliari. Il neo prelato si scelse come segretario
proprio don Felice, e così, per la Solennità dell’Immacolata del 1881, entrambi
erano a Cagliari.Don Felice si prese cura dei gravi problemi della Diocesi e
della Sardegna. Da uomo d’azione e da vero innamorato di Gesù, si mise all’opera
in obbedienza col suo Vescovo, manifestando tutto il suo amore per la Chiesa
locale e universale. Rettore del Seminario, si mostrò un vero padre per i
chierici, e poi direttore dell’ufficio amministrativo, direttore del giornale
diocesano, direttore spirituale ricercatissimo e confessore presso l’Asilo della
Marina, dove era madre superiora la vincenziana Giuseppina Nicoli, oggi Beata.
Lavorava fino allo stremo delle forze ma sempre santamente allegro, come
testimonia la Beata Nicoli in una lettera inviata alla sorella. Diceva
sovente: “Com’è buono Gesù che ci concede di lavorare e persino di soffrire per
Lui! Non è questa l’intimità dell’amore?”. La sua vita era animata da un intenso
amore mariano e dal profondo amore per l’Eucaristia. Un testimone scrive:
“Quando al mattino iniziava la sua giornata scendeva in chiesa a far parte del
Mosè Orante. E lì restava ore e ore sgranando il suo Rosario, fisso lo sguardo
al Tabernacolo” Quando parlava della Madonna, incantava chi lo ascoltava.
Quando in Seminario vennero a mancare le suore del Cottolengo, Don Felice riunì
attorno alla signora Eugenia Montisci,( rimasta vedova appena dopo il
matrimonio), un gruppo di giovani donne che frequentavano l’Asilo della Marina,
affinché avessero a cuore il servizio alla Chiesa e ai sacerdoti. Nacquero così
le Figlie di San Giuseppe, che Don Felice pose sotto la protezione di San
Giuseppe, patrono universale della Chiesa, certo di ottenere da lui ogni grazia.
Padre Prinetti aveva forte il senso della costante protezione di San Giuseppe e
della Madonna, come appare da una lettera che scrisse al Rettore maggiore quando
parlava delle sue suore… ”Il Signore le ha dato una grossa croce per un disegno
tutto d’amore. La Santissima Vergine e San Giuseppe sono là a pregare per noi.”
Nel 1889 il gesuita Padre Porqueddu, conoscendo la particolare capacità di Padre
Prinetti, per salvare i suoi parenti dal grave dissesto economico propose a Don
Felice l’acquisto dei suoi beni di famiglia a Genoni, nella Diocesi di Oristano.
Dopo un periodo di riflessione e di preghiera Padre Prinetti finì per accettare
e vi accompagnò una piccola comunità di Figlie di San Giuseppe, dicendo loro:
“Voi dovete ottenere grazie abbondanti per la conversione dei peccatori e per la
salvezza delle anime.” I poveri di Genoni (quasi tutti gli abitanti del paese)
ebbero di che benedire il giorno in cui Padre Prinetti mise piede nel paese.
L’azienda riusciva a dare lavoro a più di cento persone alla volta e la fame
cominciò a scomparire da quelle terre. Anche quando non c’era bisogno,
specialmente quando il tempo era cattivo, mandava a chiamare i giornalieri e li
metteva a fare qualcosa, magari inutile, per poter dare la paga senza umiliarli,
grano e legna da ardere. Nel 1892, Mons. Berchialla morì e il nuovo
Arcivescovo, Mons. Serci, trattenne per qualche tempo a Cagliari don Felice. Ma
presto si alzò contro di lui, come sovente capita ai santi, un’ondata di
avversione così aspra che venne richiamato a Torino. Il 19 dicembre 1894 giunse
a Giaveno come rettore degli aspiranti Oblati. Guidò la sua Congregazione di
Suore con le lettere e con le visite annuali, ma non trascurò mai gli incarichi
che gli venivano assegnati. Il 24 ottobre 1895 Mons. Zunnui, Vescovo di
Oristano, confermò l’erezione canonica delle Figlie di San Giuseppe e la casa di
Genoni divenne la loro Casa Madre. Nel collegio di Giaveno, fino al 1903,
nella chiesa di San Francesco d’Assisi a Torino fino al 1906, Don Felice fu un
educatore forte e dolce, uomo di scienza e di fede, confessore e guida delle
anime, di intima vita a due con Gesù. Ricercatissimo per bontà e dottrina,
leggeva nelle anime e compiva azioni che sapevano di miracoloso. Nel
settembre 1906, il Card. Pietro Maffi, Arcivescovo di Pisa, lo chiamò ad aprire
una casa nella sua città, presso la chiesa di San Jacopo all’Orticaia. Gli
chiesero: “Ma che cosa viene a fare? Sono tutti anticlericali, rossi, anarchici,
mangiapreti!”. Eppure, andando contro corrente, come al solito, con la verità e
con la carità di Cristo, Don Felice iniziò la rigenerazione del borgo. Armato di
sola umiltà e carità, annunciò senza sconto tutta la verità di Gesù. Anche i più
lontani e i più malintenzionati scoprirono in lui Gesù crocifisso e di Gesù
sentirono il fascino segreto, la sua singolare pedagogia che avvince e
conquista. Felice Prinetti finì così a Pisa, e proprio nel quartiere degli anarchici.
Qui, tra attentati, incendi dolosi, revolverate in aria per disperdere sommosse,
il Servo di Dio consumò l’ultimo atto della sua avventurosa esistenza, un ultimo
lungo atto che lo vide costretto a una logorante spola con la Sardegna dove
erano rimaste le sue suore. Quel quartiere pisano “rosso”, dove i preti non
osavano entrare, divenne grazie a lui “bianco”. E il trio composto da lui,
l’arcivescovo Maffi e il venerabile Toniolo fece di Pisa uno dei fulcri della
ripresa “sociale” del cattolicesimo italiano. Fece sorgere, la Scuola di
Sociologia, la prima in Italia, di cui è numero uno il professor Giuseppe
Toniolo. Nel medesimo tempo, è sacerdote di intensa preghiera, un vero mistico,
dalla dottrina sana e sicura, dalla pietà austera e dolcissima. Stava ore e ore
in chiesa a pregare il Rosario e ad adorare Gesù. Man mano che gli acciacchi gli
impedivano l’attività fisica compensava con la preghiera. Quando diceva messa si
incantava , “tutto assorto nella grande opera che stava compiendo all’altare e
nessuno, sia prima che dopo la Santa Messa, avrebbe osato, con qualche parola,
distrarlo dal suo assorbimento in Dio”. Aveva un altissimo concetto del
sacerdozio e più passava il tempo più si identificava con Cristo in croce che,
come sacerdote, rappresentava. Era sempre stato una roccia ma alla soglia dei
settant’anni cominciò ad accusare i primi sintomi del male che lo avrebbe
portato alla morte. Il 5 maggio 1916, venne colpito da infarto, cadde come un
soldato sul campo. Aveva settantaquattro anni. I funerali si trasformarono in un
vero e proprio pellegrinaggio di canonici, studenti, preti, suore, associazioni,
persone credenti e non credenti. Dovunque sia stato quest’uomo ha lasciato
dietro di sé benedizioni, venerata memoria, pace, carità, riconciliazione con
Dio e pane. Don Orione in una conferenza disse: "E morto un santo!" E' in corso
la sua Causa di beatificazione.
di Maria Caterina Muggianu Content Provider Regina Mundi