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Beato P.Giovanni Mariano della Croce - Garcia Mendez martire

(S. Esteban de los Patos 25 settembre 1891- Silla 24 agosto 1936)


adre Mariano Garcia Mendez nacque a S. Esteban de los Patos, vicino Avila, il 25 settembre 1891 da Mariano Garcia Hernandez e da Emeteria Mendez Grande, giovani, modesti, pacifici agricoltori; al battesimo ebbe lo stesso nome del padre Mariano e fu il primo di quindici figli.

Ricevé la Cresima ad un anno e mezzo, cosa abbastanza usuale nelle famiglie profondamente religiose di allora. Cosa rarissima a quei tempi, Mariano fece la Prima Comunione a sette anni e da allora cambiò; non solo giochi ma anche occupazioni che rispecchiavano la sua religiosità, ritagliava immaginette sacre dalle stampe, costruiva altarini, invitava i compagni a pregare o spiegava il catechismo.

Più grandicello prese ad aiutare la famiglia nei lavori agricoli e verso gli undici anni dando ascolto a quella chiamata che sentiva dentro di sé, entrò in Seminario ad Avila.

La nonna materna è incaricata della pulizia della chiesa e desidera sempre fiori freschi per adornare l’altare e lui, Mariano, ha una scusa per prendere la chiave, aprire la chiesa, portare i fiori alla Madonna per poi fermarsi a pregare. “La sua pietà era solida e fervente, la sua austerità e il suo spirito di sacrificio orientati verso la carità con tutti. Parlava frequentemente della Madonna.

Beato P.Giovanni Mariano della Croce - Garcia Mendez martire Varie volte al giorno fuggiva in chiesa per far visita al santissimo Sacramento... “.
Giunto alla vigilia dell’ordinazione sacerdotale, una crisi lo colpì, si sentiva spinto ad una vita più mortificante del suo orgoglio di primo della classe, di modello per gli altri studenti; quindi lasciò il Seminario e andò nel convento Domenicano di Avila, ma anche qui dopo un anno di Noviziato non portato a termine, subendo continui mal di testa, bocca secca, un’afonia inspiegabile che non lo faceva partecipare al coro, lasciò e ritornò umiliato al Seminario diocesano, dove nonostante tutto fu benevolmente accolto dai superiori.
Completò gli studi e fu ordinato sacerdote il 18 marzo 1916 dal vescovo di Avila mons. Gioacchino Beltran; Il 25 marzo sul campanile della chiesa di S. Esteban sventola una bandiera bianca e suonano a festa le campane; sono segni della gioia che anima il paese, don Mariano celebra la sua prima Messa.
Il vescovo di Avila lo assegnò come vicario in due parrocchie della Vecchia Castiglia a Herman-Sancho e Villanueva de Gomez e lui zelante, si spostava da una parrocchia all’altra, la sua opera di sacerdote e pastore gli meritò la convinzione generale dei fedeli che fosse un santo.
Il vescovo contento del suo impegno, gli assegnò una terza parrocchia nel 1918, nominandolo vicario economo di S. Juan di Encinilla; caritatevole oltre ogni limite, dava ai poveri tutto quello che aveva; si consumava nella preghiera, sotto la pioggia e sotto la neve, don Mariano accorreva ad ogni chiamata nonostante le distanze fra i vari luoghi.
In quegli anni la salute già cagionevole, diventava più precaria a causa di una gastrite cronica e nel settembre del 1921 lasciò i suoi incarichi di vicario, per diventare cappellano del Noviziato di S. Giuseppe dei Fratelli delle Scuole Cristiane a Nanclares de Oca (Alava).

Qui restò solo undici mesi, nonostante l’invito dei Fratelli a restare, ma padre Mariano era sempre alla ricerca di come soddisfare il suo desiderio di una vita più contemplativa, unita a Dio profondamente e il 17 maggio del 1922 ottenne il permesso di entrare fra i Carmelitani Scalzi, nel convento di Larraca-Amorebeita, cambiando il nome in padre fra Juan Garcia Mendez di S. Stefano. Ma la salute ancora una volta fu determinante, dopo un anno ritornò il don Mariano di prima.

Sarebbe stato un ottimo Domenicano o Carmelitano se la salute l’avesse permesso, i superiori degli Ordini avevano entrambi provato a trattenerlo e solo a malincuore avevano acconsentito alla rinuncia.
Il suo vescovo di Avila comprensivo, gli affidò di nuovo l’incarico di vicario a Zabarcos e nella vicina Horcajeulos, anche se il desiderio della vita religiosa lo tormentava sempre più forte.

Dopo nemmeno un anno d’intensa operosità, fu trasferito a Sotillo de las Palomas; in ogni luogo veniva indicato come un santo, era uso pregare in chiesa verso mezzanotte davanti al tabernacolo con le braccia aperte, sobrio nel cibarsi, dormiva spesso per terra, interveniva in difesa degli aggrediti o perseguitati, fu fatto segno anche di una violenta sassaiola.

Nel 1924 la svolta attesa, madre Maria Gesuina del Gran Poder, superiora a Madrid delle Suore Riparatrici, ebbe l’occasione di ospitare un gruppo di Sacerdoti del Sacro Cuore, fondati dal venerabile Leone Dehon (1843-1925) e a loro parlò di don Mariano, del quale sapeva i suoi desideri e accoglieva la sua confidenze.
Avuto di nuovo il permesso del vescovo, padre Mariano andò a Novelda per il Noviziato tra i Sacerdoti del Sacro Cuore, diu Padren Leone Dehon e, secondo l’usanza di allora cambiò il suo nome in Juan Maria de la Cruz Garcia.

Era felice di aver trovato la sua strada, poneva nelle cose tutta la sua anima ardente, tutto il fuoco del suo essere, senza risparmiarsi. Ma la sua fragile salute ancora una volta stava per far saltare tutto, allora padre Juan Garcia Mendez il 16 gennaio 1926, scrisse in una stupenda lettera a Dio, di concedergli almeno dieci anni di vita, se era volontà Sua, per poterlo glorificare nella salvezza delle anime.

La preghiera fu esaudita, la salute non impedì più a padre Mariano di proseguire per la sua strada. Emise la sua professione nell’ottobre del 1926, in quell’occasione ricevette una crocetta nuda con un cuore d’argento che portò sempre e servirà poi ad identificarlo fra i cadaveri buttati in una fossa comune del cimitero di Silla.
Semplice nel comportamento e nei rapporti con gli altri; abituato come parroco a decidere, dovette da religioso aspettare il permesso dei superiori per tutto.

Ma in Spagna si approssimavano giorni molto tristi, già nel 1931 furono incendiate e devastate un centinaio tra parrocchie, chiese e Istituti religiosi, con lo scopo di distruggere il Cattolicesimo nella Spagna; nel 1934 ci fu la rivoluzione delle Asturie con 34 sacerdoti uccisi e 58 chiese distrutte.
Dopo le Asturie fu la volta della Catalogna e padre Juan Garcia Mendez non ebbe più quell’accoglienza cordiale di prima, quando bussava a qualche porta per un contributo. Era la sua veste nera, portata con orgoglio, a far chiudere le porte in quel triste periodo che coinvolgeva anche la Navarra e altre province.

Il 24 luglio il superiore di Garaballa, il convento-santuario dove era stato mandato per un po’ di riposo, decise di sciogliere la comunità minacciata dagli assalti dei miliziani rossi che tutto distruggevano, per salvare la vita a tutti gli ospiti.

Padre Mariano insieme ad uno studente s’incamminarono per allontanarsi, ma si divisero dopo un po’, il sacerdote volle recarsi a Valenza che raggiunse avventurosamente e una volta giunto restò esterrefatto nel vedere le artistiche chiese bruciate e saccheggiate.
Il suo risentimento di sacerdote davanti allo scempio lo tradì, fu arrestato per strada sebbene travestito e portato al commissariato e da lì in prigione identificato con il numero 476.
Rimase nel carcere Modello di Valenza per un mese, in questo periodo, ormai desideroso più che mai del martirio, padre Mariano sfidò con il suo atteggiamento, con il rincuorare gli altri, con la preghiere in comune, con le confessioni, i suoi arrabbiati carcerieri, che non vedevano l’ora di eliminarlo, come avveniva con le tante esecuzioni giornaliere.

P. Gianni Garcia è diventato l’amico di tutti. Si va da lui per vederlo, ascoltarlo, parlargli, confessarsi.
Una nuova repressione conduce in carcere don Salvatore Hernandez, professore del seminario di Valenza.
Don Salvatore ha con sé ostie consacrate. Una mattina don Hernandez gli consegna un frammento dell’Ostia consacrata. Quella diviene una giornata eccezionale.
I compagni di cella lo vedono assorto in un raccoglimento da cui nulla può distoglierlo. Rumori, vocii, richiami, nulla.
La cella 476 quel giorno è trasformata in cappella. I compagni entrano ed escono silenziosi, con molto rispetto. Preferiscono avvicendarsi nelle mansioni del padre e lasciarlo lì in preghiera e adorazione, a tu per tu con Dio..Lui pregaanche per loro. Per quanto ridotte a frammenti le ostie portate da don Hernandez non possono durare più di un certo numero di giorni. Servendosi delle opportune autorizzazioni concesse dal S. Padre per la circostanza, don Hernandez fa sì che si riesca a celebrare la S. Messa in carcere.

Venne anche per lui l’ora del martirio, il 23 agosto 1936 fu prelevato dal carcere insieme ad un altro sacerdote don Vincenzo Palanca e otto laici, dalle guardie scelte della Federazione Anarchica Iberica, i più puri, i più duri, i fedelissimi della rivoluzione.
Furono condotti con un camion ad un piccolo paese Silla e verso l’alba del 24 agosto, fucilati. Il comandante dei miliziani urla e si impone con la forza, il plotone è pronto.

Un ordine: "Fuoco!"
Una risposta: "Viva Cristo Re".
È l’alba del 24 agosto 1936. I loro corpi, l’indomani, furono seppelliti tutti insieme in una fossa del cimitero dagli abitanti del paese, che erano stati intimoriti con le armi a stare in casa, sulla tomba non fu messo un segno che li ricordasse; ormai era iniziato il macello di quella disgraziata e sanguinaria Guerra Civile e a stento c’era qualcuno che seppellisse i tanti morti lasciati dappertutto.

La salma del protomartire della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore (Dehoniani), fu in seguito recuperata e trionfalmente traslata alla Scuola Apostolica di Puente la Reina, il 1° aprile 1940.
Ammalato, aveva chiesto nel 1926 al Signore, dieci anni di vita per glorificarlo: “Se non è orgoglio, se non è presunzione, se a te piace. Dio dell’anima mia, se è conforme al tuo beneplacito e alla tua gloria, concedimi almeno dieci anni di vita per lavorare con vivo interesse e zelo per la tua gloria alla salvezza delle anime “.

Così aveva pregato e scritto il 16 gennaio 1926.
All’alba del 24 agosto 1936 il S. Cuore accoglie la sua vita.
Giovanni Paolo II lo ha beatificato l’ 11 marzo 2001 con altri 232 vittime della guerra civile spagnola.


Fonti: Tratto da "L'Araldo" n.2/2001. A cura di P. Leonardo Cusmai, scj)

 




Maria Caterina Muggianu di Maria Caterina Muggianu
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