Può essere difficile tener fede all’impegno cristiano della testimonianza, soprattutto in un contesto culturale che tende a emarginare chi non è efficiente, o chi è segnato dalla malattia e dalla disabilità.
«Ho 56 anni, e sono quello che si può definire un cattolico praticante. Qualche mese fa mi sono trovato davanti a un caso di coscienza che mi ha portato a interrogarmi sul mio modo di vivere il cristianesimo. Una mia parente, alla prima gravidanza, dagli accertamenti ai quali si sottoponeva regolarmente, nonché dall’amniocentesi effettuata su consiglio del ginecologo, ha appreso che il figlio che aveva in grembo era portatore di una gravissima malattia (cromosoma 18) che lo condannava a morte certa, pur se lei avesse portato a termine la gravidanza. Le lascio immaginare il turbamento di questa giovane coppia e di tutti i familiari. Dopo varie consultazioni, marito e moglie hanno deciso di abortire. Al di là del grande dolore che ho provato per questa mia parente, ciò che però tuttora mi turba e mi interroga è che in questa vicenda io non sono stato capace né di suggerire loro di rivolgersi a un sacerdote, né ho saputo testimoniare il mio essere cristiano, così come sarebbe stato doveroso per uno che si considera tale. Faccio presente che da sempre sono contrario all’aborto. Mi sono confessato di questa mia incapacità, ho trovato un sacerdote che mi ha assolto, ma ancora mi chiedo: se si presentasse un caso analogo, come mi comporterei? Questo pensiero mi fa soffrire e, come dicevo, mi induce a pensare che spesso mi dichiaro cristiano, ma quando poi mi capita di dover testimoniare il mio credo, la debolezza umana è superiore a tutto». F. P.
San Paolo afferma che «abbiamo un tesoro in vasi di creta» (2Cor 4,7): così mi sembra di poter riassumere la sproporzione che spesso percepiamo tra il dono della fede che anima le nostre convinzioni e la nostra instabile capacità di testimoniarla con coerenza nella vita di ogni giorno. E questo vale anche per il Vangelo della Vita così luminoso, ma anche così fragile, difficile da annunciare in un contesto culturale che tende a emarginare chi non è efficiente e produttivo, chi è segnato dalla malattia e dalla disabilità. E quando entrano in gioco i legami familiari sembra ancora più arduo tenere fede all’impegno cristiano della testimonianza.
Certamente l’aborto – senza eccezioni – è sempre un grave disordine morale in quanto uccisione di un essere umano innocente (Evangelium Vitae, 62), eppure non ci possono sfuggire i particolari caratteri di drammaticità della situazione descritta. Siamo in presenza di un «feto terminale», una gravidanza che esiterà quasi certamente in un neonato con una limitatissima speranza di vita e con uno strascico di gravi patologie correlate. Possiamo solo lontanamente immaginarci lo strazio che accompagna i genitori dopo una così tragica scoperta, la loro difficoltà a intravvedere soluzioni alternative a quella prospettata. Tutto ciò non giustifica l’aborto, ma invita a meditare e ad agire: è proprio quello che hanno fatto alcune famiglie con l’aiuto di medici, psicologi, religiosi e altre coppie. Hanno scelto di far nascere e di prendersi cura fino alla fine del loro piccolo bambino gravemente malato: «un cammino terribile e bellissimo… una lotta contro la paura e il dolore… un lutto molto più dolce da sopportare»! Si tratta di una rete di solidarietà che punta a sostenere, senza giudicare, perché nessuno si senta solo di fronte a scelte di vita e di morte, una rete che si va organizzando in associazioni che collaborano con centri di alta specializzazione pediatrica come La Quercia Millenaria con il Gemelli di Roma o l’ABC Bambini Chirurgici del Burlo Garofolo di Trieste. Piccoli semi di Vangelo e di vita che intendono mettere radici e portare frutto per chi si confronta con situazioni che sembrano senza via d’uscita. Un’ultima considerazione: che la consapevolezza a posteriori generi sofferenza mi sembra un salutare indizio di una coscienza in buona fede che non deve stancarsi di crescere verso una sempre maggiore coerenza. È questo il cammino di ogni cristiano. «Non è bene affliggersi per il passato né angosciarsi per ciò che non si può rimediare. Guarda sempre al futuro! Perché solo il futuro è il regno della libertà… Non sia il tuo soppesare ciò che hai fatto altro che proposito di un futuro miglioramento, ogni altro pentimento è morte, nient’altro che morte!» (Miguel de Unamuno)