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Quando il lavoro uccide l'infanzia
Nello Yemen sfruttati cinque milioni di bambini
Dalla morte del loro padre, tre anni fa, Rasil e Anouar vivono in un garage a San'a. In due, non fanno vent'anni. Lavorano tutto il giorno in officina per aiutare il resto della loro famiglia che vive nel villaggio di Al Akhmoor, a trecento chilometri dalla capitale. Rasil e Anouar sono solo due dei tanti piccoli lavoratori yemeniti che entrano in fabbrica spinti dalla miseria fin dai primi anni di vita e che spesso diventano vittime di abusi, di violenze e di gravi ingiustizie. Lo Yemen è uno dei Paesi più colpiti dalla piaga del lavoro minorile, come risulta dai rapporti di diverse organizzazioni ritenuti attendibili dall'Onu e dai dati forniti dallo stesso Governo yemenita. Uno studio diffuso dalla Chf International, un'organizzazione non governativa riconosciuta dalle Nazioni Unite stima a circa cinque milioni i minori costretti a lavorare e privati di un'istruzione. Il 40 per cento di questi bambini iniziano a lavorare in un'età compresa tra i sette e i tredici anni e il 10 per cento verso i nove. La maggioranza, invece, entra in fabbrica nella fascia d'età compresa tra i 12 e i 14 anni. Un quinto di essi subisce maltrattamenti. Il 10 per cento è vittima di abusi sessuali. Secondo lo studio accreditato dall'Onu, molti genitori spingono i piccoli ad andare a lavorare nella vicina Arabia Saudita, dove possono guadagnare circa 400 dollari in un mese, una somma inimmaginabile in patria. Secondo poi un rapporto del ministero yemenita degli Affari sociali, circa 192.000 minori sono sfruttati nel settore dell'agricoltura e per il fatto che sono esposti a pesticidi spesso contraggono gravi malattie come la bronchite o la perdita della vista. Quasi la metà - riferisce il rapporto governativo - soffre di patologie della pelle, mentre il 30 per cento devono sopportare infezioni. Inoltre, l'organizzazione yemenita dei diritti riconosciuta dall'Onu denuncia che più di duecento bambini sono usati per il traffico della droga in Arabia Saudita. Ahmed Al Qurachi, direttore dell'organizzazione, sostiene che il Governo conosce bene questa piaga, ma fa poco o nulla per fermarla