I taleban: «Avevano delle Bibbie». L’organizzazione: «Noi non facciamo proselitismo»
di Laura Silvia Battaglia
Forse si sentivano troppo sicuri. O forse cercavano di incontrare qualcuno. Quel che è certo è che gli otto volontari occidentali della Iam (International Assistance Mission), recatisi in missione nel Nuristan (Nord dell’Afghanistan) una settimana fa, hanno trovato la morte. Una vera e propria esecuzione. Erano sei americani (cinque uomini e una donna, tra cui l’optometrista Tom Little), una britannica, Karen Woo, e una tedesca. Li accompagnavano due interpreti, afghani entrambi. Tutti operatori dell’ospedale oftalmico Noor di Kabul, gestito dalla Ong cristiana Iam. Del gruppo si è salvato un interprete, Sayedullah, solo perché sarebbe riuscito a dimostrare agli aguzzini la sua fede musulmana, recitando una sura del Corano prima di essere giustiziato. Riuscito a fuggire, avrebbe dato l’allarme alla polizia di Badakhshan, raccontando l’accaduto. Aga Noor Kintoz, capo della polizia locale, ha diffuso la versione del sopravvissuto: «Ci stavamo spostando dal Badakhstan al Nouristan su tre fuoristrada per un intervento di assistenza medica quando, superata la Sharron Valley, è arrivato un gruppo di uomini armati: ci hanno fermato, portato nel bosco, derubato. Hanno ucciso tutti tranne me». La rivendicazione dell’attentato, via web, è stata data da ben due gruppi: l’Hebz-i-islami di Gulbuddin Hekmatyar e i taleban del Mullah Omar. Secondo il portavoce del Mullah, Zabidullah Mujahid, i dieci sarebbero stati attaccati perché erano «agenti dell’invasore Nato ». Mujahid, nel video diffuso dal Daily Telegraph ,
elenca gli oggetti come capi di imputazione: «Bibbie in dhari (la variante locale del pharsi , la lingua persiana, n.d.r.), carte, sistemi Gprs. «Stavano facendo una mappa delle posizioni dei combattenti taleban». Spie, insomma. Cristiani, per di più. Traditori da punire con la morte più umiliante. Messi in fila, rapinati, uccisi nel bosco da uomini «con lunghe barbe rosse». I corpi rinvenuti erano crivellati di proiettili per kalashnikov. Le testimonianze delle autorità locali sul perché il gruppo si trovasse lì sono contrastanti. Per il vice governatore provinciale Shamsull Rahman Shams, erano in tutto 16 persone, recatesi in viaggio in Nuristan. Ma non si sarebbero mosse senza avere informato prima le autorità. Il capo della polizia provinciale di Badakhashan, Agha Noor Kentus, sostiene che avevano dormito in tenda nella provincia confinante e che erano stati sconsigliati dal rimettersi in viaggio. Ma erano incuranti del pericolo perché – sostenevano – «siamo medici e conosciamo la popolazione locale». L’ong per cui lavoravano le vittime, chiamata in causa, fuga ogni dubbio sull’origine 'confessionale' della missione in Nuristan . «L’International Assistance Mission è un’organizzazione cristiana e lo è sempre stata – dichiara il suo portavoce Dirk Frans –. Lavoriamo in Afghanistan dal 1966 sotto ogni tipo di regime, gratuitamente, con professionisti apprezzati ma non distribuiamo nessuna bibbia: questa è una falsità». La vicenda e le modalità identiche dell’esecuzione ricordano l’attentato del 19 novembre 2001 contro un’auto di reporter occidentali. Sul Kyber Pass, nella strada tra Jalalabad e Kabul, Maria Grazia Cutuli, Julio Fuentes, Herry Burton e Azizullah Haidari caddero in un’imboscata. Furono derubati e uccisi: si salvò solo l’autista. Si parlò di un attentato di al-Qaeda. Ma, come hanno dimostrato i processi, gli assassini erano solo predoni. L’unica colpa di quei quattro occidentali era l’essere passati proprio da lì.