Il conflitto del 1991 scatenò delle paure profonde. Le casalinghe facevano scorte. E iniziò allora la «rivoluzione» della comunicazione di Fulvio Scaglione
Dalla radio e lo zucchero ai satelliti e Internet. Potremmo usare questi termini, con sintesi estrema, per descrivere in un lampo i vent’anni ormai trascorsi (in un lampo anch’essi) tra la prima Guerra del Golfo e i giorni dell’Iraq liberato da Saddam ma non dal terrorismo, con le truppe Usa che aspettano solo il momento del “tutti a casa”. Forse oggi pochi se lo ricordano, ma trascorremmo la vigilia del primo attacco al Rais inchiodati alla radiolina, più o meno come avevano fatto i nostri genitori prima di noi. Altri tempi e altre guerre. Si fece notte fonda ma il mattino dopo, di buon’ora, le massaie già attaccavano altri obiettivi: i supermercati. In molte città pasta e zucchero andarono esauriti, segno che la “sindrome di Saddam” aveva fatto presa.
A posteriori possiamo anche chiederci se quelle prove di accaparramento (esauritesi, a dire il vero, in un paio di giorni) non stessero anche a dimostrare che del vero Iraq, forte con i deboli come il quasi disarmato Kuwait, ma debolissimo con i forti, la gente sapesse poco. Che noi dell’informazione, insomma, in quella guerra sostanzialmente «invisibile», avessimo fatto solo in parte il nostro lavoro. A ripensarci, però, bisogna riconoscere che poi di quel conflitto sapemmo e vedemmo molto, dalla grottesca e sanguinosa disfatta delle truppe di Saddam nel deserto, alle bombe su Baghdad, fino alle ultime stragi di regime contro gli sciiti. E per noi italiani i piloti prigionieri esibiti in Tv, gli ammiragli rimossi per dichiarazioni non allineate. Mica poco. Da allora la tecnologia delle comunicazioni ha messo le ali di una vera rivoluzione. I telefoni satellitari, Skype, Internet, telecamere potenti e microscopiche, la fotografia digitale, su su fino alle fotografie dallo spazio e giù giù fino ai micro messaggi di Twitter. La rivoluzione è stata anche culturale e quindi politica. Sono nate le grandi televisioni del mondo arabo, Al-Jazeera prima (nel 1996, in Qatar) e Al-Arabiya dopo (nel 2003, negli Emirati Arabi Uniti), e i network occidentali si sono trovati anche loro in battaglia. Privi di quel monopolio che permetteva loro di informare (e qualche volta di “formare”) l’opinione pubblica pure nei Paesi “altri”, per esempio in quel mondo arabo che in vaste frange ha osservato con rancore, nel 1991 e ancor più nel 2003, l’attacco al tiranno Saddam.
Mezzi più moderni, un numero maggiore di fonti. Possiamo dunque dire che la guerra del 1991 fu racclontata peggio di quella, per esempio, nello stesso Iraq del 2003? Difficile rispondere con sicurezza, legittimo ogni dubbio. Nel 1991 i cronisti “embedded”, cioè inseriti nei reparti di prima o seconda linea, non esistevano, e forse l’idea sarebbe stati da molti respinta. Come produrre un racconto onesto dei fatti se la prospettiva è così parziale e al tempo stesso coinvolgente, visto che si è affidati a uomini che intanto combattono? Ricordo di aver intervistato nel 2003, a Sud di Bassora, il comandante di un plotone corazzato inglese. Lui stesso diceva di aver fatto decine e decine di chilometri di notte, di gran carriera, senza quasi sapere che cosa ci fosse sotto i suoi cingoli e sparando a qualunque cosa si muovesse. Che cosa avrebbe potuto scrivere il povero giornalista? Della prima Guerra del Golfo abbiamo saputo forse meno, ma con una dose di verità maggiore. Della seconda di più, ma con tante storie fasulle, prima fra tutte quella della donna-soldato prigioniera e dell’audace missione per salvarla, rivelatasi poi una mediocre commedia per giornalisti, appunto, fin troppo “embedded”.
Ci ha salvati, forse, l’incontenibile abbondanza di tecnologia. Tutti quei soldati con la macchina fotografica nel cellulare e Internet a disposizione. Difficile fermarli. Ecco allora gli scatti nel carcere di Abu Ghraib, le immagini di Fallujah, la realtà dei massacri orditi dai terroristi. A dimostrazione che la verità ha una sua forza interna, incontenibile, che per fortuna prescinde anche da noi uomini dell’informazione