La "Commedia" di Dante secondo Fausto Montanari di Giovanni Farris
Per capire la passione di Fausto Montanari (1907-2000) nei confronti di Dante ritengo fondamentale cogliere una certa affinità tra la vita del critico e la gradualità percorsa da Dante nelle sue opere per raggiungere quella chiara coscienza teologica capace di illuminare l'esistenza. L'uomo non è solo un meraviglioso punto di incontro di un immenso gioco di forze e di influenze materiali, ma un individuo dotato di un'intelligenza che aspira intensamente al raggiungimento di valori assoluti, come l'amore e la verità. A Montanari piace vedere l'uomo attraverso l'entusiastica figura del cavaliere errante; i suoi sogni restano sempre al di qua delle sue capacità di una cattura definitiva di un fantomatico santo Graal. Si tratta di una nostalgia ontologica irrisolvibile senza la redenzione di Cristo intesa come dono ineffabile di amore. Questa tematica del mistero dell'essere dell'uomo radicato nel mistero di Dio, creatore e redentore, è appunto per il Montanari quella "realtà totale", che egli tratterà in tutte le sue opere di carattere religioso e in particolare in Tempo Eterno. La risposta a questo atto gratuito di Dio non può che trovarsi nell'atto gratuito dell'uomo. Solo nel dono di sé a Dio e al prossimo l'uomo consegue la sua vera personalità e la sua piena libertà. Questa visione è stata approfondita e vissuta dal Montanari con coerenza ammirabile e questo stesso itinerario lo riscontrerà nella ricerca affannosa e appassionata di Dante per i valori assoluti. Per Montanari la vera biografia di Dante è quella interiore che si può cogliere dalle sue opere. Nella Vita Nova Dante pensava di "trovare totale perfezione umana in una poesia di sublimato amore cortese", la "turris eburnea di una civiltà del dono assoluto". Dante tuttavia, sollecitato dalla ricerca di una visione che impegnasse totalmente la sua esistenza, scopre le "ricchezze spirituali della filosofia come superiori a quelle della poesia d'amore cortese". Nasce in tal modo il Convivio, per cui, dopo la beatitudine idillica, il poeta cerca di raggiungere quella spirituale. La Commedia nasce appunto "nel momento in cui Dante scopre come realtà vissuta personalmente il principio dell'abisso tra Natura e Sopranatura, tra Ragione e Grazia, e, quindi, la realtà ineliminabile del mistero". Insomma la vera libertà dell'uomo, "la libertà salvifica non è opera né di poesia né di filosofia naturale, bensì di grazia divina: un dono che si paga faticosamente soffrendone in sé le conseguenze, ma è un dono" e appunto la Commedia celebrerà il dato rivelato della gratuità assoluta di questo dono. Insomma nella biografia interiore di Dante troviamo un triplice passaggio, quello poetico, quello filosofico e quello profetico. Ciascun passaggio non elimina l'altro, anzi lo ingloba in sé, così da costituirne un necessario e reciproco arricchimento, La "Poesia-Beatrice" viene superata dalla "Filosofia-Donna Gentile", e questa dalla "Grazia-nuova Beatrice": la Beatrice della Vita Nova, oggetto supremo dell'adorazione dantesca, nella Divina Commedia, a distanza di dieci anni, diverrà figura della Rivelazione e della Grazia divina. Questo itinerario legato al mistero dell'uomo stabilisce convergenze religiose ed esistenziali in Montanari e in Dante e apre la porta alla Lectura Dantis per cui il critico dovrebbe sforzarsi di raggiungere nei confronti di Dante una certa identità interiore capace di fargli "rivivere tutto ciò che Dante visse nella forma che Dante visse". Qual è la via per vivere questa identità critica? Possiamo, per chiarezza, fissare due momenti; la pars destruens e la pars construens. Quanto alla pars destruens occorre, con molta chiarezza, premettere che il Montanari, com'era del resto nel suo carattere, non si schiera mai contro gli sforzi degli studiosi per rendere filologicamente chiaro il testo della Commedia. È ben convinto che le questioni sollevate dai critici hanno una qualche loro importanza, tuttavia mette sull'avviso che potrebbero divenire occasioni di dispersione, così da far perdere di vista l'unitarietà del testo. Pertanto occorre guardarsi anzitutto dal "frammentarismo episodico". La scelta episodica infatti è troppo legata al mondo ideologico e sentimentale del lettore, al momento storico, e lascia troppo spesso il posto a soluzioni impressionistiche o di moda. Il Montanari è quindi decisamente contrario alla dicotomia crociana di poesia e struttura, che fa della Commedia una "raccolta musiva di tessere splendenti di luce individuale". Inoltre occorre non assolutizzare alcun tipo di "frammentarismo culturale ed ermeneutico". A scatenare giochi dialettici sul disegno generale delle tre cantiche, sui sistemi delle pene e delle divisioni del Paradiso, sulle ideologie complessive che sottostanno al poema, sminuzzare i canti in questioni sottili, curiose, ridurli a una serie di problemi sciaradistici (il Montanari ricorda a questo proposito, circa il primo canto, le varie interpretazioni sul "piè fermo", sull'identità allegorica delle tre fiere, sulla precisa interpretazione del "veltro"...) si rischia di disperdere il significato fondamentale del poema con questioni che, pur avendo la loro importanza, sono esterne a tale significato. Qual è allora la strada che il Montanari indica per garantire l'unità della Commedia? A questo punto si entra nel vivo della sua concezione critica già esposta nel 1936 e ripresa nel suo volume Introduzione alla critica letteraria nel 1942. Se pertanto lo parole sono "lo strumento della inserzione dei vari fatti temporali nella trama eterna", il critico dovrà porsi una domanda fondamentale davanti alla poesia di Dante e, a ben vedere, a ogni tipo di poesia: "Come il poeta abbia in quell'opera agito in ordine alla realtà totale di cui l'attività letteraria non è che una parte?". L'espressione "realtà totale", si oppone naturalmente a "realtà frammentaria", a "realtà parziale", e si richiama non solo alla realtà fondata sull'essere (e quindi metafisica), ma alla realtà fondata sull'essere creato e redento (e quindi teologica). Il Montanari, secondo questa direttiva metafisico-teologica, formula nei confronti di Dante il seguente principio, che chiamerà principio di transvalutazione: "L'immagine dantesca non può essere riportata al solo clima di splendore terreno ma deve essere rivissuta come tesa ansietà all'eterno nel vocabolario vivo dell'autore e il vocabolario vivo è fatto dal compenetrarsi di ciascun vocabolo nell'altro fino a determinare una costanza e una preminenza di alcuni concetti e di alcune intuizioni che finiscono per risultare vivamente presenti in ogni pagina e in ogni cadenza verbale". Questi concetti e intuizioni particolari che fissano il tessuto della continuità poetica di Dante il Montanari chiamerà talvolta "cifre", altre volte "simboli" ovvero "emblemi", prendendo l'espressione da Mario Apollonio. La figura di Brunetto Latini, ad esempio, per il Montanari non risponde tanto alla domanda perché Dante abbia messo tra i sodomiti il suo maestro che gli aveva insegnato come "l'uom s'etterna", bensì che significato assuma, attraverso la figura poetica di Brunetto Latini, la nominanza umana, la gloria, in ordine alla sapienza eterna. Dante non disprezza la gloria umana in quanto è "liturgia della magnificenza del creatore", per cui non trova difficoltà a esaltare nel suo maestro l'azione creatrice di Dio, che non è affatto travolta dalle barriere del peccato, e quindi splende anche nell'Inferno, "non per nulla sulla porta dell'Inferno sta scritto che l'Inferno è fatto dal "primo amore"". Perciò Dante collocando Brunetto in una situazione squallida di debolezza umana stabilisce un contrasto di significato altamente religioso affinché "dove più intensa si appuntava l'ammirazione di Dante per le gloriose virtù di natura, più tragico risultasse il contrasto con l'insufficienza delle virtù puramente umane senza l'obbedienza ai richiami della Grazia". Sotto questo profilo trova pure la sua ragion d'essere il fatto che Dante "non ha salvato Virgilio che era il suo sommo maestro, oggetto del suo massimo amore". Si tratta dunque di immagini che diventano "un motivo di vita totale, e noli soltanto poetica ma tale motivo è primitivamente poetico in quanto è immagine che apre l'anima di Dante, e di ogni lettore che veramente legga con l'anima e non soltanto con gli occhi o con particolari interessi psicologici, sull'essere... sull'essere estremamente esistente, come essere personale". In Dante ci sono certo momenti meno poetici o se vogliamo impoetici, tuttavia mai totalmente negativi, in quanto "portano in sé qualche germe ancora chiuso che va maturando". A questo punto il Montanari oppone alla visione crociana del torrione non poetico, in cui sono abbarbicati fioriti cespugli di poesia, la sua visione di pianta viva: "La poesia di Dante cresce su se stessa come pianta viva di cui si può, sì, golosamente cercare il fiore o il frutto, ma non si può trascurare il tronco e la linfa ancora oscura e chiusa, senza con questo precludersi la via a gustare la pienezza del fiore e del frutto, pienezza che è data anche dal trionfo con cui la oscurità e la dispersione delle sensazioni umane sono transvalutate dall'essere assunte in un significato eterno di partecipazione alla vita trinitaria di Dio".