La Chiesa contro la corruzione: educare le coscienze alla legalità
«Condivido profondamente l’appello contro la corruzione lanciato al termine del ciclo di incontri dedicati alle "5C", cioè Corruzione, Competitività, Civiltà, Costituzione, Carità». Monsignor Adriano Vincenzi, vice assistente nazionale dell’Ucid (Unione cristiana imprenditori e dipendenti), non ha dubbi sulla necessità di un impegno forte della Chiesa in favore della legalità a tutti i livelli. Partecipando all’iniziativa organizzata dall’Ambriosianeum e dalla Fondazione Corriere della Sera su un progetto dell’economista Marco Vitale e del giornalista e presidente dell’Istituto, Marco Garzonio, monsignor Vincenzi ha messo l’accento sul fatto che «la Chiesa ha sempre parlato molto chiaramente sul tema della corruzione».
* Oggi, secondo lei, c’è bisogno di insistere ancora sulla denuncia?
«Quello che avviene è sotto gli occhi di tutti. Credo però che la Chiesa non abbia tanto bisogno di fare questa o quella denuncia. Il suo compito è di indicare cosa è bene e cosa è male. Tenere viva questa distinzione è un’azione che la Chiesa fa costantemente e, per certi versi, mi sembra anche più forte del denunciare singoli aspetti che non vanno. Anche se poi, evidentemente, c’è bisogno anche di sottolineare alcuni temi negativi. Però mi sembra che la grandezza della sua azione stia nel riconoscere il male e creare le condizioni perché si possa superare lo stato negativo o le scelte sbagliate che gli uomini compiono. Questo mi sembra un aspetto più completo della singola condanna. Anche se poi, su alcune situazioni, non manca la denuncia esplicita e forte. Ripenso, per esempio, al commento che fece il Papa durante la via Crucis al Colosseo, quando disse di "guardare al male e al peccato che abitano dentro di noi e che troppo spesso fingiamo di ignorare". Sono parole di una forza che quasi impressiona».
* Questo non significa però che la Chiesa debba stare in silenzio di fronte a singoli gravi episodi.
«Credo che la denuncia singola o l’intervento nella pratica spettino ai laici formati. La Chiesa deve fare in modo che non siano avallati comportamenti negativi e che non sia dato spazio al male come tale. Il grande servizio che la Chiesa deve fare è quello di tenere desta la coscienza perché il male non sia sopportato con indifferenza o addirittura considerato, in qualche occasione, una cosa conveniente».
* Per tornare al tema delle cinque C: gli organizzatori dicono che quando la corruzione è così diffusa, mina la competitività, attacca il modello di civiltà, disgrega il patto democratico della nostra Costituzione e spegne il sentimento di carità, riportandoci in uno stadio primitivo di lotta di tutti contro tutti. Di fronte a questo scenario, che cosa può fare la Chiesa?
«Ritornare all’educazione delle coscienze. Questo è l’aspetto prioritario che dobbiamo curare con forza. La situazione di oggi mi sembra oggettivamente difficile, non bisogna fare sconti. Ma dobbiamo tornare a pensare su tempi lunghi. Quando dico questo, mi viene obiettato di annacquare un po’ tutto. Io invece penso che sia fondamentale formare le coscienze e dare alle persone una struttura che consenta loro di affrontare poi le situazioni nei casi concreti. Senza questa formazione c’è una fragilità – dal punto di vista morale ed etico – che ci espone a qualsiasi rischio».
* La malavita organizzata sembra sempre più pervasiva nel campo economico e sociale. Si parla di una nuova Tangentopoli, ma la reazione non pare così forte. È una impressione? E come comportarsi?
«Credo che sia importante una risposta comunitaria, che coinvolga le istituzioni e la società civile. Anche la Chiesa deve fare la sua parte. Ripeto, il nostro compito è soprattutto di formazione, che non esclude la denuncia. Anzi, la nostra è una denuncia che si può fare perché abbiamo la speranza che le cose possano cambiare. Ma per fondare la speranza bisogna anche serenamente recuperare il discorso di Dio»