La pietà di Cristo per me, Cristinita e i suoi carnefici
Cristinita, così la chiamavamo tutti. Era la più viziata nella clinica. di P. Aldo Trento
Non c’era visitatore che non volesse accarezzarla, portarla a fare una passeggiata in carrozzina o tenendola in braccio. Figlia di due genitori fragili e alcolizzati, e costretta ad assistere alla loro reciproca violenza. Da questa vita nacquero sedici figli: dieci della donna con cui il padre di Cristinita attualmente convive, e gli altri sei da un’altra donna. Una delle tante coppie che vivono in Paraguay, vittime dell’ignoranza e della violenza. Il cinquanta per cento e più dei bambini che vivono qui sono figli di madri sole. La figura del padre e del matrimonio monogamico e fedele, culturalmente non esistono. Molti di questi ragazzi sono frutto soltanto degli istinti. E le conseguenze, sul piano psichico, sono terribili. Inoltre è altissima la percentuale di bambine violentate dal patrigno: bambine che poi se ne vanno di casa, ritrovandosi sui marciapiedi. Il nostro ospedale (che accoglie malati terminali di Aids) ne è una prova eloquente. Cristinita è stata portata nella nostra clinica quando aveva quattro anni, dalla polizia, sotto ordine giudiziario. Già da neonata era stata abbandonata e maltrattata, rischiava la vita. Era rimasta con i genitori alcuni mesi, in una realtà di degrado: sempre ubriachi, la lasciavano da sola tra quattro pareti di legno e cartone, senza cibo e soprattutto senza amore. È in queste condizioni che la trovò la polizia, un giorno che fece irruzione in un insediamento all’interno di un quartiere in cui la malavita è il modus vivendi degli abitanti, arrivati lì occupando la terra altrui. Poveri e sfruttati dai vari capi campesinos che li utilizzano come pedine per diffondere la loro ideologia di sinistra. Una piaga sempre più difficile da sanare.
Dalla valle di lacrime al paradiso Ricordo il giorno in cui la portarono alla clinica: non sembrava neanche un essere umano da quanto era denutrita e mostrava i segni evidenti della violenza subita. Ce l’avevano consegnata perché morisse in pace. Per tutti vederla in quelle condizioni era un dolore immenso. Ma l’amore, col passare del tempo, aveva permesso che quel ramoscello già quasi putrido tornasse a vivere. Ciononostante, fu doloroso lo stupore quando i medici le diagnosticarono che non solo soffriva di idrocefalia, ma in più era cieca e sorda, e aveva sofferto anche di una meningite: la sua vita sarebbe stata un calvario. E così fu. All’inizio si nutriva solo con la flebo, ma riuscimmo a fermare l’idrocefalia, e il suo corpicino cominciò a svilupparsi fino a raggiungere il peso e la statura corrispondente ai suoi cinque anni. Le convulsioni unite ad altre complicazioni non la lasciavano in pace. Spesso sembrava sul punto di morire, ma si rimetteva sempre. Quando mi avvicinavo a lei, molte volte al giorno, la riempivo di baci: e lei con i suoi occhi inutilmente aperti, con le braccia tese in orizzontale – come una croce – succhiava con la sua minuscola bocca facendo rumore con le labbra come se volesse corrispondere all’affetto che riceveva. Passarono cinque anni, e un venerdì di giugno, quando avevo già stabilito la data per andare in Brasile a un ritiro con i miei amici Marcos e Cleuza Zerbini, improvvisamente peggiorò, mi chiamarono dalla clinica. Corsi col cuore spezzato in due e vidi Cristinita già moribonda. Respirava con affanno, gli occhi chiusi e il corpo già quasi freddo. Sono scoppiato a piangere come un padre che perde sua figlia. Per dieci minuti sono rimasto al suo fianco accarezzandola come facevo sempre, prima che arrivassero tutti i medici e le infermiere. Allora mi sono spostato in un angolo, piangendo, perché sentivo che stavolta era arrivata la sua ora. Mi sono seduto con la testa tra le mani, mentre migliaia di “perché” mi tormentavano il cervello. Nella mia mente si alternavano l’immagine di Cristinita moribonda, e quella dei suoi genitori, che nemmeno in quel momento si erano preoccupati della loro figliola, come del resto avevano dimostrato negli ultimi cinque anni. Sentivo anche una profonda pietà per loro, perché solo una vita senza significato, dominata dall’ignoranza, può ridurre due esseri umani in quello stato. È proprio vero: senza un’educazione l’uomo, creatura divina, non prende coscienza della propria dignità, si riduce a una pietra, fino a dimenticare, a non commuoversi o addirittura fino a “uccidere” i suoi figli. Che fare con la piccola ostia bianca in quel momento? Abbiamo mosso il mondo intero, per poi decidere di portarla per un ultimo tentativo in un ospedale statale, dove le hanno fatto una tracheotomia perché potesse respirare. È rimasta in terapia intensiva alcune ore. E non potevamo vederla. Poi è arrivato un medico, uno di quei macellai di cui è pieno il mondo, che ci ha detto: «Peccato che non esista l’eutanasia, il suo letto ora sarebbe occupato da un’altra persona!». Ascoltando queste blasfemie mi è sorta nel cuore una domanda: «Chi sei Tu, o Cristo, che non solo hai pietà di questa bambina, portandola con te, ma hai anche compassione per questo medico dal cuore di pietra che l’ha trattata come un oggetto, e dei due genitori che non saranno nemmeno coscienti del fatto che stanno seppellendo la loro figlia, vittima della loro stessa violenza? Chi sei tu, o Cristo, che pur nel dolore di una paternità che germoglia dalla verginità, mi regali tanta pace, frutto della certezza che Cristinita era tua, e che me l’hai data per accudirla fino al momento in cui la prenderai con te per sempre?». Il giorno dopo l’abbiamo messa nella bara vestita di bianco, con una corona bianca sulla testa. Tutta la parrocchia soffriva, i bambini della scuola piangevano assieme a tutto l’ospedale. Eravamo pieni di dolore, però nel volto di tutti c’era quel “Tu, o Cristo mio”. Quanti bambini e giovani ho accompagnato al cimitero in questi sei anni di vita della clinica. E ogni volta era un rivivere nella mia carne il dolore di Cristo. Non c’è dolore più grande che seppellire i propri figli. Qualunque padre preferisce morire pur di non vedere la propria creatura andarsene per un destino che senza la fede sarebbe inesplicabile e assurdo. Ciononostante, ogni volta che il Mistero mi chiama a consegnare uno dei miei bambini innocenti, è come se sperimentassi nella drammaticità di quel momento la certezza che il Mistero è veramente buono. Pur sapendo che la tentazione di pensare l’esatto opposto è sempre presente. Per questo mi hanno aiutato molto, dopo il funerale di Cristinita, le parole di padre Paolino, che ha commentato un testo di monsignor Giussani: «Noi possiamo sperimentare la bontà del Mistero perché vediamo e abbiamo visto i segni di questa bontà, come gli apostoli con Gesù. E questi segni sono stati evidenti in quel mare di amore che ha circondato Cristinita, non solo nella sua vita, ma anche nella sua morte. Non è possibile spiegare l’unità che viviamo, anche se carica di dolore, senza riconoscere che tutto questo non è frutto della capacità umana: ma di un Altro a cui tutto appartiene, a cui tutti noi apparteniamo».
La mia libertà è quella di Marta? In ogni figlio che muore si rinnova la provocazione di Cristo a Marta, quando lo rimprovera per non aver impedito la morte di suo fratello Lazzaro: “Credi tu questo?”, vale a dire: “Credi che Io sono la Resurrezione e la vita, e che chi crede in me non conoscerà mai la morte?”. Sta alla mia libertà rispondere come Marta: “Sì Signore, lo credo”. Per questo la cosa che mi aiuta di più, in particolare in questi momenti di dolore, è il ripetermi: “Io sono Tu che mi fai”. E: “Tu, o Cristo mio”. Una certezza granitica, che mi permette di convivere con la morte ogni giorno, come una grande possibilità che lentamente mi introduce a vedere definitivamente il meraviglioso volto del Mistero. Che è ciò che chiede ogni battito del nostro cuore. Cristinita è stato un regalo del Mistero. Ora finalmente si è compiuta la mia paternità, perché la paternità è possibile solo riconoscendo che “Io sono Tu che mi fai”: Tu, che facendo me, hai fatto al tempo stesso Cristinita. Da te giungo, Signore, a te tornerò. Grazie, Cristo mio.