Da Man Ray a Michael Kenna in mostra a Reggio Emilia uno spaccato della fotografia europea di Gaetano Vallini
In un mondo in continuo mutamento, in cui l'ambiente si trasforma così come si trasformano il tempo e gli stessi uomini nel rapporto con gli oggetti e tra loro, un cambio di prospettiva sarebbe utile per individuare i segni di questi cambiamenti. Uno spostamento di visuale che potrebbe identificarsi con l'incanto, ovvero la possibilità di stupirsi ancora dinanzi allo spettacolo della vita nelle sue molteplici sfaccettature, dalla più familiare dimensione quotidiana allo svelarsi di mondi meno noti. Dunque, l'incanto come capacità di proiettare lo sguardo oltre ciò che si osserva; uno sguardo affascinato, meravigliato, che non si ferma alla prima sensazione, ma vuole andare al fondo delle cose, senza i pregiudizi o la nostalgia del già conosciuto che limitano lo sviluppo della riflessione. E nulla più della fotografia, con la sua caratteristica precipua di bloccare l'attimo per poterlo meglio comprendere, può mostrare le cose diversamente da come si è convinti di vederle. Non sorprende, perciò, che "Incanto" sia il tema scelto per la quinta edizione di Fotografia Europea, la rassegna internazionale promossa dal Comune di Reggio Emilia che resterà aperta fino al 13 giugno e che nella passata edizione ha visto la presenza di centomila visitatori. Evento di spicco è l'omaggio al grande fotografo dada e surrealista Man Ray (Filadelfia 1890 - Parigi 1976), realizzato a cura della Fondazione Marconi di Milano. La retrospettiva copre l'intero arco del percorso creativo dell'artista, dagli anni Venti agli anni Cinquanta, celebrando il suo sguardo visionario e ipnotico, in grado di trasfigurare tutto ciò su cui si posava, spaziando da una forma d'espressione all'altra, dalla pittura, alla creazione di oggetti fino alla regia d'avanguardia. Man Ray ha sempre restituito con originalità una visione trasfiguratrice del reale, enigmatica. Il suo - come annota il curatore della rassegna, Elio Grazioli, nel catalogo generale (Milano, Electa, 2010, pagine 318) - "è uno dei grandi sguardi incantati della storia della fotografia e, propriamente, uno che ne ha saggiato tutti gli aspetti fondamentali, affrontando tutto, e lungamente, con lo stesso incanto". E quando parlava di sé, l'artista cercava di accreditarsi più come pittore che come fotografo: "Dipingo quello che non può essere fotografato. Fotografo quello che non voglio dipingere. Dipingo l'invisibile. Fotografo il visibile". Posto questo fondamento, nel percorso in cui l'incanto è il leit motiv si incontra un quartetto di fotografi internazionali che posano in modo originale il loro sguardo sull'oggi per mostrarne aspetti differenti. C'è l'eclettico Mark Borthwick, film-maker, musicista e fotografo inglese noto soprattutto nel settore della fotografia di moda ma artista a tutto campo. Il suo incanto sta nello sguardo libero da qualsiasi regola, inebriato dalla luce e dai suoi effetti, sempre nuovi, in parte inattesi, sicuramente trasfiguranti la realtà, che si presenta così affatto diversa. Ange Leccia, artista francese attivo fin dagli anni Ottanta negli ambiti della fotografia e del video, è impegnato a mostrare come anche l'arte trovi nella fotografia un mezzo non solo documentaristico ma indicatore dello sguardo che sta dietro all'immagine. Così facendo, svela l'incanto attraverso una visione che sfiora appena le cose, come fosse un raggio di luce che si posa delicato sugli oggetti, ma che nonostante ciò riesce comunque a evidenziarne le contraddizioni, oltre alla bellezza intrinseca. L'italiana Alessandra Spranzi utilizza il mezzo fotografico per una ricerca incentrata sulle situazioni più comuni ma dai risvolti surreali e perturbanti. Situazioni e gesti sono sottratti alla quotidianità e rimesse in scena, manipolate. L'incanto è quindi il racconto di una visione altra o alterata della realtà e lo stupore che si manifesta di fronte a essa. Al contrario Richard Wentworth, tra i più significativi scultori del panorama inglese, impegnato dagli anni Settanta nella realizzazione di un work in progress fotografico sulle "sculture di ogni giorno", rimane incantato da oggetti di uso quotidiano utilizzati per funzioni diverse da quelle proprie, come una bottiglia usata per occupare un parcheggio o tenere aperta una saracinesca rotta. È la trasfigurazione di fatto dell'essenza delle cose che tuttavia, pur decontestualizzate, non perdono la loro peculiarità. Ma fra le innumerevoli rassegne e iniziative che fanno da corollario e arricchiscono questa quinta edizione di Fotografia Europea, una mostra in particolare - allestita a Palazzo Magnani fino al 18 luglio - colpisce per lo spessore dell'autore, l'inglese Michael Kenna, e per il tema scelto, "Immagini del settimo giorno": 290 fotografie in bianco e nero, 200 delle quali costituiscono il vero e proprio percorso antologico, 35 documentano lo sguardo sul territorio reggiano frutto di ricognizioni sul campo compiute negli ultimi tre anni; 35 si misurano con il perenne fascino di Venezia; 20 ripropongono uno dei cicli storici dell'artista, quello condotto sui luoghi dei campi di concentramento e sterminio nazisti. Qui l'incanto emerge dal silenzio che sembra sprigionarsi dai paesaggi catturati dall'obiettivo in un tempo che vorrebbe richiamarsi a quel "settimo giorno" biblico in cui l'Onnipotente, completata la creazione, si riposa. Kenna in qualche modo si ferma a contemplare questa creazione, filtrandola con il suo sguardo capace di cogliere lo stupore di un mondo abitato dal mistero; in una descrizione che non vuole essere accurata, rivelatrice del dettaglio, ma capace di catturare tutto ciò che può suscitare l'immaginazione al di là del contingente e del visibile. In queste foto, come sottolinea Sandro Parmeggiani curatore della mostra e del catalogo (Milano, Skira, 2010, pagine 271), Kenna "riesce a cogliere, immerso nell'aura che i luoghi elettivi secernono, quanto labile sia il confine tra finito e infinito, quanto proprio il finito possa essere metafora e rivelazione dell'infinito: occorre solo mettersi all'ascolto della natura, entrare in sintonia con essa, introiettarne le fibre più segrete, sentirsi partecipi di un'armonia e di una vita che non a caso ebbero origini comuni, mettersi a respirare con il ritmo antico dell'universo, che non è affatto quello concitato e convulso che impregna e scandisce i nostri giorni". La fotografia di Kenna è l'esaltazione del chiaroscuro, del contrasto luce ombra. Un contrasto che si esplicita in atmosfere particolari, nelle nebbie e nei fumi, nelle luminosità a volte soffuse altre più intense che avvolgono i paesaggi; scorci catturati spesso in quell'indefinibile momento del crepuscolo o dell'alba in cui le tonalità sfumano fino quasi a fondersi. L'orizzonte appare sempre lontano, distante, per non distogliere lo sguardo dai segni della terra, sia che si tratti di elementi naturali, come alberi, giunchi, rocce, corsi d'acqua, monti, sia che mostrino manufatti, quali un edificio, un'altalena, un lampione, un ponte, una strada lastricata. Sono essi a misurare lo spazio visivo, a fornire la profondità necessaria. Non ci sono persone. L'uomo non è necessario come individuo da rappresentare e l'artista non è interessato a documentarne la presenza attuale e diretta. Ma ne coglie le tracce, labili o invadenti, che ha lasciato al suo passaggio sulla Terra. È l'esito di una presenza che interessa e diventa testimonianza attraverso il cambiamento che ha apportato ai luoghi in cui si è manifestata. Tra paesaggi naturali e skyline urbani, tra scene selvagge e architettura industriale, nell'obiettivo di Michael Kenna il tempo si ferma. E tutto assume una dimensione di infinitezza, in cui l'antico - dalle statue dell'Isola di Pasqua alle piramidi egizie e maya - non collide con il moderno - le avveniristiche vedute delle metropoli, da New York a Dubai, da Parigi a Shanghai - ma si armonizza in una sorta di respiro cosmico che fa palpitare il mondo. Così, in chi osserva, l'emozione prende il posto della curiosità, l'incanto quello della razionalità.