Molti fedeli alle celebrazioni della prima domenica di maggio nella cittadina di Silkwood di Stefano Girola
Anche quest'anno, nei giorni precedenti la prima domenica di maggio, tante famiglie d'immigrati siciliani in Australia sono partite dalle loro cittadine e dalle fattorie sperdute del Queensland. Prima di lasciare le loro case, i più anziani hanno scrutato il cielo, preoccupati per le nuvole minacciose. Come negli anni scorsi, secondo la tradizione, hanno pregato sant'Alfio di rinnovare "il miracolo" di non far piovere durante la processione dei suoi devoti. A bordo di grosse automobili, frutto di tanti sacrifici, gli immigrati si sono diretti a Silkwood, una località fra Townsville e Cairns, dove si celebra annualmente, la prima domenica di maggio, una delle più importanti ricorrenze religiose della comunità italo-australiana: la festa patronale dei santi Alfio, Filadelfo e Cirino, trapiantata nel 1950 da alcuni emi- grati siciliani della provincia di Catania. Quest'anno, la sessantesima ricorrenza si è festeggiata con la partecipazione del Nunzio apostolico in Australia, monsignor Giuseppe Lazzarotto, e del vescovo di Cairns, monsignor James Foley, oltre alle autorità civili. Le statue dei tre santi, venerati da secoli in Sicilia orientale, arrivarono in Australia nel 1949, portate da Rosario Tornabene, un giovane agricoltore catanese. L'anno prima, sua moglie si era gravemente ammalata proprio nei giorni precedenti il parto. Dopo molte notti insonne, Rosario si era infine addormentato all'ombra di un albero nei pressi dell'ospedale dove lei era ricoverata. In sogno gli erano comparsi i tre santi patroni che lo avevano rassicurato. Come molti altri emigrati, e come gli abitanti del paese di Sant'Alfio che nel 1928 avevano portato in processione le effigi dei tre santi verso la lava minacciosa dell'Etna, anche Rosario pregò i suoi tre patroni nel momento di disperazione. Al risveglio, Rosario giurò che se la gravidanza fosse andata bene e sua moglie si fosse ripresa avrebbe fatto arrivare dalla Sicilia le statue dei tre santi. Le sue speranze si avverarono e il giovane investì i risparmi per mantenere la promessa. Quando questi fatti accaddero, era finito da pochi anni il secondo conflitto mondiale che aveva sconvolto anche la vita degli immigrati italiani. Infatti, dopo l'entrata in guerra dell'Italia, molti nostri connazionali furono internati in campi di detenzione a migliaia di chilometri dalle loro case, con l'accusa di "potenziale collaborazionismo" col nemico nazi-fascista. Essere trattati come criminali era per loro una grande umiliazione, forse la più pesante fra quelle subite dal Paese che li aveva accolti. Tuttavia, una volta superato il difficile periodo, gli immigrati siciliani sentirono il desiderio di rivivere l'atmosfera delle antiche feste patronali. Fra le immense piantagioni di canna da zucchero, infatti, non vi era differenza tra il giorno della festa e quello feriale. In particolare, le ricorrenze del calendario liturgico australiano non offrivano nulla di paragonabile alle celebrazioni dei tre santi patroni che a Sant'Alfio, Trecastagni o a Lentini veniva preparata per un anno, per poi durare una settimana intera. Sebbene pochi fedeli siciliani partecipassero alla vita delle parrocchie in Australia, essi continuavano a farsi inviare dai parenti rimasti a casa poemi in dialetto sul martirio dei tre santi, immaginette sacre, opuscoli religiosi e persino "reliquie". In cambio, tutti gli anni inviavano offerte per la festa patronale nei villaggi natali. Quando le tre statue richieste da Tornabene arrivarono in Australia, il parroco del villaggio di Silkwood, un sacerdote italo-americano, convinse il riluttante agricoltore che anche la chiesetta di legno della sua parrocchia sarebbe stata una degna dimora per i patroni. La festa cominciò a essere celebrata, dal 1950, la prima domenica di maggio, così come a Sant'Alfio. Tuttavia, alcuni parrocchiani di Silkwood non condividevano l'iniziativa non volevano che le tre statue prendessero fissa dimora nella loro chiesa. Secondo loro, una volta l'anno si poteva anche accettare una speciale celebrazione, ma la chiesa di "St John the Evangelist" non poteva certo trasformarsi in un santuario. Inoltre il vescovo di Cairns, monsignor Thomas Cahill, preferiva che la processione si tenesse solo intorno al perimetro della chiesa, per non suscitare reazioni negative da parte degli abitanti di religione protestante ma anche di cattolici non abituati all'esuberanza dei fedeli immigrati dall'Italia meridionale. Le esitazioni di monsignor Cahill vanno anche spiegate con il fatto che le poche processioni celebrate dalla Chiesa locale erano sempre per iniziativa del clero. Quindi il controllo che gli immigrati esigevano sulle celebrazioni per i tre santi non poteva essere accettato. Una svolta decisiva avvenne nel 1952, quando i padri scalabriniani aprirono una casa a Silkwood. Infatti, la cura pastorale per gli emigrati italiani era motivo di preoccupazione per i vescovi australiani. Gli scalabriniani, quindi, furono invitati in Australia per assistere le comunità italiane che spesso facevano riferimento a parrocchie poverissime quali Silkwood e Unanderra, vicino alla città operaia di Wollongong. Grazie alla paziente opera di mediazione degli scalabriniani, molte delle difficoltà vennero superate. Per i religiosi la festa patronale e la preparazione di essa divennero un'opportunità per riavvicinare gli immigrati italiani alla vita parrocchiale. I sacerdoti convinsero inoltre i siciliani che non potevano semplicemente ripetere la loro festa tradizionale nel nuovo contesto culturale; erano necessari alcuni adattamenti perché la loro iniziativa fosse accettata. Un segno positivo per l'accettazione della tradizione religiosa siciliana da parte della comunità locale si ebbe nel 1958, quando le tre statue furono accolte definitivamente nella piccola chiesa di Silkwood, da allora conosciuta anche come "Shrine of the Three Saints". Nella cappella della chiesa comparirono vari ex voto e presto il comitato ampliò notevolmente la chiesa di St John e costruì nuove strutture per accogliere i tanti fedeli che partecipavano alla ricorrenza annuale. Anche le attitudini nei confronti degli immigrati meridionali cambiarono e nel 1972 il governo australiano scelse la politica del "multiculturalismo" invece della precedente "assimilazione". Da allora la festa dei tre santi ha messo radici anche a Stanthorpe, a sud di Brisbane e infine nella stessa capitale del Queensland, il 4 maggio 2003, con una grande celebrazione. Anche la celebrazione a Silkwood è molto cambiata. All'inizio, i sentimenti di coloro che la vollero trapiantare, tutti emigrati dalla Sicilia, furono ben espressi da Giuseppe Parisi, un membro originario del "comitato tre santi" morto pochi anni fa: "Sono venuto in Australia negli anni Trenta, e mi sentivo come un esiliato. Volevo tornarmene a Sant'Alfio. Quando sono arrivate le statue e abbiamo potuto fare la festa qui, ho deciso di restare". Quella che nacque come la replica di una festa patronale siciliana è diventata a poco a poco una tradizione dell'Australia multi-culturale di oggi e del futuro. Sebbene il comitato organizzatore sia ancora composto in maggioranza di fedeli di origine siciliana, nella folla che segue le statue in processione vi sono anche persone di origine asiatica, sudamericana e melanesiana. Alcune di loro offrono i loro bambini agli uomini sulla "vara" affinché possano baciare le statue dei santi. Anche la scorsa prima domenica di maggio, alcuni fedeli hanno seguito la processione a piedi nudi, in segno di penitenza, per poi raccogliersi in preghiera davanti alle statue, mentre intorno cominciavano, rumorosi come sempre, i festeggiamenti. Quest'anno, la presenza del nunzio apostolico, che con il vescovo di Cairns ha intonato "Noi vogliam Dio" alla testa della processione, è stata la dimostrazione che l'attitudine della Chiesa australiana verso il cattolicesimo meridionale è oggi cambiata. Alla fine della processione, monsignor Foley ha espresso ammirazione per la capacità degli emigrati di trapiantare nel nuovissimo continente una tradizione dalle radici così antiche. Dopo i fuochi artificiali, molti fedeli si sono salutati con un "arrivederci all'anno prossimo! Se Dio vuole!".