Il Papa: la politica abbia il primato sulla finanza. L’etica deve orientare ogni attività di Mimmo Muolo
Non c’è vero progresso senza bene comune. Se manca infatti un adeguato orientamento verso quest’ultimo, «finiscono per prevalere consumismo, spreco, povertà e squilibri». Il Papa sceglie l’udienza ai partecipanti al Convegno promosso dalla Fondazione Centesimus Annus-Pro Pontifice per ricordare che «la politica deve avere il primato sulla finanza e l’etica deve orientare ogni attività ». Una regola, questa, che se applicata scrupolosamente potrebbe evitare molti problemi economici, oggi sotto gli occhi di tutti.
Pur senza far riferimento esplicito al caso greco, infatti, Benedetto XVI ha esortato a una «interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano». Una tale interazione, ha fatto notare ad esempio, «appare essere troppo debole presso quei governanti che, a fronte di rinnovati episodi di speculazioni irresponsabili nei confronti dei Paesi più deboli, non reagiscono con adeguate decisioni di governo della finanza».
Dunque il bene comune costituisce una sorta di bussola capace di orientare l’autentico sviluppo. «È allora decisivo – ha ricordato papa Ratzinger – che siano identificati quei beni a cui tutti i popoli debbono accedere in vista del loro compimento umano. E questo non in qualsiasi maniera, ma in una maniera ordinata ed armonica ». Il bene comune, infatti, «è composto da beni materiali, cognitivi, istituzionali e da beni morali e spirituali, questi ultimi superiori a cui i primi vanno subordinati». Per questo Benedetto XVI ha tracciato un vero e proprio percorso da tenere presente nella ricerca del progresso. Al primo posto «il prendersi cura e l’avvalersi di un complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale mondiale, in modo tale che prenda forma di polis, di città dell’uomo ». In secondo luogo «assicurare che l’ordine economico-produttivo sia socialmente responsabile e a misura d’uomo». Quindi «sostenere il consolidamento di sistemi costituzionali, giuridici e amministrativi nei Paesi che non ne godono ancora in modo pieno ». Per il Papa, infatti, «accanto agli aiuti economici, devono esserci quelli finalizzati a rafforzare le garanzie proprie dello Stato di diritto, un sistema di ordine pubblico giusto ed efficiente, nel pieno rispetto dei diritti umani, come pure istituzioni veramente democratiche e partecipative».
Ciò che però il Pontefice ha indicato come «prioritario, in vista dello sviluppo dell’intera famiglia dei popoli», è il «riconoscere la vera scala dei beni-valori ». Non bastano quindi solamente «la diffusione dell’imprenditorialità, dei beni materiali e cognitivi come la casa e l’istruzione, o delle scelte disponibili ». Lo sviluppo integrale dei popoli, ha ricordato Benedetto XVI, «è dato specialmente dall’incremento di quelle scelte buone che sono possibili quando esista la nozione di bene umano integrale », cioè un fine «alla cui luce viene pensato e voluto lo sviluppo». Perciò «la nozione di sviluppo umano integrale presuppone coordinate precise, quali la sussidiarietà e la solidarietà, nonché l’interdipendenza tra Stato, società e mercato». L’ultima parte del suo discorso, il Papa lo ha dedicato al ruolo della religione in questo contesto. «Esse – ha ribadito – sono decisive, specie quando insegnano la fraternità e la pace, perché educano a dare spazio a Dio e ad essere aperti al trascendente, nelle nostre società segnate dalla secolarizzazione». «L’esclusione delle religioni dall’ambito pubblico, come, per altro verso, il fondamentalismo religioso – ha ammonito papa Ratzinger –, impediscono l’incontro tra le persone e la loro collaborazione per il progresso dell’umanità; la vita della società si impoverisce di motivazioni e la politica assume un volto opprimente ed aggressivo ». Infine il Papa ha ringraziato i membri della Fondazione «per l’impegno ad approfondire lo studio della Dottrina sociale della Chiesa».