È una maternità per moltiplicazione quella che vive la protagonista – e anche l’autrice – di Accabadora, immersa in una comunità matriarcale in cui il concetto di famiglia si allarga e padri e madri s’incontrano a ogni angolo della strada. di Chiara Saletti
C’è un nuovo libro sugli scaffali delle librerie, Accabadora di Michela Murgia (Einaudi, 18 euro). Un libro che, se apparentemente ruota attorno al tema del morire e del dare la morte, in realtà parla anche (o soprattutto?) della maternità. Ha, questo racconto, uno sguardo largo sulla figura della madre, come colei che dà forma e genera alla vita, ma anche colei che accompagna nella morte o che, pietosa, “aiuta” il destino degli agonizzanti a compiersi ( Accabadora è, in sardo, colei che finisce, e questo era il ruolo che la comunità, tacitamente, aveva riconosciuto a Bonaria Urrai, protagonista, con la piccola Maria, del romanzo).
Maria è una bambina generata due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra. Figlia di due madri, dunque, in un rapporto talvolta ambiguo, ma che non impone, per esigenze di chiarezza o per necessità dettate da fragilità psicologiche, la scelta di una delle due e l’esclusione dell’altra. Si tratta della cosiddetta figliolanza d’anima, istituzione nata entro la consuetudine di una società arcaica a struttura matriarcale – quella sarda – ma che resiste ancora qua e là (la stessa Murgia è figlia di due madri, come dice la dedica in calce al suo romanzo «A mia madre. Tutt’e due»), come una sorta di affido permanente, ove si conserva il rapporto con la madre biologica.
Così lontana dalla nostra idea dell’esser madri e dell’essere figlie/i, la maternità d’anima pare poggiare su una modalità allargata di concepire la famiglia, quasi di matrice tribale, che vede possibile la cura dei figli altrui senza l’assunzione del privilegio del nome di madre: in tredici anni che visse con lei, nemmeno una volta Maria la chiamò mamma, che le madri sono una cosa diversa.
A chi le parla dell’anomalia di una figliolanza ottenuta per sottrazione, Michela Murgia ribadisce trattarsi piuttosto di una maternità per moltiplicazione. Poiché nascere non accade una sola volta, ma innumerevoli altre, attraverso un sofferto cammino di cadute e risurrezioni, ecco che non c’è nessun vivo che arrivi al suo giorno senza aver avuto padri e madri a ogni angolo di strada.
E così, la madre d’anima si dice disposta ad accompagnare la figlia in questo percorso di nascita continua, attraverso la fatica di inventare un rapporto non dato all’origine, ma costantemente in divenire.
Alla base di questa maternità, dunque, un gesto di elezione, una scelta generata, nel romanzo, da uno sguardo capace di vedere realmente la piccola Maria come nessuno (tanto meno la madre naturale) era riuscito a vederla: Maria era come un niente, la scadenza che ti devi segnare o la dimenticherai. (…). Gli occhi della vecchia furono i soli a vedere (…). Perché le colpe, come le persone, iniziano a esistere se qualcuno se ne accorge. Uno sguardo “altro” sulle cose di sempre, capace di dar loro una dignità, una nuova occasione, che ricorda molto lo sguardo con cui Gesù di Nazaret accostava i reietti, i colpevoli, i condannati al nulla e li rendeva capaci di nuovi inizi. Sguardo che vede il buono e lo chiama a uscir fuori, sguardo che sa attendere, che impara i tempi della pazienza, perché conosce la fatica di dar forma e il dolore del parto. Bonaria Urrai, infatti, non fece mai l’errore di invitare Maria a sentirsi a casa propria (…). Si limitò ad aspettare che gli spazi rimasti vuoti per anni prendessero gradualmente la forma della bambina.
Figli della comunità
Femminile materno declinato nel segno della responsabilità verso coloro che ci sono affidati, della cura della vita colta nel suo nascere e nel suo finire, ma anche e soprattutto strutturato entro un tessuto comunitario coeso e solidale. La comunità risulta essere l’altra protagonista del racconto di Murgia, una comunità “al femminile”, come doveva essere quella della Sardegna rurale, che è sorretta dalle sue donne e dal loro pensiero, dal loro modo di stare nel mondo e di leggerlo.
Entro il grembo comunitario si svolge la vita dei singoli, si nasce e si muore, attraverso gesti e riti condivisi. È la comunità, e la sua concezione di famiglia, che sta alla base e legittima la maternità di Bonaria Urrai. I legami familiari si ri-dicono entro quelli di appartenenza alla comunità, in modo che ciascuno si trova ad avere, oltre ai genitori biologici, innumerevoli altri padri e madri, per tradizione chiamati tzii e tzie, senza vantare tra loro legami di sangue, e che hanno in qualche maniera condiviso con i più giovani il loro percorso di crescita.
I figli divengono così promessa di futuro, di cui farsi carico. Singoli che si inseriscono nel fluire della storia comune, tenuti assieme dal bagaglio culturale che la comunità stessa ha generato e attraverso il quale a ciascuno è possibile comprendere e decifrare il senso del presente.
Così, nei versi famosi di Kahlil Gibran, si celebra il legame filiale che trascende la nostra piccola storia per confluire in quella universale del genere umano.
I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie della fame che di sé stessa ha la vita.
Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi.
E non vi appartengono benché viviate insieme.
Far parte di…
Il romanzo chiama a una riflessione sulla nostra idea di maternità e di comunità. Assistiamo oggi a un’enfatizzazione del diritto a essere madri, a esserlo a tutti i costi per rispondere al bisogno di una propria realizzazione. Assistiamo, anche, all’idealizzazione della figura del figlio, concepito come nostro prolungamento, chiamato a confermarci nel ruolo di madri.
Manca però, talvolta, una riflessione più ampia sul senso del generare, che può avvenire nell’ombra e nella rinuncia al proprio protagonismo, che esige di decentrarsi a favore dell’altro che ti è affidato perché tu lo cresca. Si tratta di imparare a fare spazio, a lasciar andare, a recidere. Con un movimento di fuga dal proprio centro.
Dovremmo riscoprire la nostra storia come parte della storia della comunità. Re-imparare a lavorare per un progetto ampio, capace di andare oltre noi stessi. Dovremmo ascoltare i nostri passi che camminano in una direzione condivisa, verso un bene comune. Dovremmo, infine, recuperare il pensiero che vede nei figli la speranza di un futuro che continua e al quale siamo chiamate a prender parte per quanto è possibile. Un futuro edificato su legami di solidarietà e condivisione, più che su appartenenze etniche o familiari cui sottostare.
La piccola protagonista del romanzo, del resto, ha appreso dalla sua esperienza l’importanza dei legami veri e forti, quelli vitali e indissolubili che trasformano una semplice vicinanza in familiarità. A chi le chiede il senso del suo rapporto con la madre, risponde: « Siamo mamma e figlia, sì... ma non proprio una famiglia. Se eravamo una famiglia, non si metteva d’accordo con voi... cioè, io credo che voi siete la mia famiglia. Perché noi siamo più vicine». È necessario, per noi oggi, fare un passo indietro e rinunciare all’arrogante pretesa di stabilire i canoni che costituiscono la “vera” famiglia. Occorre metterci in ascolto (convinti di poter apprendere cose buone) di tutte quelle realtà che, pur nella fatica e nella diversità, sanno con pazienza dissodare piccoli pezzetti d’amore che rendono belli i rapporti tra gli esseri umani. Di qualunque natura essi siano