Ci sono le mamme “di pancia” e quelle “di cuore”. Ma ci sono anche donne che sono “madri senza figli”. Perché il materno non sempre passa attraverso la figliolanza. di Jessica Cugini
Non tutte le maternità sono facili, alcune, sin da principio, sono sofferte. S’interrompono, spezzando l’incanto della gravidanza, in un momento non preciso, creando, con la nascita di un bimbo prematuro, nuove attese, gestazioni senza pancia.
Non tutte le maternità sono fisiche, alcune sono pensate e ripensate, volute con tutte le forze. Nascono quando si decide di prendere in affido un bimbo, di adottarlo, di diventare madri di figlie e figli che non si portano nel grembo, ma nel cuore. E allora la “gravidanza” è differente, percorre altre strade, cammini diversi, mai tracciati in maniera eguale. Imprevedibili e unici come lo sono le persone che li intraprendono.
Non tutte le maternità scaturiscono da un legame affettivo fra madre e figlio/a, eppure quante volte è capitato di sentir dire «le vuole bene come una figlia», «per me è stata una seconda madre». Ci si ritrova, noi donne lo sappiamo bene, a fare da mamme a dei compagni che non vogliono crescere, a delle amiche che si tenta quasi di proteggere, a quella figlia o figlio di amici che si cerca di accompagnare nella vita.
Una cosa è certa: la maternità è una condizione che non passa necessariamente attraverso la figliolanza. È un qualcosa che appartiene all’universo femminile, che ha a che vedere con quell’istinto che porta a prendersi cura dell’altro, a condividere, a sentire un’empatia che ti fa avvicinare alle persone senza un perché definito.
Genealogia femminile Della maternità “di pancia” leggerete nell’articolo di Francesca Valentini, di quella d’anima nelle pagine di Chiara Saletti ma, come spiega Natalia Aspesi nel libro Perché non abbiamo avuto figli. Donne “speciali” si raccontano (di Paola Leonardi e Ferdinanda Vigliani, Franco Angeli editore), «per una donna, felicità non sempre fa rima con maternità». Ci sono donne che non hanno avuto figli. Per scelta. O perché non sono arrivati. In una società come la nostra (e non solo) la mancata maternità è vissuta come una sorta di tabù che difficilmente viene affrontato.
Una donna senza figli è percepita in modo mancante, come fosse carente di qualcosa, come se le fosse stato negato il dono più importante. Per codificare questa realtà in crescita, il movimento delle donne ha elaborato un concetto nuovo di maternità, che va oltre la madre biologica, colei che mette al mondo figli, e recupera il valore del “materno” in donne che sentono di essere “madri senza figli”, e che danno vita a una maternità altra. È quel che accade a certe insegnanti che si rivedono nelle proprie alunne, che le guidano e si inorgogliscono per quell’interrogazione ben riuscita, per un tema che va oltre la traccia, dando vita a una riflessione da donna matura.
Sono “madri” della loro conoscenza, trasmettono quel che hanno appreso, è il loro modo di aderire al concetto di continuità. È quel che succede quando si prende sotto la propria ala protettiva una giovane collega che si trova spaurita in un nuovo ambiente di lavoro competitivo, che non riesce a vedere, oltre la forza lavoro gratuita del suo stage, la persona. Spronarla, assistendo alla crescita della sua sicurezza e indipendenza, è un compito materno, che rende la ragazza una figlia simbolica, in cui rimarranno impresse impronte non genetiche.
Questa lettura della maternità sposta il materno dall’atto di mettere al mondo figli e figlie per condurlo a una genealogia femminile che porta le donne a creare altro, a dedicarsi a un fare che prescinde dalla gestazione ma appartiene alla nostra essenza