Parla il neurologo inglese Adrian Owen, che insieme al belga Steven Laureys ha pubblicato le sorprendenti scoperte scientifiche sui pazienti come Eluana: «Il prossimo obiettivo? Farli comunicare» di Viviana Daloiso
E' l'autore, insieme al belga Steven Laureys e a un altro manipolo di giovani ricercatori, della scoperta scientifica destinata a rivoluzionare il campo delle neuroscienze. Eppure Adrian Owen, il guru di Cambridge che per la prima volta nel 2006 scoprì in una ragazza vegetativa tracce evidenti di coscienza, è già più avanti della sua ultima sensazionale scoperta, pubblicata sul New England Journal of Medicine (Clicca qui per accedere all'articolo del NEJM). Perché le diagnosi corrette non bastano: per i pazienti in stato vegetativo bisogna fare ancora di più.
Professor Owen, già nel 2006 aveva fatto scalpore il suo esperimento condotto con una paziente in stato vegetativo che dimostrava di essere in grado di attivare le aree motorie del cervello e giocare, mentalmente, un partita di tennis. Quali passi avanti avete compiuto con i pazienti monitorati nello studio apparso sul «New England Journal of Medicine»? «Nel 2006 era la prima volta in assoluto che si riscontrava attività cerebrale volontaria in un paziente in stato vegetativo. Era, per intendersi, il primo risultato, e non avevamo alcuna certezza che potesse ripetersi. Ora sappiamo che non è così. Inoltre abbiamo fatto passi da gigante dal punto di vista degli strumenti impiegati nel campo dei disordini di coscienza: allora scoprimmo tracce di coscienza nella paziente solo dopo molte settimane dall'esame nello scanner, e dopo l'analisi di migliaia di dati. Oggi possiamo vedere che un paziente in stato vegetativo è cosciente mentre è nello scanner: in presa diretta, insomma. E poi, c'è l'aspetto più importante». Quale? «Nel 2006 il test sulla nostra paziente dimostrò che era cosciente rispetto alle domande che le facevamo. Oggi uno dei pazienti su cui abbiamo imperniato la nostra ricerca è stato in grado non solo di 'attivarsi' davanti alle domande ma anche di rispondere 'sì' e 'no'. Questo è davvero straordinario». Come definirebbe un paziente in 'stato vegetativo' oggi? È ancora appropriato utilizzare questo termine o è cambiato qualcosa? «Non sono cambiati i pazienti, né il loro stato: semplicemente è cambiato quello che noi sappiamo. Ora possediamo una tecnica attraverso cui possiamo identificare lo stato reale dei pazienti che appaiono vegetativi, da fuori, ma che non lo sono affatto. Questo non significa che non ci siano più pazienti vegetativi, o che tutti i pazienti in questo stato siano coscienti. Non credo che sia tanto importante cambiare la definizione, ma applicare questa tecnica a tutti i pazienti con traumi cerebrali e sapere in che stato sono davvero. Solo così non sbaglieremo più diagnosi, vedendo stati vegetativi là dove invece c'è coscienza». Sembra però difficile scardinare questa equivalenza: vegetativi, ergo vegetali. Qualcuno la chiama l''etichetta' dello stato vegetativo: una volta che viene messa, è impossibile toglierla da un paziente... «Quello che il mio team a Cambridge e quello di Laureys a Liegi facciamo è 'scienza' nel senso proprio del termine, e la scienza - si sa - ha bisogno di tempo per essere assimilata dalla pratica clinica. Al momento i nostri protocolli non vengono applicati in tutti gli ospedali: alle famiglie di questi pazienti, però, dobbiamo delle risposte, e al più presto. Mi sento di dire che devono essere fiduciose: stiamo facendo il possibile per diffondere le nostre scoperte e sono certo che nel giro di poco raggiungeranno il maggior numero di persone possibile». Che dire delle diagnosi errate? Il numero è impressionante: si stima che vengano considerati erroneamente stati vegetativi il 41% dei pazienti che presentano disordini di coscienza. «Vero. Per fortuna, grazie al nostro protocollo, le cose potranno cambiare». Lei guarda ai pazienti in stato vegetativo come un neuroscienziato, in primis. Ma cosa può dire dell'aspetto umano del suo lavoro? Come si sente quando scopre che in un paziente considerato in stato vegetativo ci sono tracce evidenti di coscienza? «Io sono uno scienziato, il mio lavoro è cercare, non smettere di tentare. Da scienziato devo sforzarmi senza sosta di sviluppare strumenti innovativi per aiutare questi pazienti. Ecco tutto». C'è una ragione particolare per cui ha dedicato la sua vita a pazienti così 'difficili'? «Ho sempre considerato la condizione dello stato vegetativo come una sfida. Cos'è la coscienza, come possiamo davvero sapere se una persona è conscia di quello che le accade intorno: queste sono domande che hanno diviso e acceso il dibattito filosofico per secoli. Qui in laboratorio, e in ospedale, noi abbiamo vite vere che possono risponderci, e io credo sia fondamentale che ogni giorno la scienza si sforzi di rispondere a queste domande. Cosa può essere più interessante?». Quali saranno i prossimi passi nel campo delle vostre ricerche? «Spero che arriveremo a creare dei criteri diagnostici precisi, definitivi e condivisi da tutta la comunità scientifica e medica. La risonanza magnetica funzionale, con cui 'troviamo' tracce di coscienza in questi pazienti, è uno strumento ormai presente dappertutto e può essere impiegato ovunque, su tutti i pazienti. In particolare, spero che presto potremo dare la possibilità a queste persone di comunicare con l'esterno grazie a interfacce cervellocomputer, relativamente economiche, trasportabili e non-invasive». Parliamo di un futuro remoto? «Al contrario. Io credo, e potrei assicurare, che ci arriveremo in dieci anni»