Un minaccioso fantasma attraversava fino a qualche tempo fa i pensieri e le ansie di non pochi vescovi ed operatori pastorali: l'incubo della quantità delle vocazioni sacerdotali e religiose. Non è che non li attraversi tuttora ché, anzi, gli ingressi nei seminari e la perseveranza dei candidati conoscono nei Paesi occidentali dolorosi picchi negativi perfino in aree geografiche in cui si è a lungo goduta una relativa abbondanza. E questo mentre dati sociali, e ostacoli presenti nella cultura prevalente, non fanno pensare a cambiamenti di rilievo in breve tempo. La novità sta invece nell'attenzione che tende a spostarsi dalla quantità alla qualità delle vocazioni, sia perché dalle analisi sociologiche emerge sempre più evidente che le vocazioni non si misurano con il pallottoliere, sia perché non pochi fenomeni sociali portano a far pendere il piatto della bilancia sulla santità, come avvenne in epoche passate. "Non siamo pochi, siamo poco santi" scriveva san Giovanni Crisostomo ai sacerdoti del quinto secolo. La verità è che quantità e qualità non sono parallele destinate a non incontrarsi. Cento sacerdoti, o persone consacrate, scarsamente entusiasti della loro scelta di vita non possono suscitare nuove vocazioni, come può avvenire invece per uno solo di loro convinto della bontà della propria scelta. È successo attorno a san Francesco, al santo curato d'Ars, a don Bosco, e nel nostro tempo, attorno a madre Teresa di Calcutta, che una volta mi confidò di non sapere neppure che esistesse una pastorale delle vocazioni. Ma se la causa trascinante di nuove e numerose vocazioni è l'eccellenza di una vocazione vissuta, allora è giusto che l'attenzione si sposti sulla qualità sia dei "chiamati", sia degli educatori e degli operatori pastorali. L'occhio cade innanzitutto sui giovani. Si ha bisogno della loro risposta, ma è nota anche la loro perplessità di fronte a qualsivoglia progettualità. Un'inchiesta, realizzata qualche anno fa, giunse alla conclusione che la gioventù è indifferente al passato per l'insufficiente efficacia della testimonianza degli adulti, ed è senza prospettive per l'ostinazione dei meno giovani a sbarrare loro la strada, o a far poco o nulla per preparargliela. Il discorso sulla qualità, da parte di chi con fatica persegue modalità nuove di pastorale vocazionale, è innanzitutto quello di accertarsi delle motivazioni dei "chiamati", rimuovendo eventuali impedimenti. Tra questi l'attivismo che sovente attenta la libertà di Dio. La vocazione sacerdotale e religiosa, per loro natura, richiede l'incontro con Cristo. Il volontariato, l'operare per la pace e per i diritti umani, possono favorirlo. Ma se questi impegni non corrispondono alla volontà di seguire Cristo radicalmente, se vengono prima i propri interessi, allora a chiamare, a prendere l'iniziativa, non è più Lui. Altro impedimento da rimuovere è l'eccessiva fiducia nelle scienze umane. La ricerca retrospettiva sulle attitudini, sulle inclinazioni, sulle capacità di un giovane, è necessaria ma non può essere il criterio ultimo, determinante, per conoscere la volontà di Dio. La possibilità di rispondere dipende anche dalla grazia, e quindi dal chiamante. In Saulo c'era poco di Paolo futuro apostolo delle genti; in Simone era difficile intravedere le potenzialità di Pietro roccia della Chiesa; in Mosè balbuziente chi avrebbe visto l'uomo scelto da Dio per salvare il suo popolo? L'esame dell'autenticità di una vocazione non può esaurirsi né in approcci psicologici, né in tentativi di lettura sociologica dei bisogni della Chiesa. La storia di ogni vocazione è fondamentalmente un dialogo a due: tra Dio e ogni singolo chiamato. E non è mai un dialogo facile. È un dialogo che sa di lacrime, di lotta interiore, di voglia di essere del mondo pur sapendo di non dovergli appartenere, perché solo Dio è il protagonista della propria esistenza. In questa prospettiva non c'è altra via che la santità. Diceva François Mauriac: "Come li ascolterei i preti se mi parlassero del Figlio dell'Uomo non da sociologi, non da teologi, ma come coloro che vedono e toccano il Cristo risuscitato". Qualità più che quantità significa che anche la pastorale delle vocazioni più che di strategie ha bisogno di santi, di maestri di vita spirituale, di uomini di preghiera, perché "senza spirito di preghiera - sosteneva sant'Annibale Maria Di Francia, l'apostolo del Rogate - ogni altro sforzo è inutile e nulla possiamo fare di bene né per noi, né per gli altri". E Padre Pio da Pietrelcina, a cui molti sacerdoti e consacrati devono riconoscenza, alla gente che si meravigliava dei suoi carismi diceva: "Sono solo un sacerdote che prega".