«Il mio confessore mi dice spesso: “Offri le tue sofferenze per la redenzione del mondo e per la conversione dei peccatori”. Ho una malattia cronica che si è accentuata con la vecchiaia e anche per questo non mi manca materia prima da “offrire” al Signore. Da qualche tempo, però, mi chiedo: “Com’è possibile che il Signore gradisca una cosa così brutta e sgradevole come i miei patimenti?”». Lorenza – Milano
Quando maneggiamo il grande tema del male il nostro linguaggio è generalmente inadeguato, fatto per lo più di semplificazioni che in buona fede cercano di tradurre per approssimazione dei concetti assai complessi. L’espressione «offrire le proprie sofferenze per la redenzione del mondo e per la conversione dei peccatori», ad esempio, è l’altra faccia di una realtà ben presente nelle Scritture e assolutamente centrale nella dottrina cristiana, vale a dire il fatto che gli uomini sono redenti dalle sofferenze di Cristo, dalla sua morte in croce. Se questo può aver condotto, soprattutto in alcuni periodi storici, all’individuazione della croce come evento in sé e per sé – preso isolatamente, intendo – salvifico, bisogna dire che di semplificazioni linguistiche si tratta, perché la croce ci salva solo se è la croce di Cristo nella quale il Figlio di Dio suggella la sua fedeltà a oltranza al Padre. Non una croce qualunque, il puro dolore fisico o morale, seppur straziante, ci redime, ma la croce con la quale Gesù conclude la sua vicenda terrena in coerenza con la missione che il Padre gli ha affidato.
Tutt’altra cosa dal dolorismo con cui non solo si giustifica il male, ma in qualche modo si induce ad accettarne la proliferazione. Cosa significa allora il consiglio che le è stato dato dal suo confessore? Dicendole di «offrire le sue sofferenze», in primo luogo non le è stato richiesto di procacciarsi sofferenze supplementari rispetto a quelle che la vita normale già le procura. In secondo luogo, non significa che quanto lei soffre sia automaticamente legittimato per il fatto che diventerebbe carburante per la realizzazione di un bene superiore (la conversione dei peccatori, ad esempio).
Non si può offrire il dolore, il male che ci percuote, per il semplice motivo che non ha alcun senso offrire a Dio qualcosa di brutto e negativo che deforma e disumanizza l’esistenza. «Offrire la sofferenza» è espressione che può aiutare a capire come nel nostro dolore non siamo isolati, imprigionati in una bolla fatta di assenza di relazioni con i fratelli e soprattutto verso l’Alto. A essere offerto, dunque, (e questo è forse l’aspetto più importante) non è il dolore, quanto il lavoro misterioso della grazia in noi nonostante ci si trovi oppressi e quasi schiacciati dalle avversità: una malattia, la morte di una persona cara, il decadimento fisico con tutto ciò che comporta, una debolezza che ci umilia… Nonostante il dolore rimaniamo saldi nella fede, speranza e carità, non rinneghiamo l’amore presente in noi e il nostro essere e sentirci figli amati: questa forza nella contrarietà e nella contraddizione è gradita a Dio e a lui può essere offerta. Quando troppo frettolosamente si collega sofferenza e redenzione ci si dimentica che tra i due termini va posta l’obbedienza al Padre e l’amore ai fratelli. È restando nell’orizzonte di questi due amori (vale a dire: «Nonostante la mia condizione amo ancora i fratelli e rimango aperto all’amore di Dio») che la «sofferenza», o meglio quello spazio di libertà e gratuità che nella sofferenza ancora custodisco, può essere offerta