Ratzinger tra gli arabi israeliani: «le religioni unite contro la violenza»
di Fulvio Fania
Girotondo di pace, Benedetto XVI contraddice Ratzinger. Colpo di teatro nel santuario dell'Annunciazione. Dove l'arcangelo annunciò la maternità a Maria, un rabbino, al termine di un incontro tra cristiani, ebrei, drusi e islamici, lancia l'idea di un canto di preghiera comune per la pace e leva subito la voce: shalom, salam, peace. Il papa si alza. Alla sua destra, un altro rabbino più importante, David Rosen, gli prende la mano e lo stesso fa il capo druso di Galilea che si trova a sinistra. Ratzinger sorride, sembra vincere la ritrosia abituale del teologo che sospetta ovunque confusioni dottrinarie tra le diverse fedi, si lascia andare, sorride a dispetto della stanchezza. La variegata compagnia di leader religiosi (musulmani inclusi) forma un cerchio, alza le braccia. Da non crederci. I francescani della Custodia di Terrasanta che gestiscono la basilica, grazie alla complicità di Rosen, uno dei rabbini più amici del Vaticano, hanno fatto centro: questa infatti sembra proprio la riproduzione dell'incontro interreligioso di Wojtyla ad Assisi nell'86, quel genere di gesti di cui Ratzinger ha sempre diffidato, premurosamente impegnato a definire i confini tra pregare tutti allo stesso scopo e pregare insieme nello stesso luogo. II primo comportamento è lecito, il secondo sarebbe un pericoloso cedimento al sincretismo. Questo canto per la pace non è una orazione liturgica ma l'immagine del girotondo interreligioso è di quelle che restano e valgono più delle direttive del Sant'Uffizio, come avvenne già per la preghiera solitaria di Ratzinger nella moschea blu di Istanbul. La quale tuttavia non bastò ad attenuare le rigidità dottrinarie del teologo tedesco. Ma d'altra parte come avrebbe fatto Ratzinger a rifiutare l'invito al canto comune? Sarebbe esploso il caso in senso opposto e, dopo gli incidenti con i musulmani a Ratisbona e con gli ebrei a causa di lefebvriani, ci sarebbe mancata anche questa. Nel suo saluto ai capi religiosi il Papa aveva appena detto che «i cristiani volentieri si uniscono ad ebrei, musulmani, drusi e persone di altre religioni nel desiderio di salvaguardare i bambini dal fanatismo e dalla violenza». Il portavoce vaticano Federico Lombardi è sorpreso quanto gli altri. «Non credo fosse previsto che si tenessero per mano - commenta -, certo il papa non lo sapeva prima, ma è stata una bellissima improvvisata». Ora però i lefebvriani si faranno venire un attacco di bile. Tutto accade in serata, prima dei vespri, al termine di una giornata densa di cerimonie a Nazareth. Verrebbe da dire, meno male per i nazareni che l'Annunciazione è avvenuta da queste parti. Se non fosse stato per questo, il sindaco ebreo di Haifa sarebbe forse riuscito a soffiare al collega arabo della città di Maria l'occasione d'oro di una messa grande con Benedetto XVI nonché i cinque milioni di dollari di finanziamento e un forte richiamo turistico. Se fosse andata così - stando alle lamentele degli amministratori - il maggiore centro arabo dentro i confini di Israele sarebbe rimasto per l'ennesima volta a secco, una cenerentola rispetto al contiguo nuovo villaggio autonomo di Nazareth Illit, costruito apposta per ospitare gli ebrei immigrati dalla Russia e dall'Etiopia. Al contrario, oggi il sindaco Ramiz Jaraisy, del Fronte democratico che comprende anche i comunisti, può dirsi soddisfatto. Nazareth è stata prescelta anche per l'incontro tra Ratzinger e il premier Netanyahu. Una scelta curiosa: non Gerusalemme, ma un luogo arabo interno allo stato ebraico; non nei primi giorni del pellegrinaggio papale ma all'ultimo suo giro di boa, quando il Papa ha già parlato ad Abu Mazen e ai profughi palestinesi nei Territori dell'Anp dicendo cose che il governo israeliano non ha assolutamente gradito. E così il premier ricambia il servizio, facendo pressioni sul Papa affinché condanni esplicitamente l'antisemitismo del presidente iraniano Ahmadinejad. A Nazareth hanno ascoltato bene il suo discorso nel capo profughi di Aida, in particolare quella citazione degli «eventi del 1948» quando la nascita dello Stato israeliano comportò la naqba, l'espulsione dei palestinesi dalla Galilea. Qui tutti dicono che il governo ha incassato male il colpo. La stampa israeliana ha raccontato la visita papale di là dal muro senza abbondare in commenti, in genere tentando di lasciarla sotto tono. E Netanyahu ha voluto riprendersi la scena finora dominata per parte israeliana dal presidente Simon Peres, il quale rilascia alla stampa estera dichiarazioni distensive circa la soluzione "due popoli e due stati" che il governo di destra di cui fa parte anche l'ultra Liebermann ha invece cestinato. Il leader del Likud raggiunge il convento dei francescani nel pomeriggio, reduce da un vertice ad Akaba con il re di Giordania Abdallah che gli ha chiesto di accettare la costituzione di uno Stato palestinese. L'intreccio diplomatico coinvolge dunque il Vaticano, considerato che nei giorni scorsi il sovrano hashemita ha manifestato grande concordanza con la Santa Sede candidandosi ad un ruolo di mediazione sulla questione palestinese, convinto che la polveriera stia di nuovo per esplodere. Il Papa e Netanyahu restano a colloquio per quindici minuti mentre le due rispettive delegazioni – quella vaticana è guidata dal cardinale Bertone – trattano in un'altra sala le grane delle proprietà ecclesiastiche, della richiesta vaticana di esenzione fiscale permanente e dei visti ai sacerdoti stranieri. Il monte del Salto, o del Precipizio, su cui Ratzinger celebra la messa del mattino sorge proprio di fronte alla città, dall'altra parte del grande fosso che separa i due colli. E' un teatro naturale che potrebbe ospitare molti più fedeli dei ventimila giunti in maggioranza dall'estero. Ma qui i cristiani locali ci sono davvero: sono il 35% della popolazione e nel passato hanno costituito la leaedership culturale e sociale della comunità, senza scontri con i musulmani fino all'incidente di dieci anni fa, quando il presidente Kazav promise ad un partito islamico la costruzione di una moschea proprio sotto l'imponente basilica dell'Annunciazione. Scoppiò una bagarre e per quel motivo la tappa nazarena del viaggio di Wojtyla nel 2000 fu limitata, malgrado il governo israeliano avesse ormai cancellato il progetto di moschea. «Tutta una speculazione politica», taglia corto il sindaco e altri, anonimamente, dicono che a metterci lo zampino sono stati i servizi. Fortunatamente il litigio si è risolto. Ci raccontano che a favorire la ricomposizione araba fu un gesto provocatorio di un gruppo di ebrei che fecero esplodere dei petardi da una carrozzina per bambini dentro la basilica. Comunque c'è un iman nemico dei frati che persevera ogni venerdì a pregare nel luogo conteso. La polizia lo ha "allontanato" in vista della visita di Benedetto XVI. L'incubo della sicurezza domina ogni angolo. Sempre per ragioni di sicurezza hanno impedito al Papa di girare per Nazareth sulla papamobile scoperta. «Ma perché mai ha potuto farlo a Gerusalemme e a Betlemme e non qui?», protesta il sindaco. Ratzinger ricorda ai fedeli le tensioni tra cristiani e musulmani di qualche anno fa. Lo spunto è prezioso per raccomandare la «pacifica coesistenza» e la costruzione di «ponti». Un breve passaggio in un'omelia per il resto dedicata alla famiglia e alla «pietà virile, la fedeltà, l'integrità e il duro lavoro» di san Giuseppe. DDurante la messa sul "precipizio" il vescovo melkita Elia Chacour torna sul dramma dei profughi salutando quelli di Bourm e Ikreth, due paesi al confine del Libano che vennero svuotati per ordine israeliano 61 anni fa con la promessa di un ritorno sette giorni dopo. Stanno aspettando ancora adesso, malgrado le sentenze favorevoli dei tribunali. La loro sorte formalmente è diversa da quella degli altri palestinesi scacciati ma la sostanza è la stessa. Almeno loro possono andare a sposarsi nel luogo natio e lo possono scegliere per la sepoltura. Non per viverci.