Prima la follia cieca, che causa morte e rancore. Poi la voglia di rinascere, grazie all’amore di chi è rimasto. Un detenuto racconta il suo ritorno alla vita di Lucia Bellaspiga
il mondo che ti crolla addosso, quando nella tua vita ordinata e serena irrompe l’imprevisto: la moglie che lascia un biglietto e se ne va per sempre col vicino di casa, i due bambini rimasti soli in strada davanti alla casa vuota, «occupati tu di loro», la derisione del rivale. Il sangue che sale al cervello e lo acceca. «E così io, persona normalissima, che non avevo mai fatto male a una mosca, ho preso il fucile da caccia e ho sparato all’uomo che mi aveva portato via tutto... E in tre minuti ho bruciato la mia vita ». P.G. (queste le sue iniziali) racconta in fretta: alle 21 dev’essere di ritorno in carcere, come ogni sera da quando è in semilibertà. A riavvolgere il nastro della vita e immaginare come doveva essere la sua, prima di quella maledetta sera del 1996, si resta stupefatti, e lui lo sa bene: «Ero uno stimato capostazione di 40 anni, avevo diretto il traffico ferroviario di molte città del Nord, sopra a ogni cosa amavo la mia famiglia e il mio lavoro, facevo volontariato, ero donatore di sangue, lavoravo nella Protezione civile e con la Pro loco del posto (una cittadina del Nordest, ndr )... Mi creda, finché non accade a te pensi di essere immune, dici 'a me non potrebbe succedere', poi in un solo istante ti senti annichilito, la stima di te stesso precipita, dentro ti esplode la paura di perdere i tuoi affetti e fai quello che non avresti dovuto». Il vortice – come lo chiama P.G. – ti tira sempre più giù, tant’è che 17 mesi dopo, scaduti i termini della detenzione cautelare e in attesa del processo, l’uomo prende di nuovo un’arma e fa fuoco, questa volta contro la moglie. «Intendevo difendermi dal fratello del suo amante – racconta oggi l’uomo – non volevo fare del male a lei... Chiamai subito i soccorsi e per fortuna la salvarono. Io fui condannato a 20 anni di carcere e sarei dovuto uscire nel 2016, ma con l’indulto la pena è scesa fino al 2013, e con altri 3 anni di scarcerazione anticipata grazie all’articolo 54 dell’ordinamento penitenziario sarò un uomo libero il 15 giugno del 2010». Cita alla lettera il Codice penale e la Costituzione, e non a caso, perché quella che lui chiaÈ ma la sua personale Pasqua di resurrezione passa anche attraverso una laurea in Giurisprudenza presa proprio in carcere. «Quando hai combinato quello che ho fatto io, la vita pare finita. Non mi hanno più permesso di vedere i miei due bambini, per anni ho avuto incubi e sensi di colpa micidiali, rivivevo l’offesa che avevo subìto ma ancor più l’omicidio... Non è facile andare avanti se la coscienza rimorde giorno e notte. La prima svolta è arrivata nel 2001, quando la mia istanza di essere trasferito al carcere di Torino per poter studiare è stata accolta». Al 'Lorusso e Cutugno', infatti, opera un polo universitario sostenuto dalla Compagnia di San Paolo che in dieci anni ha già realizzato un bel numero di laureati. «I docenti entrano in carcere, fanno lezione, discutono tesi. Per me è stato lo stimolo per fare della pena una reale occasione di rieducazione e reinserimento sociale, come dice l’articolo 27 della Costituzione. Altrimenti restano solo belle parole». Con una laurea in tasca, l’ex ferroviere ha iniziato a occuparsi degli altri detenuti, a spiegare loro la legge e la sua applicazione. Un impegno che in futuro diventerà il suo lavoro: «Da giugno, quando ricomincerò da zero dopo aver pagato il mio debito con la giustizia, mi dedicherò ai bisogni concreti dei detenuti, creerò un ufficio di sostegno legale gratuito all’interno del carcere, perché le colpe si pagano, ma un’occasione per risorgere va data a tutti». Sa bene, ad esempio, che «i problemi non finiscono quando si esce di galera, anzi, spesso iniziano e, se non hai nessuno che ti aiuta, non ti resta che delinquere di nuovo». È una rinascita a tappe, la sua, la cui «spinta più grande è stato l’amore dei figli», venuti a lui appena la maggiore età gliel’ha permesso: «Hanno perdonato, anche perché ora conoscono l’amore». E infatti sono entrambi tornati con le loro fidanzate: «Avevo perso due figli, ne ho ritrovati quattro». Poi c’è l’abnegazione «dei cappellani che ho incontrato in tutte le carceri dove sono passato, oltre agli operatori della Caritas. È grazie a loro se non l’ho fatta finita». Ora attende «la Pasqua della libertà», la rinascita a una vita nuova, «quando varcherò questa porta e sarà per sempre». Quel giorno il suo debito sarà pagato, «ma è la misericordia di Dio l’unica che mi può restituire alla vita...», nonostante la ferita che resta aperta e il rimpianto più grande, quello di non poter incontrare la sua vittima e chiederle perdono. «L’unica cosa che posso fare è, ogni volta che entro in chiesa, raccomandarlo a Dio, che gli dia quella pace che a lungo io avevo perso». «Ho sparato all’uomo che mi aveva portato via tutto. In un solo istante mi sono sentito annichilito. Eppure i miei figli, a distanza di tempo, mi hanno perdonato e la misericordia di Dio mi ha ridato l’esistenza