La paternità è un’esperienza che risulta talora poco attraente nell’ambito della cultura sociale e forse anche per quanti vivono in prima persona quest’ esperienza. di Marianna Pacucci
Per una donna, avere figli costituisce ancora, il più delle volte, un valore oltre che un compito, una scelta autorealizzativa e non solo una responsabilità con cui misurarsi. Per un uomo, invece, diventare padre non sembra comunemente il traguardo del cammino di crescita affettiva; fare il padre è un impegno che a tanti risulta troppo oneroso rispetto ad altre aspettative e investimenti esistenziali. Sarà anche per questo che tale ruolo viene talvolta interpretato in modo scontato e superficiale, soprattutto quando il maschio – che vive un tempo di grave disorientamento culturale e teme la perdita della propria identità tradizionale – mostra di non sapersi svincolare dai luoghi comuni della società, che gli appioppano schemi di comportamento ormai difficili sia da motivare, che da interpretare. Eppure, in questi ultimi anni, il bisogno di ritrovare la figura del padre è fin troppo evidente, e non viene messa in gioco soltanto la stabilità famigliare, ma anche molte altre questioni fondamentali, fino a quella delicatissima dello sviluppo religioso e dell’incontro dei ragazzi con il Dio Padre della fede cristiana. Pertanto, occorre un impegno corale - uomini e donne insieme, ma anche fra le diverse generazioni – per riscoprire il senso autentico della paternità. In questo itinerario, alcuni elementi sono sicuramente irrinunciabili: lo dico in nome della mia esperienza famigliare, ma anche da quanto mi riviene dal paziente ascolto degli adolescenti e delle loro difficoltà di maturazione umana e religiosa.
In primo luogo, credo che bisogna rianimare il carattere vocazionale di ogni paternità: non si diventa padri per caso o per forza, come talora accade, e neppure per una valutazione emotiva della propria storia di coppia. La genitorialità è cosa molto seria, soprattutto per chi non ha avuto il dono biologico della gravidanza e dunque non può sperimentare nel proprio corpo la pedagogia dell’avvento. Il progetto della generatività, pertanto, va condiviso con attenzione e passione, affinché il senso dell’attesa possa davvero coinvolgere e contagiare tutti e due i partner che concorrono a creare una nuova vita. Il desiderio però, da solo, non basta. Poiché la posta in gioco è una rivoluzione copernicana – tale è anche per la nostra sensibilità occidentale il passaggio dall’autoritarismo all’autorevolezza del padre -, occorre un serio lavoro autoformativo. Se genitori non si nasce ma si diventa, a maggior ragione per la paternità ci vuole un intelligente lavoro di riflessione, un paziente tirocinio, un continuo apprendimento e autocorrezione degli stili di comportamento appresi da piccoli, partendo dalla consapevolezza che si deve rimettere a fuoco il valore dell’affettività, laddove prima la paternità era invece largamente dominata da un’ipoteca ideologica.
Questo non significa che il padre oggi debba rinunciare a trasmettere riferimenti ideali e culturali, interpretando il senso della continuità e la forza dell’esperienza; ma tali valori oggi richiedono una diversa capacità comunicativa. Le distanze fra padri e figli vanno decisamente accorciate, ma soprattutto occorre transitare dall’imposizione alla proposta, praticando la disponibilità della condivisione e sviluppando le energie della testimonianza.
Questo rinnovato impegno chiede, ovviamente, la voglia di investire più tempo e attenzione nella vita della casa, rinunciando ad una presenza sociale e professionale troppo onerosa. Una scelta del genere non sminuisce il prestigio del padre, ma lo colloca in una dimensione più interessante, che è la capacità di farsi compagno di strada dei piccoli nel difficile cammino dello sviluppo delle competenze umane. È importante, anche, l’eliminazione di ogni maschera: il padre non deve necessariamente essere forte, deciso e infallibile. Può e deve esprimere con sincerità i suoi dubbi e le paure, riconoscere gli errori, ammettere che si sente talvolta disorientato e incerto, come tutti gli altri comuni mortali. Questa demitizzazione della figura paterna sicuramente mette in crisi molti adulti; nello stesso tempo rassicura i giovani: riconciliandoli con l’esperienza già vissuta da figli, può generare in loro un atteggiamento coraggioso verso tutte le responsabilità che la vita comporta e la voglia di una futura paternità, concepita e vissuta come elemento consapevole e qualificante della propria biografia