Delusi dalla politica che non pensa alla crisi di Andrea Lavazza
«Un segnale molto forte alla politica. Non capite come cambia la società, non parlate dei nostri problemi, non avete progetti oltre le polemiche di giornata». L’astensione a livelli record, seppure ampiamente prevista – almeno da lui – è un forte campanello d’allarme per il Palazzo, secondo il sondaggista Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos. In queste Regionali si è avuto un brusco calo dell’affluenza, circa 8 punti rispetto al 2005, scendendo sotto il 65%, un dato davvero inusuale per l’Italia, se si escludono le Europee... Basta analizzare l’agenda mediatico-politica con cui si è arrivati alle urne. I temi nazionali hanno avuto largamente il sopravvento su quelli locali, cioè quelli che dovevano essere propri di questa consultazione. Temi forse non così sentiti dalla gente... Il dibattito è stato tutto incentrato su giustizia, emergenza corruzione, informazione (con i talk show oscurati), liste non ammesse. Ma sappiamo bene dai sondaggi che siamo in un momento in cui cresce la preoccupazione per la crisi economica, la perdita di posti di lavoro, per il peggioramento delle condizioni di vita complessive. È ovvio che la gente si sia sentita abbandona- ta. E abbia reagito di conseguenza. Che tipo di astensione è stata? Più di pancia o di testa? Più 'qualunquistica' o di 'protesta meditata'? Si possono sicuramente distinguere due generi di astensionismo. Il primo è quello che definirei dei ceti popolari, che sono stati colpiti dalla crisi e non hanno sentito risposte alle proprie esigenze più concrete. Il secondo è quello dei ceti acculturati, che non scorgono un progetto politico credibile, che ritengono i leader incapaci di leggere i mutamenti in corso. C’è da fare anche una lettura geografica dal crollo dell’affluenza alle urne. Il dato del Lazio, quasi -12%, come si spiega? Penso lo si debba a un insieme di fattori. A partire dallo scandalo che ha portato alle dimissioni del presidente Marrazzo. Non darei un peso così forte, invece, all’esclusione della lista Pdl a Roma, visti i dati delle altre province della regione. Si riduce la forbice tra Nord e Sud. Come mai? Il Mezzogiorno partiva da un livello più basso e ha subito un’emorragia minore. Probabilmente, conta la capacità di mobilitazione del fattore personale. Sappiamo che nelle regioni del Sud si esprime maggiormente la preferenza. Colpisce il dato della Toscana, oltre -10%: in quel caso, parlerei di un segnale anche alla classe dirigente locale, mente in genere l’astensione alle Regionali va interpretata come un avvertimento ai leader e ai partiti nazionali. Inevitabile chiedersi chi sia stato penalizzato della minore affluenza, e chi avvantaggiato. L’astensione è selettiva. Essendo legata alla delusione, colpisce prevalentemente i partiti al governo centrale, con l’esclusione della Lega, in questa occasione. Ma non bisogna semplificare. Soltanto l’analisi dei flussi elettorali potrà dirci qualcosa con maggiore precisione. E lo spegnimento dei talk show può avere avuto un ruolo? Sì, è probabile. Da un lato quei programmi hanno in maggioranza un pubblico già schierato per una parte politica, però hanno la funzione di tenere vivo il dibattito, quindi svolgono una funzione mobilitante in prossimità del voto, che si è persa. Non dimentichiamo che anche elettori Pdl erano contrari al provvedimento. E ora? Che cosa può tentare di fare la politica? Serve un cambiamento profondo, una svolta che non si può improvvisare da un momento all’altro. I partiti devono reinventarsi, leggendo meglio i cambiamenti sociali, uscendo dai tatticismi, puntando a grandi riforme di interesse comune e alla concordia generale. Ci vorrà però coraggio, determinazione e pazienza. Altrimenti, questo trend non potrà che peggiorare.