Giovani, donne, immigrati, persone poco scolarizzate Sono le categorie che stanno pagando di più la recessione secondo una ricerca della Sda Bocconi di Andrea Dituri
A gennaio 2010 nei Paesi dell’Unione europea la disoccupazione ha toccato il 9,5%, con circa 4 milioni di posti di lavoro persi secondo Eurostat. L’impatto della crisi, dunque, è stato molto forte, ma non generalizzato. Nel senso che all’interno di un quadro complessivamente negativo, la variazione dei livelli occupazionali è stata sensibilmente diversa per categorie di persone diverse. Chi ha sofferto di più e chi meno, o addirittura per niente? Questo l’oggetto dell’indagine Crisi economica e diversity che viene presentata oggi dall’Osservatorio sul diversity management della Sda Bocconi. La ricerca si è focalizzata su quattro aree di diversità: donne, giovani ( 15- 24 anni), persone con un basso livello di competenza, lavoratori extracomunitari. Per la diversità di genere, stando alle cifre ufficiali le donne hanno subìto minori perdite di posti di lavoro rispetto agli uomini. A livello Ue il tasso di occupazione nel 2009 è sceso dello 0,7% per le donne e del 2,3% per gli uomini. Anche in Italia l’occupazione femminile ha sofferto meno (- 0,5% per le donne, - 1,9% per gli uomini nel 2009), pur restando cronicamente inferiore ai livelli europei ( al 46,2%, contro il 58,7% nell’Ue) e a quella maschile ( 67,9%), con un tasso di disoccupazione al 9,8% contro il 7,7% degli uomini. Esaminando aspetti che non sempre emergono dalle statistiche, però, si vede che le donne escono dalla crisi in una posizione di ancora maggiore debolezza. Sono state più colpite, ad esempio, dalla flessione del lavoro a termine e soprattutto del lavoro a tempo parziale, che le riguarda assai più frequentemente degli uomini. Hanno una minore protezione sociale, sussidi di disoccupazione mediamente più bassi e storie contributive più frammentate. E ci sono forti rischi che la loro condizione possa ulteriormente aggravarsi, per una serie di ragioni: il prevedibile aumento del lavoro domestico e di cura a carico delle donne per l’impossibilità di molte famiglie di acquistarlo dall’esterno; per le donne, poi, in caso di perdita del posto di lavoro è più elevato il rischio di non essere riassunte; è largamente diffusa la convizione, infine, com’è dimostrato da autorevoli recenti studi ( World values survey, 2009), che siano gli uomini i legittimi titolari del lavoro quando esso scarseggia. Se le donne escono comunque più deboli dalla crisi, i giovani ne escono addirittura peggio. L’indagine, in riferimento ai 1524enni, parla infatti di « generazione Y a rischio » . A livello europeo, nel 2009 il tasso di occupazione dei giovani è sceso del 7% circa, mentre per gli over 55 è addirittura cresciuto, e la disoccupazione giovanile ha superato a gennaio 2010 il 20%. Anche perché i giovani sono i primi che perdono il lavoro e i più esposti, per via dei loro contratti in larga misura atipici e temporanei, ai saliscendi del ciclo economico. Situazione ancora più grave per chi non ha titoli di studio elevati o appartiene a minoranze etniche. Altra categoria ad accresciuto rischio povertà è quella dei lavoratori migranti, specie se extra- comunitari e occupati in settori come costruzioni, agricoltura, servizi domestici e di cura. Per gli extra- comunitari il tasso di disoccupazione nell’Ue è vicino a quello dei giovani e circa il doppio di quello dei lavoratori stranieri comunitari, con picchi di disuguaglianze in Paesi come Regno Unito o Spagna, meno in Italia. A essere più vulnerabili per via della crisi, infine, sono anche i lavoratori con competenze medio- basse, mentre il tasso di occupazione in Europa per i lavoratori con competenze più elevate è addirittura cresciuto