Giovani di fronte al futuro sospesi tra precarietà e disoccupazione di Stefano Salomoni
«Dedico questo messaggio soprattutto ai più giovani tra noi, che vedono avvicinarsi il tempo delle scelte e cercano un’occupazione, cercano una strada. Dedico loro questo messaggio, perché i problemi che essi sentono e si pongono per il futuro sono gli stessi che si pongono per il futuro dell’Italia». Così il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha aperto il tradizionale messaggio, a reti unificate, di fine anno. A cui si è accompagnato l’invito rivolto a tutti i cittadini a non essere solo spettatori: «La politica siete anche voi - ha continuato - in quanto potete animarla e rinnovarla con le vostre sollecitazioni e i vostri comportamenti, partendo dalle situazioni che concretamente vivete, dai problemi che vi premono». Occupazione uguale problema. O meglio, mancanza, precarietà, incertezza del lavoro, e conseguente assenza di prospettive, progettualità, orizzonte, uguale problema. I giovani sanno di cosa parliamo. Al Sud un giovane su tre è senza lavoro. Al nord va un po’ meglio. Un po’. Secondo i dati forniti dalla Cisl di Imola, nel circondario imolese è senza lavoro il 27% dei giovani tra i 15 e i 24 anni. Nel 2009 erano il 24%, nel 2008 il 21%, nel 2007 il 19%. Un trend costante e preoccupante che scarica su una fascia della popolazione più che su altre il peso della crisi. Tra i giovani si è registrato in particolare un forte aumento di disoccupati tra quelli in possesso di un titolo di studio "alto" (laurea triennale o superiore) che arrivano a quota 616 (il 7,2% del totale dei disoccupati), dato in aumento del 30% su base annua. Poi c’è il problema del mancato incontro tra domanda e offerta. L’economia e l’impresa, locale ma non solo, chiedono un certo tipo di figure professionali. Dalla scuola ne escono altre e diverse. Il risultato è anche un senso di sconforto, insoddisfazione e rassegnazione. Come riferisce il sindacato, sempre più spesso i giovani che un lavoro ce l’hanno si sentono fare questo discorso: «Allora, facciamo così: tu ti licenzi, poi vieni a lavorare con la partita Iva». A parità di salario, ma con oneri contributivi che dall’impresa si scaricano sul lavoratore riducendone sensibilmente il reddito, oltre che il grado di stabilità. «La nuova frontiera della precarietà si è spostata oggi sul lavoro autonomo - spiega Stefano Franceschelli (nella foto), segretario della Felsa-Cisl, sigla che si occupa dei lavoratori con contratti atipici - una categoria di lavoratori non inclusa nell’alveo delle tutele garantite dallo Statuto dei lavoratori e unica ad essere esclusa anche dai provvedimenti sul lavoro flessibile contenuti nella Legge 30. Si assiste infatti sempre più di frequente a proposte di "baratto" tra un posto fisso e il mantenimento dell’occupazione presso la stessa impresa tramite però l’assunzione di un incarico come lavoratore autonomo dotato di partita Iva. Un ricatto in cui molti lavoratori, spesso giovani, ricadono per non perdere il posto di lavoro e la fonte di reddito necessaria a mantenere la famiglia». La flessibilità diventa fine a se stessa, prosegue Franceschelli, non prosegue in un progetto a lunga scadenza. Significativa è anche la crescita delle richieste di sussidio di disoccupazione a requisiti ridotti, a cui è possibile accedere solo con almeno 78 giorni di lavoro l’anno. Magari si lavora, ma per periodi brevi. «Oggi occorre una razionalizzazione delle forme contrattuali - spiega il segretario della Felsa - e anche quelle atipiche vanno coinvolte nel ragionamento in corso sulle tutele. Passare dallo Statuto dei lavoratori allo Statuto dei lavori».