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Epitaffio di Abercio

ntorno al 180 d.C., la storia ha collocato un’importante testimonianza riguardante la credenza nella necessità di pregare per le anime dei defunti e quindi, ovviamente, del Purgatorio, anche se non lo si chiamava con questo nome. Tale documento prende il nome di “Epitaffio di Abercio”. È la regina delle iscrizioni cristiane, il più "antico monumento lapidario che ricordi l’Eucaristia, da questi 22 versi (un distico e 20 esametri), in lingua greca, in forma semplice e velata di mistico simbolismo, si sprigiona l'atmosfera calda di entusiasmo e di fede delle generazioni per le quali l'Eucaristia era sovente viatico al martino. Vi si sente anche il santo orgoglio d'appartenere ad una stirpe, che, benché perseguitata invade il mondo e lo regge spiritualmente (cfr. Lettera a Diogneto, che è contemporanea).

Abercio, probabilmente vescovo di Ieropoli nella Frigia Salutare, è stato a Roma: ha visto la maestà della Chiesa Romana, regina del mondo cristiano; ha visto un popolo di fedeli, segnato dal sigillo del battesimo, ha visitato tutta la Siria, si è spinto sino a Nisibi in Mesopotamia, prima di risalire alla sua leropoli, e dovunque ha trovato fratelli cristiani, dovunque gli è stato offerto come cibo il pesce (Cristo), pescato (concepito) da una casta Vergine, e un vino squisito col pane (l'Eucaristia sotto le due specie).

Nel 1883 furono scoperti, presso Ieropoli nella Frigia Salutare, due frammenti marmorei di questo epitaffio, conservati ora ai Museo Laterano. Si potè ricostruire e completare l'iscrizione con l'aiuto d'una leggendaria Vita di Aberczo, scritta in greco nel secolo IV (che riporta in forma molto imperfetta l'epitaffio), e dell'epitaffio di Alessandro, scoperto un anno prima nella stessa regione, datato al 216, e composto di sei versi, che corrispondono esattamente ai primi tré e agli ultimi tré dell'iscrizione di Abercio.

1 Cittadino d’eletta città questo monumento mi eressi
2 da vivo, per avere a suo tempo un posto qui al mio corpo.
3 Abercio è il mio nome; sono discepolo d’un casto pastore,
4  che pasce greggi di pecore sui monti e nei piani,
5  che ha occhi grandi, il cui sguardo giunge dovunque.
6  Lui m’insegnò le parole veraci della vita;
7 Lui mi mandò a Roma a contemplare la reggia,
8  a vedere la regina dal manto e dai sandali d'oro.
9 Qui ho visto un popolo che porta un luminoso sigillo.
10 Poi ho visto anche la terra di Siria e tutte le città; e Nisibi
11 al di là dell'Eufrate. E dovunque trovai dei compagni.
12 Avevo con me Paolo. La fede ovunque mi guidava,
13 e ovunque essa mi forniva in cibo un pesce di sorgente,
14 grandissimo, puro, che casta vergine ha pescato,
15 e lo distribuiva agli amici da cibarsene in perpetuo;
16 Essa possiede un vino delizioso e lo dà misto con il pane.
17  Queste cose di presenza dettai da scrivere, io Abercio,
18  quando avevo precisamente settantadue anni d’età.
19  Vedendole e comprendendole, preghi per Abercio ogni compagno
20  Nessuno ponga altra tomba sulla mia;
21 se no, pagherà duemila pezze d'oro all'erario dei Romani,
22  e mille pezze d'oro all'ottima mia patria Ieropoli.

Questa iscrizione è importantissima in relazione:

1. al primato di Roma: il viaggio di Abercio può essere avvicinato a quello di Policarpo nel 154-155;
2. al simbolismo di 'Yctus, pesce;
3. alla Comunione (sotto le due specie) nutrimento:
4. alla verginità di Maria SS.
5. all’efficacia delle preghiere per i defunti (v. 19). Abercio invita quelli che visiteranno la sua tomba a pregare per lui. Invita a pregare per lui defunto, quindi per la sua anima. Si può facilmente comprendere come la Chiesa primitiva, la Chiesa dei primi secoli, credeva al Purgatorio e alla necessità di pregare per le anime dei defunti.





Il diario di Perpetua

ell’anno 203,all’inizio del terzo secolo dopo Cristo ci perviene la più importante testimonianza. A farcela, attraverso il suo diario è la martire cristiana Perpetua morta il 7 marzo del 203 insieme ad altri cinque cristiani: Felicita, Revocato, Saturnino, Secundolo e il loro catechista Saturo.
La Passio Perpetuae et Felicitatis è uno straordinario documento che ne testimonia il martirio  a Cartagine. La protagonista è Perpetua, giovane donna, madre di un bambino ancora lattante, che affida alle pagine di un diario, inserito da un anonimo redattore all’interno della Passio, sia la cronaca degli avvenimenti successivi all’arresto, fino alle soglie del martirio, sia la descrizione delle visioni da lei avute durante la prigionia. Si tratta di un documento di notevole ricchezza fontale, non solo per il cristianesimo e la letteratura martirologica, ma anche per la storia antica. La Passio è uno dei documenti piú ricchi di dati preziosi per la ricostruzione della spiritualità che lo caratterizza. Le parti
redatte di proprio pugno dai martiri – il diario di Perpetua e la visione del catechista Saturo da lui stesso trascritta – sono eccezionali documenti che testimoniano la storia dalla parte delle vittime stesse. Per il fatto di essere stata scritta per lo piú da una donna, possiede caratteristiche molto rare nel panorama della letteratura antica, non solo cristiana.
Il diario ci narra un episodio importane. Perpetua, mentre è in prigione, ha una duplice visione.
Nella prima visione vede suo fratello Dinocrate, “morto a sette anni per un cancro che gli aveva devastato la faccia” al punto che, scrive Perpetua “la sua morte aveva fatto inorridire tutti”. Nella prima visione, Perpetua vede suo fratellino uscire “da un luogo tenebroso dove vi era molta altra gente; era accaldato e assetato, sudicio e pallido. Il volto era sfigurato dalla piaga che l’aveva ucciso”. E ancora, in questa prima visione, Perpetua vede suo fratello che tenta senza riuscirci di abbeverarsi ad una piscina e capisce che Dinocrate sta soffrendo. Non riesce ad abbeverarsi e questo era per lui motivo di grande sofferenza.
Perpetua prega per l’anima di suo fratello defunto. Il Signore ascolta le sue preghiere e in una seconda visione, Perpetua vede Dinocrate perfettamente guarito, in grado di abbeverarsi, capace di giocare come fanno tutti i bambini. Interpretando questa seconda visione, Perpetua scrive nel suo diario: “Mi svegliai e compresi che la pena (del Purgatorio) gli era stata rimessa”.

 


Le opere di Tertulliano

n’altra preziosa testimonianza ci giunge da Tertulliano (ca 155 – ca 222) un pagano, convertito al Cristianesimo; divenne uno strenuo apologeta del cattolicesimo prima di cadere, purtroppo nell’eresia montanista. Nel suo De Corona, Tertulliano scrive: “Nel giorno anniversario facciamo preghiere per i defunti”. Nel suo De monogamia, scrive: “La moglie sopravvissuta al marito offre preghiere per la gioia di suo marito nei giorni anniversari della sua morte”, dove si intende bene che la moglie prega perché l’anima del defunto giunga presto alla gioia del Paradiso.

 



La testimonianza di Sant'Agostino

ant’Agostino attesta la fermissima fede della Chiesa dei primi secoli nella esistenza del Purgatorio. Scrive: “Non si può negare che le anime dei defunti possono essere aiutate dalla pietà dei loro cari ancora in vita, quando è offerto per loro il sacrificio del Mediatore (qui sant’Agostino sta parlando del sacrificio della Santa Messa), oppure mediante elemosine” (De fide, spe, et caritate).

“Non vi è motivo, tuttavia, di dubitare che le anime dei defunti non traggano sollievo dalle preghiere dei congiunti ancora in vita, quando viene offerto per loro il Sacrificio del Mediatore o vengono distribuite elemosine in chiesa. Queste opere, però, servono soltanto a coloro che, da vivi, hanno meritato... Anche se alcuni saranno salvati per mezzo del fuoco (nel Purgatorio), tale fuoco sarò più terribile di tutto quanto un uomo possa patire in questa vita “.

Sant'Agostino, inoltre, sviluppa la concezione che la preghiera di intercessione non avviene soltanto in direzione ascendente (cioè dai vivi ai morti), ma anche in senso inverso:

“Tutti siamo peccatori; tutti conduciamo una vita nella qule si può peccare; da questa vita tutti noi ce ne dovremo andare. Giacché Dio sarò tanto misericordioso con te, quanto tu sarai stato misericordioso con il prossimo; tanto riceverai nell‘altra vita, quanto dai nella presente. Prega dunque per i defunti, affinché quando saranno nella vita eterna non dimentichino di pregare per te...”. (Sermone 44)


La testimonianza di Sant'Efrem di Siro

crive sant’Efrem di Siro, vissuto nel IV secolo (306-373) nel suo testamento: “Nel trigesimo della mia morte ricordatevi di me, fratelli, nella preghiera. I morti infatti ricevono aiuto dalla preghiera fatta dai vivi” (Testamentum). San Girolamo (ca 347 – 419 o 420) attesta che gli scritti di sant’Efrem erano letti pubblicamente in Chiesa, dopo la Sacra Bibbia.




 

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