
Benedetto XVI - Udienza Generale
Piazza San Pietro - Mercoledi, 14 marzo 2007

ant’Ignazio,
come s’è detto, era Vescovo di Antiochia, che oggi si trova in Turchia. Qui,
in Antiochia, come sappiamo dagli Atti degli Apostoli, sorse una comunità
cristiana fiorente: primo Vescovo ne fu l’apostolo Pietro – così ci dice la
tradizione –, e lì «per la prima volta i discepoli furono chiamati
cristiani» (At 11,26). Eusebio di Cesarea, uno storico del IV secolo, dedica
un intero capitolo della sua Storia Ecclesiastica alla vita e all’opera
letteraria di Ignazio (3,36). «Dalla Siria», egli scrive, «Ignazio fu
mandato a Roma per essere gettato in pasto alle belve, a causa della
testimonianza da lui resa a Cristo. Compiendo il suo viaggio attraverso
l’Asia, sotto la custodia severa delle guardie» [che lui chiama «dieci
leopardi» nella sua Lettera ai Romani 5,1], «nelle singole città dove
sostava, con prediche e ammonizioni, andava rinsaldando le Chiese;
soprattutto esortava, col calore più vivo, di guardarsi dalle eresie, che
allora cominciavano a pullulare, e raccomandava di non staccarsi dalla
tradizione apostolica» (3,36,3-4). La prima tappa del viaggio di Ignazio
verso il martirio fu la città di Smirne, dove era Vescovo san Policarpo,
discepolo di san Giovanni. Qui Ignazio scrisse quattro lettere,
rispettivamente alle Chiese di Efeso, di Magnesia, di Tralli e di Roma.
«Partito da Smirne», prosegue Eusebio, «Ignazio venne a Troade, e di là
spedì nuove lettere»: due alle Chiese di Filadelfia e di Smirne, e una al
Vescovo Policarpo. Eusebio completa così l’elenco delle lettere, che sono
giunte a noi come un prezioso tesoro. Leggendo questi testi si sente la
freschezza della fede della generazione che ancora aveva conosciuto gli
Apostoli. Si sente anche in queste lettere l’amore ardente di un Santo.
Finalmente da Troade il martire giunse a Roma, dove, nell’Anfiteatro Flavio,
venne dato in pasto alle bestie feroci.
Nessun Padre della Chiesa ha espresso con l’intensità di Ignazio l’anelito
all’unione con Cristo e alla vita in Lui. Perciò abbiamo letto il brano
evangelico sulla vigna, che secondo il Vangelo di Giovanni è Gesù. In
realtà, confluiscono in Ignazio due «correnti» spirituali: quella di Paolo,
tutta tesa all’unione con Cristo, e quella di Giovanni, concentrata sulla
vita in Lui. A loro volta, queste due correnti sfociano nell’imitazione di
Cristo, più volte proclamato da Ignazio come «il mio» o «il nostro Dio».
Così Ignazio supplica i cristiani di Roma di non impedire il suo martirio,
perché è impaziente di «congiungersi con Gesù Cristo». E spiega: «E’ bello
per me morire andando verso (eis) Gesù Cristo, piuttosto che regnare sino ai
confini della terra. Cerco Lui, che è morto per me, voglio Lui, che è
risorto per noi ... Lasciate che io sia imitatore della Passione del mio
Dio!» (Romani 5-6). Si può cogliere in queste espressioni brucianti d’amore
lo spiccato «realismo» cristologico tipico della Chiesa di Antiochia, più
che mai attento all’incarnazione del Figlio di Dio e alla sua vera e
concreta umanità: Gesù Cristo, scrive Ignazio agli Smirnesi, «è realmente
dalla stirpe di Davide», «realmente è nato da una vergine», «realmente fu
inchiodato per noi» (1,1).
L’irresistibile tensione di Ignazio verso l’unione con Cristo fonda una vera
e propria «mistica dell’unità». Egli stesso si definisce «un uomo al quale è
affidato il compito dell’unità» (Filadelfiesi 8,1). Per Ignazio l’unità è
anzitutto una prerogativa di Dio che, esistendo in tre Persone, è Uno in
assoluta unità. Egli ripete spesso che Dio è unità, e che solo in Dio essa
si trova allo stato puro e originario. L’unità da realizzare su questa terra
da parte dei cristiani non è altro che un’imitazione, il più possibile
conforme all’archétipo divino. In questo modo Ignazio giunge a elaborare una
visione della Chiesa, che richiama da vicino alcune espressioni della
Lettera ai Corinti di Clemente Romano. «E’ bene per voi», scrive per esempio
ai cristiani di Efeso, «procedere insieme d’accordo col pensiero del
Vescovo, cosa che già fate. Infatti il vostro collegio dei presbiteri,
giustamente famoso, degno di Dio, è così armonicamente unito al Vescovo come
le corde alla cetra. Per questo nella vostra concordia e nel vostro amore
sinfonico Gesù Cristo è cantato. E così voi, ad uno ad uno, diventate coro,
affinché nella sinfonia della concordia, dopo aver preso il tono di Dio
nell’unità, cantiate a una sola voce» (4,1-2). E dopo aver raccomandato agli
Smirnesi di non «intraprendere nulla di ciò che riguarda la Chiesa senza il
Vescovo» (8,1), confida a Policarpo: «Io offro la mia vita per quelli che
sono sottomessi al Vescovo, ai presbiteri e ai diaconi. Possa io con loro
avere parte con Dio. Lavorate insieme gli uni per gli altri, lottate
insieme, correte insieme, soffrite insieme, dormite e vegliate insieme come
amministratori di Dio, suoi assessori e servi. Cercate di piacere a Colui
per il quale militate e dal quale ricevete la mercede. Nessuno di voi sia
trovato disertore. Il vostro Battesimo rimanga come uno scudo, la fede come
un elmo, la carità come una lancia, la pazienza come un’armatura» (6,1-2).
Complessivamente si può cogliere nelle Lettere di Ignazio una sorta di
dialettica costante e feconda tra due aspetti caratteristici della vita
cristiana: da una parte la struttura gerarchica della comunità ecclesiale, e
dall’altra l’unità fondamentale che lega fra loro tutti i fedeli in Cristo.
Di conseguenza, i ruoli non si possono contrapporre. Al contrario,
l’insistenza sulla comunione dei credenti tra loro e con i propri pastori è
continuamente riformulata attraverso eloquenti immagini e analogie: la
cetra, le corde, l’intonazione, il concerto, la sinfonia. E’ evidente la
responsabilità peculiare dei Vescovi, dei presbiteri e dei diaconi
nell’edificazione della comunità. Vale anzitutto per loro l’invito all’amore
e all’unità. «Siate una cosa sola», scrive Ignazio ai Magnesi, riprendendo
la preghiera di Gesù nell’Ultima Cena: «Un’unica supplica, un’unica mente,
un’unica speranza nell’amore ... Accorrete tutti a Gesù Cristo come
all’unico tempio di Dio, come all’unico altare: Egli è uno, e procedendo
dall’unico Padre, è rimasto a Lui unito, e a Lui è ritornato nell’unità»
(7,1-2). Ignazio, per primo nella letteratura cristiana, attribuisce alla
Chiesa l’aggettivo «cattolica», cioè «universale»: «Dove è Gesù Cristo»,
egli afferma, «lì è la Chiesa cattolica» (Smirnesi 8,2). E proprio nel
servizio di unità alla Chiesa cattolica, la comunità cristiana di Roma
esercita una sorta di primato nell’amore: «In Roma essa presiede degna di
Dio, venerabile, degna di essere chiamata beata ... Presiede alla carità,
che ha la legge di Cristo e porta il nome del Padre» (Romani, prologo).
Come si vede, Ignazio è veramente il «dottore dell’unità»: unità di Dio e
unità di Cristo (a dispetto delle varie eresie che iniziavano a circolare e
dividevano l’uomo e Dio in Cristo), unità della Chiesa, unità dei fedeli
«nella fede e nella carità, delle quali non vi è nulla di più eccellente» (Smirnesi
6,1). In definitiva, il «realismo» di Ignazio invita i fedeli di ieri e di
oggi, invita noi tutti a una sintesi progressiva tra configurazione a Cristo
(unione con Lui, vita in Lui) e dedizione alla sua Chiesa (unità con il
Vescovo, servizio generoso alla comunità e al mondo). Insomma, occorre
pervenire a una sintesi tra comunione della Chiesa all’interno di sé e
missione-proclamazione del Vangelo per gli altri, fino a che attraverso una
dimensione parli l’altra, e i credenti siano sempre più «nel possesso di
quello Spirito indiviso, che è Gesù Cristo stesso» (Magnesi 15).
Implorando dal Signore questa «grazia di unità», e nella convinzione di
presiedere alla carità di tutta la Chiesa (cfr Romani, prologo), rivolgo a
voi lo stesso augurio che conclude la lettera di Ignazio ai cristiani di
Tralli: «Amatevi l’un l’altro con cuore non diviso. Il mio spirito si offre
in sacrificio per voi, non solo ora, ma anche quando avrà raggiunto Dio ...
In Cristo possiate essere trovati senza macchia» (13). E preghiamo affinché
il Signore ci aiuti a raggiungere questa unità e ad essere trovati
finalmente senza macchia, perché è l’amore che purifica le anime.
© Copyright 2007 - Libreria Editrice Vaticana
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