Martiri Cristiani: ROLANDO RIVI
 

ROLANDO RIVI

ROLANDO  RIVI Era attirato dalla vita missionaria: «Quando sarò prete – diceva – partirò, andrò in terre lontane a far conoscere Gesù. Voglio che Lui sia conosciuto e amato». Il progetto che più lo affascinava era quello di diventare prete per andare missionario.
Lo sguardo al futuro
Nel dicembre del 1944 cadde in abbondanza la neve e tutto quell’inverno fu particolarmente freddo e nevoso. Rolando partecipò alla festa dell’Immacolata, l’8 dicembre, come faceva in seminario, affidandosi a Lei, la Tutta Pura. Si avvicinava il natale. Nel giorni della novena, accompagnò all’harmonium il canto delle profezie, unendo la sua voce a quella dei cantori e dei fedeli ad invocare Gesù: «Regem venturum Dominum: venite, adoremus!» (Il Signore sta per nascere: venite, adoriamolo!). Alla messa di natale, sentì l’anima riempirsi di serenità e di speranza (5).
Capodanno 1945: dopo quasi sei anni di guerra, qualche spiraglio di pace. Il 7 gennaio, tra l’affetto dei suoi, Rolando compì 14 anni. «La guerra finirà presto – pensavano papa e mamma – e il nostro ragazzo potrà tornare in seminario e diventare prete». Nonna Anna lo guardava, piena di speranza: «Chissà se ti vedrò salire l’altare?». «Oh, sì, nonna! – rispondeva Rolando – Canterò la messa a San Valentino… Lo pensi che bello, nonna?».
Sulle colline coperte di neve gelata tornò a splendere il sole. Rolando, con due doghe di botti in disuso preparò un paio di sci e suggerì l’idea ad alcuni coetanei, i quali fecero altrettanto. Chiamò a godere lo spettacolo – e a parteciparvi se non avessero avuto troppa paura – anche i bambini più piccoli.
Poi, dal “Poggiolo”, dove abitava, si buttò lungo il pendio a sciare, svelto, veloce, nonostante la veste, seguito a distanza dagli amici più coraggiosi. «Sembrava un folletto», ricorda qualcuno che era presente a quell’avventura.
Continuava frattanto a frequentare la casa parrocchiale, dove si intratteneva con gli amici a studiare, a discorrere dei suoi progetti e ad esercitarsi all’harmonium.
Arrivava la primavera. Ancora forte l’odio ai preti e ai credenti: il sangue degli innocenti sarebbe continuato a scorrere anche dopo la fine della guerra. Il 14 febbraio, mercoledì delle ceneri, inizio della quaresima e festa di san Valentino, Rolando cominciò a prepararsi alla Pasqua, pregando e offrendo a Dio gli impegni e i piccoli sacrifici quotidiani. Aveva dentro una forte nostalgia del seminario. Lo diceva ai familiari e agli amici seminaristi: «Desídero tornare in seminario al più presto. Là i nostri superiori mi aiuteranno a diventare prete».
Pregava ogni giorno affinché Gesù affrettasse il fortunato giorno del suo rientro in seminario.
La sua presenza in quei giorni stupiva: aveva solo 14 anni ed era poco più di un bambino, ma non si era mai mimetizzato né aveva nascosto la sua chiara identità di aspirante appassionato al sacerdozio. Continuava ad indossare la veste nera e spesso il cappello da prete.
Tutti lo conoscevano e lo incontravano così: sull’aia di casa, per la strada, in chiesa. Il volto pallido, lo sguardo dolcissimo, gli occhi buoni e penetranti; l’aspetto sorridente e gioioso, semplice e aperto con tutti, pronto a parlare con intelligenza e coraggio. Ma quando pregava in chiesa, inginocchiato davanti al tabernacolo, le mani giunte, assorto e come rapito da Dio, sembrava un angelo.
Spesso in paese scoppiavano dispute alle quali non era facile rispondere. Era più conveniente tacere. Capitò che in una discussione alcuni attaccarono ingiustamente la Chiesa e l’attività dei sacerdoti. Rolando difese a fronte alta Gesù, il Papa, la Chiesa e i sacerdoti, senza paura alcuna. Era conosciuto per la sua fede e il suo coraggio; era ammirato, ma anche da taluni malvisto perché aveva apertamente dimostrato che voleva diventare prete.
Immolato
Il primo aprile di quell’anno, Pasqua di resurrezíone, don Olinto Marzocchini è già rientrato a San Valentino e al suo fianco è rimasto il giovane curato. Durante la settimana santa Rolando ha partecípato alle celebrazioni liturgiche con grande entusiasmo. E giovedì, davanti all’altare dell’Eucaristia, ornato di fiori e di ceri accesi, ha pregato: «Grazíe, Gesù, perché ci hai donato Te stesso nell’Ostia santa e rimani sempre con noi… Aiutami a ritornare presto in seminario e a diventare sacerdote … ». Il venerdì, baciando il Crocifisso, ha ripetuto l’offerta al suo grande Amico: «Tutta la mia vita per Te, o Gesù, per amarti e farti amare».
Il giorno di Pasqua, durante le messe, Rolando suona l’organo accompagnando i canti. Riceve Gesù nella comunione. In sacrestia, il parroco gli dice: «Sei stato bravo, Rolando! Per tutti i servizi fatti nella settimana santa, accetta questo piccolo dono… E che il Signore ti benedica», e gli mette in mano una piccola somma.
Si sente nell’aria qualcosa di nuovo. C’è ancora guerra, ma tutti sentono che volge alla fine.
Nei giorni successivi, Rolando non manca mai alla messa e alla comunione. Poi, tornato a casa, esce con un libro sotto braccio e va a studiare presso un boschetto non lontano dalla sua abitazione.
Il 10 aprile, martedì dopo la domenica in Albis, al mattino presto, è già in chiesa: si celebra la messa cantata in onore di san Víncenzo Ferreri, che non si è potuta celebrare il 5 aprile, giorno anniversario, essendo l’ottava di pasqua. Suona e accompagna all’organo i cantori, tra i quali c’è anche il papà. Si accosta alla comunione e si raccoglie in preghiera a ringraziare il Signore. Prima di uscire, prende accordi con i cantori, per “cantare messa” anche l’indomani.
Torna a casa. I suoi genitori vanno a lavorare nel campi. Rolando, con i libri sottobraccio, si reca come al solito a studiare nel boschetto a pochi passi da casa. Indossa, come sempre, la sua veste nera.
A mezzogiorno, non vedendolo ritornare, i genitori lo vanno a cercare. Tra i libri, sull’erba, trovano un biglietto: «Non cercatelo. Viene un momento con noi, partigiani». Il papà e il curato di San Valentino, in forte ansia, cominciano a girare nei dintorni alla ricerca del ragazzo. Cosa sarà mai capitato?…
Alcuni partigiani comunisti lo hanno portato nella loro “base”. Rolando capisce con chi si trova. Quelli lo spogliano della veste talare, che li irrita troppo.
Ora hanno davanti a loro un povero ragazzo di quattordici anni, tremante, vestito poveramente, come Gesù nel pretorio di Pilato. Alle loro beffe, Rolando risponde: «Sono un ragazzo, si, un seminarista… e non ho fatto nulla di male».
Quelli lo insultano, lo percuotono con la cinghia sulle gambe, lo schiaffeggiano. Adesso hanno davanti un ragazzino coperto di lividi, piangente. Così era stato fatto, un giorno lontano, a Gesù.
Rolando, innocente, prega nel suo cuore e chiede pietà. Qualcuno si commuove e propone di lasciarlo andare, perché è soltanto un ragazzo. Ma altri si rifiutano: prevale l’odio al prete, all’abito che lo rappresenta. Decidono di ucciderlo.
Lo portano in un bosco presso Piane di Monchio (Modena). Davanti alla fossa già scavata, Rolando comprende tutto. Singhiozzando implora di essere risparmiato. Gli viene risposto con un calcio. Allora dice: «Voglio pregare per la mia mamma e per il mio papà». Si inginocchia sull’orlo della fossa e prega per sé, per i suoi cari, forse per i suoi stessi uccisori
Due scariche di rivoltella lo rotolano a terra, nel suo sangue. Un ultimo pensiero, un ultimo palpito del cuore per Gesù, perdutamente amato… Poi la fine.
Quelli lo coprono con poche palate di terra e di foglie secche. La veste da prete diventa un pallone da calciare; poi sara appesa, come trofeo di guerra, sotto il porticato di una casa vicina (6).
Era il 13 aprile 1945, ricorrenza del giovane martire sant’Ermenegildo (+585 d.C.), venerdì, come quando Gesù si immolò sulla croce. Rolando aveva 14 anni e tre mesi.
In quell’istante il cielo si apri e Gesù accolse nella sua gloria Rolando Maria Rivi, piccolo angelo, martire della fede. Con la vita, con la parola e perfino con il suo sangue aveva proclamato: «Quanto ho di più caro al mondo è Cristo: Lui stesso e tutto ciò che viene da Lui! ».







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