Martiri Cristiani: Suor Eugenia Cavallo
 

Suor Eugenia Cavallo

Suor Eugenia Cavallo Avevo sedici anni quando lessi la storia di suor Eugenia uccisa dai Gikuyu durante la rivolta dei Mau Mau. Mi colpì l'immaginazione e mi infiammò il cuore: un giorno sarei diventata missionaria e avrei preso il suo posto tra i Gikuyu. Divenire martire era il mio sogno più ambito. A diciotto anni lessi delle Suore della Consolata e del loro lavoro missionario, ma scoprendo che svolgevano la loro opera anche in America Latina non volli correre il rischio di finire proprio lì. Chi avrebbe convertito i Gikuyu se non io? Così entrai dalle suore comboniane, allora chiamate Pie Madri della Nigrizia, perché l'appellativo stesso mi assicurava che sarei approdata in Africa. Molti anni dopo durante la giornata missionaria mondiale del 1987, raccontai la storia della mia vocazione ai fedeli della parrocchia di Githunguri (Kenya) raccolti per la messa domenicale. L'anziano signore che faceva la traduzione del mio discorso dall'inglese al Gikuyu aveva la voce roca e le lacrime agli occhi.
Nata nel 1892 a Spinetta (Cuneo), Marianna Cavallo era entrata nella congregazione delle Suore della Consolata nel 1913, prendendo il nome di Eugenia (9). Dopo il tirocinio, nel 1921 era partita per il Kenya; aveva lavorato a Mugoiri e Karima nella diocesi di Nyeri, visitando i villaggi, aiutando i bisognosi, indicando loro il vangelo come fonte delle sue profonde motivazioni a servirli. La sua era una attività missionaria completa espressa a parole e fatti.
Nel 1925 era stata trasferita nella diocesi di Meru e i villaggi di Kyeni, Chuka, Igoji e Mujwa beneficiarono del suo amorevole e instancabile lavoro. Per diciannove anni fu assistente regionale, e ricoprire tale carica così a lungo è una chiara indicazione della grande fiducia che le sue superiore e le suore avevano riposto in lei. Gli ultimi undici anni li passò a Mujwa dove venne uccisa il 28 settembre 1953.

Vogliamo la tua testa
Due settimane prima della sua morte suor Eugenia aveva fatto un sogno che aveva riferito alle consorelle: "Un gruppo di Mau Mau mi aveva assalito, mi stringevano e mi strattonavano dicendo: 'Tukwenda kiongo kiaku' (vogliamo la tua testa)". Le consorelle le dissero di non prestarvi attenzione, era un sogno, ma lei aveva continuato a preoccuparsi.
Era molto vicina alla gente, che si fidava di lei. Molti le si avvicinavano per raccontarle le loro paure e chiederle consigli. "Le radici del problema sono qui a Mujwa," dicevano gli anziani, volendo dire che c'erano delle postazioni Mau Mau in quel villaggio. Lei poteva constatarne le conseguenze nella costante diminuzione delle presenze in chiesa; la gente aveva paura e non sapeva cosa fare, un'ondata di odio si stava rapidamente spargendo, terrorizzando tutti.
Suor Eugenia cercava di incoraggiarli: "Se avete paura, perché non ritornate dal Signore a chiedere il suo aiuto?" ma la paura era più forte della fede e dell'amore. Ancora una volta cominciò a girare per i villaggi visitando le case, ma notava la mancanza di entusiasmo e del cordiale benvenuto che era solita ricevere. Quando chiedeva le ragioni della loro assenza dalla chiesa, la gente rispondeva, "Ritorneremo ancora, i nostri cuori non sono cattivi".
Tutti conoscevano il buon cuore di suor Eugenia: non avrebbe mai mandato via nessuno senza dare il necessario aiuto accompagnato da parole di incoraggiamento. Soffrivano per lei e con lei, ma non potevano fare nulla per cambiare la situazione.
Assieme alle suore e ai padri della missione, suor Eugenia pregava ardentemente per la gente mentre si avvicinava un devastante uragano. Nessuna meraviglia, dunque, se le costanti preoccupazioni le popolavano il sonno di incubi spaventosi.

Il sogno si avvera
Il 28 settembre suor Eugenia aveva trascorso come sempre il suo tempo a preparare il necessario per le missioni della zona. Mujwa era il centro dei missionari della Consolata nella diocesi di Meru, e lei era incaricata di rispondere alle richieste di aiuto provenienti dalle missioni. Pur adempiendo egregiamente a questo arduo compito, non dimenticava coloro che si accalcavano intorno a "Mware Eugenia" come loro sorgente di speranza anche nell'ultimo giorno della sua vita.
Verso le otto di quella sera, aveva lasciato il posto di lavoro, come di consueto, per ricongiungersi alla sua comunità per la cena. Aveva notato subito la presenza di gente silenziosa armata di lance, frecce e panga (coltellaccio locale). Alcuni stavano cercando di abbattere la porta principale della casa delle suore. Suor Eugenia avanzò coraggiosamente tentando di raggiungere il convento, ma all'entrata venne fermata da un gruppo di uomini armati fino ai denti. Deveva averne riconosciuti alcuni e questi l'ammazzarono per timore che rivelasse i loro nomi.
Un colpo secco di panga le mozzò la mano, alzata per farsi scudo alla testa; la mano cadde di fronte alla porta. Un altro colpo di panga le fracassò il cranio. Suor Eugenia cadde al suolo in una pozza di sangue mentre i Mau Mau scomparvero nella boscaglia silenziosamente come erano venuti.
Fu immediatamente chiamato il superiore della missione, p. Ciardo; a suor Carola, che gli chiedeva di dare l'ultima assoluzione a suor Eugenia, egli istintivamente replicò: "Una martire non ha bisogno di assoluzione".
Il dottore cercò di ricomporre il corpo, mano e testa, e poi volle prelevare un po' di sangue per degli esami, ma non ne trovò goccia. Non bastava che suor Eugenia avesse dato trentadue anni della sua vita ai kenyoti, essa aveva versato anche tutto il suo sangue per il suo amato popolo.

Hanno ammazzato la nostra mamma
Il 30 settembre ebbero luogo i funerali; la chiesa non era gremita come ai vecchi tempi, ma c'era un folla considerevole di tutte le età. Stavano in silenzio con i volti segnati dalla sofferenza, e in quella quiete di morte si udì sussurrare: "Hanno ammazzato la nostra mamma".
Il vescovo Cavallera e gli altri concelebranti, senza previo accordo, all'unisono cambiarono un dettaglio della liturgia: al posto delle solite parole: "In paradiso ti accompagnino gli angeli," cantarono, "In paradiso ti accompagnino i martiri".
Per un certo periodo questa tragedia rimase un caso isolato per i missionari, ma in quel momento nessuno poteva prevedere ciò che li attendeva in futuro. Come molti missionari, suor Eugenia non aveva voluto essere assente quando il popolo aveva maggior bisogno di lei; aveva deciso di affrontare il pericolo con tutte le sue conseguenze, e la morte era una di queste.
Quand'era in noviziato, aveva detto: "Vorrei essere come quelle formichine che si muovono inosservate lungo i sentieri, lavorando sodo, e qualche volta vengono schiacciate dai piedi dei passanti. Tutto questo per amore".
Le suore della Consolata scrissero nella loro lettera ufficiale: "Mentre stavamo facendo gli esercizi e cercavamo di rafforzarci nel nostro impegno missionario, pronte anche al martirio se fosse stato necessario, ricevemmo la notizia della morte di suor Eugenia. Una profonda tristezza invase i nostri cuori, ma il pensiero di quel sangue versato da una di noi per la nostra amata Africa ci infiammò di maggior zelo e amore, e cantammo un Te Deum di ringraziamento".


Autore: Ida Tomasi







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