Martiri Cristiani: Padre Reginaldo Giuliani
 

Padre Reginaldo Giuliani

Padre Reginaldo Giuliani Reginaldo Giuliani aveva abbracciato da giovane la vita monastica dell’ordine dei Domenicani (Saio bianco e nero). Nella Grande guerra aveva combattuto in Trincea con gli arditi (della III Armata) meritandosi l’argento e il bronzo. Sostituiva spesso gli ufficiali quando il reparto si trovava falciato dal nemico. Attraversò il Piave raggiungendo di isolotto in isolotto l’altra sponda e ritornò per fare altrettanto con un altro reparto. Prima di queste imprese “disperate”, si disse, si confessò da Don Celso Costantini nel caso fosse andata male.
Di padre Reginaldo non si seppe più nulla da quei giorni d'ottobre del Piave, ma ricomparve a Trieste al termine del conflitto, un mese dopo. Andò poi a Fiume con D’Annunzio e con gli squadristi cattolici (Fiamme Bianche). Nel 22 fu alla marcia su Roma, non rivestendo in seguito alcun ruolo politico se non quello di predicatore nella Chiesa di S. Domenico a Torino. Muti “mangiapreti” della prima ora aveva una deferenza unica nei suoi confronti: per scherzo durante una celebrazione gli mise una immagine di Giuseppe Mazzini nel messale per vedere la sua reazione. Mangiapreti si, Muti, ma teneva nel portafoglio il santino della Madonna di Loreto, protettrice degli aviatori, che Giuliani gli aveva regalato: ("Gim", come lo chiamavano dai tempi di Fiume di protezione ne aveva bisogno).
Se Padre Giuliani fosse riuscito a tornare dall’Etiopia (definiva Padre Massaia, primo evangelizzatore dell'Etiopia, suo lontano parente, ma da civile costui si chiamava Lorenzo Antonio da Piovà d’Asti), si riprometteva di tornare a fare il missionario come nel 1928, sicuramente con lo stesso spirito con cui usava la spada. Inutile dire quanto ormai la sua fede lo accecasse sulla reale condizione degli Italiani, portatori di civiltà e dei nativi che a questa anelavano !?. Sogna di essere come i cavalieri che liberarono la Spagna dall’islam, il soldato che “con sentimento di fede”, è partito per l’Africa Orientale per “spezzare le catene degli schiavi e preparare la via ai Missionari cattolici, che andranno a liberare milioni di anime dall’eresia monofisita e a ricondurle nell’ovile di Gesù Cristo nel seno della Chiesa cattolica”.
Fra Ginepro da Pompeiana che lo vide per ultimo “ Beato te ardito, che sei morto assolvendo i morenti e con essi sei alle porte del Paradiso”.

Il Cardinale Fossati ordinario militare scrisse: “La morte in lui ha spezzato una fibra d’acciaio, ma non la vita. Lui che ripeteva - Non sarò mai costretto a scegliere fra chiesa e patria perché nel bene d’una ho sempre trovato il bene dell’altra.- E’ l’amore che si deve invocare in guerra non l’odio. L’odio è il figlio e padre della barbarie. L’amore, invece, sorge dalla civiltà e genera il bene e la pace. Oggi è la madre patria che si imporpora tutta con il sangue dei suoi figli, dei vostri fratelli il sangue che dice l’affetto ardente con cui si è amata e si ama la più bella di tutte le patrie".

Padre Reginaldo è stato insignito con la medaglia d'ora al valore militare con la seguente motivazione: "Durante lungo accanito combattimento in campo aperto sostenuto contro forze soverchianti, si prodigava nell’assistenza dei feriti e nel ricupero dei caduti. Di fronte all’incalzare del nemico alimentava con la parola e con l’esempio l’ardore delle Camicie Nere gridando: "Dobbiamo vincere, il Duce vuole così ". Chinato su di un caduto mentre ne assicurava l’anima a Dio, veniva gravemente ferito. Raccolte le sue ultime forze partecipava ancora con eroico ardimento all’azione per impedire al nemico di gettarsi sui moribondi, alto agitando un piccolo Crocifisso di legno. Un colpo di scimitarra, da barbara mano vibrato, troncava la sua terrestre esistenza, chiudendo la vita di un apostolo, dando inizio a quella di un Martire. Mai Beles, 21 gennaio 1936".





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