Martiri Cristiani: Padre Giuseppe Santi
 

Padre Giuseppe Santi

Giuseppe Santi nacque il 25 marzo 1920 a Bosaro (Rovigo) in una numerosa famiglia, che oltre i genitori Luigi e Giuseppina, era composta da sette figli, Sante, Giuseppe, Nino, Carmen, Dirce, Paola, Gabriella, dai nonni paterni rientrati dal Brasile nel 1900 dove si erano recati come emigranti, e in più due nipoti Maria e Paolina orfane di un fratello del padre morto nella Prima Guerra Mondiale, anche la madre era morta nello stesso 1916, dando alla luce Paolina; in tutto erano 13 persone.
Le possibilità economiche della famiglia, derivavano tutte e solo da un podere agricolo di tre ettari, acquistato dal nonno Antonio al suo rientro dal Brasile; per mantenere agli studi i figli bisognava affrontare grandi sacrifici e nei periodi di maggior lavoro, tutti nessuno escluso aiutavano nei campi.
Giuseppe il secondogenito, fin da piccolo si caratterizzò per lunghi periodi di sofferenza e già a circa due anni subì un intervento chirurgico nell’ospedale di Rovigo, per un’ernia che lo tormentava impedendogli di camminare.
Crebbe docile e paziente, tanto che in casa era chiamato “il piccolo Giobbe”, non faceva capricci per ottenere qualcosa, ma con tenacia e dolcezza alla fine otteneva tutto.
Aveva appena cominciato a frequentare le scuole elementari, quando fu colpito da un’infezione al cuoio capelluto, che lo riportò all’ospedale di Rovigo per un lungo periodo.
Ritornato perfettamente guarito, Giuseppe riprese la sua vita fra chiesa e scuola; i frequenti incontri con il parroco di Bosaro don Nicola Zambello, furono il seme della vocazione allo stato sacerdotale.
Inizialmente il padre ne fu contrario, ma poi come sempre, cedette alla decisione di Giuseppe, che entrò così con il consenso di tutti nel Seminario di Rovigo.
Studente modello e sempre sorridente; era al termine del ginnasio quando fra i giovani seminaristi di Rovigo, giunse il missionario comboniano padre Antonio Todesco, per una conferenza sulle missioni.
Giuseppe fu particolarmente colpito dalle sue parole e dall’apprendere che in Africa c’era tanto bisogno di sacerdoti, quando invece nelle nostre zone ve n’erano tanti per una popolazione più ristretta.
Durante le vacanze estive del 1938, comunicò alla famiglia la sua intenzione di lasciare il Seminario diocesano, per entrare fra i missionari comboniani; anche allora ebbe l’opposizione paterna, appoggiata questa volta sommessamente dalla moglie.
Ma la tenacia, l’evidente tristezza che aveva pervaso Giuseppe e che pesava su tutta la famiglia, la volontà ferma, ebbero la meglio anche questa volta e così, il 2 settembre 1938, partì per Verona accompagnato dal padre, che ogni tanto guardava e considerava quel suo ragazzo di 18 anni, alto e magro, che si era messo in testa di convertire l’Africa.
Intanto la cugina Paolina, vissuta in casa come una figlia, due anni prima era entrata fra le suore del Cottolengo di Torino; suor Paolina morì a 27 anni nel 1941, donando la sua giovane vita, affinché Giuseppe potesse diventare un santo missionario.
Dopo una breve permanenza a Verona, Giuseppe fu mandato a Venegono Superiore (Varese) dove esiste il Noviziato dei Comboniani. Venne il triste periodo della Seconda Guerra Mondiale e anche i novizi, sballottati tra Verona e Venegono Superiore, per sfuggire ai bombardamenti dovettero trasferirsi a Rebbio di Como e là il 29 giugno 1945, Giuseppe Santi fu ordinato sacerdote; l’8 luglio era a Bosaro per celebrare la Prima Messa; sull’immaginetta ricordo aveva fatto stampare: “Vergine Immacolata, fa che il ‘sitio’ di Gesù mi sia motto di vita, programma di apostolato: Il patire per Gesù, per guadagnargli anime, è la più grande risorsa del cuore del missionario”.
Ma padre Santi non partì subito per le Missioni, ricevé invece l’incarico d’animatore vocazionale fra i ragazzi delle diocesi di Milano, Como, Crema, Brescia, i cui numerosi studenti furono frutto in buona parte della sua opera infaticabile; l’incarico durò ben cinque anni, poi dopo le sue insistenze per partire missionario, nel 1950 fu inviato per 10 mesi in Inghilterra, per studiare l’inglese e finalmente il 1° settembre 1951 giunse a Gulu in Uganda come coadiutore della vastissima parrocchia della Cattedrale.
Per sei anni, profuse il suo zelo di sacerdote e formatore di anime, in quest’incarico delicato, percorrendo il lungo e in largo il vasto territorio parrocchiale, per raggiungere anche i più lontani, visitando, ascoltando, consigliando e organizzando, i tanti fedeli cattolici, per far loro acquistare il senso della responsabilità e la consapevolezza di essere Chiesa insieme ai sacerdoti.
Soffriva di una malattia ai reni, per cui in seguito subì anche un intervento chirurgico. Pur rimanendo come parroco della cattedrale e superiore della Comunità missionaria di Gulu, i suoi confratelli nel 1956, lo elessero Superiore Provinciale di tutti i Comboniani d’Uganda.
Egli desiderava andare nella savana come missionario, e invece gli venivano dati incarichi nelle comunità già esistenti anche se da consolidare. Nel 1959 era in Italia per partecipare al Capitolo Generale dei Comboniani, che elesse Superiore Generale padre Gaetano Briani; il quale incaricò padre Giuseppe Santi di prendersi cura di tutti i Seminari comboniani in Italia. La cosa accettata con riluttanza, perché lo portava addirittura via dall’Africa, non garbò a padre Santi, che si riteneva non adatto e dopo molte insistenze, presentò le dimissioni al Padre Generale, che alla fine le accettò nel giugno 1960.
Ritornato a Gulu in Uganda, gli affidarono l’organizzazione e la dirigenza dell’Azione Cattolica; anche in questo compito padre Santi si dedicò con amore e impegno, specie tra i giovani cattolici ugandesi, istituendo il movimento dei “Crociati”, che diventarono lo strumento del missionario per aiutare gli anziani e gli ammalati; per sostenerlo nelle opere caritative e di promozione umana, addirittura costruivano capanne per chi era solo o incapace.
Il movimento si estese a tutte le parrocchie d’Uganda e il seminario minore di Aboke ne divenne il centro per raduni interdiocesani fra i ragazzi “crociati” e i seminaristi.
Intanto il suo ministero pastorale lo portò nelle missioni di Awach, Aber, Lira, come parroco e promotore di opere e vita sociale; in particolare a Lira, roccaforte del protestantesimo, dove fu per 10 anni, riuscì a penetrare negli animi degli abitanti locali, edificando una bella chiesa, al posto di una piccola cappella situata nel bosco, che divenne una fervente parrocchia, ma anche capoluogo della nuova diocesi di Lira.
Fu ancora Vicario vescovile e Vicario Generale, continuando il suo instancabile apostolato, tranne una vacanza in Italia nel 1967-1968; nel 1970 celebrò il 25° della sua ordinazione sacerdotale.
Intanto negli anni successivi, l’Uganda sprofondò nelle già accennate vicende belliche e nella catastrofe economica, con rivoluzioni e guerriglie; nel 1978 padre Santi era a Bosaro in Italia, perché la madre di 84 anni stava molto male e desiderava vicino il figlio sacerdote, ma il prolungarsi della grave malattia e lo scadere del permesso di rientro, lo costrinsero angosciato a scegliere di nuovo fra i familiari afflitti e la sua missione in balia dell’imminente invasione della Tanzania e il 9 luglio, prese l’aereo per l’Africa e la missione di Aloi.
Mamma Giuseppina morì il 4 ottobre e a padre Santi non restò altro che scrivere lettere di conforto cristiano all’anziano padre, chiedendo perdono per la situazione in cui si era trovato.
Ma intanto era iniziato il periodo più buio per l’Uganda e per gli europei residenti, compreso i missionari; le ultime lettere ai familiari sono del 20 febbraio e 11 marzo 1979, nelle quali egli cercava di tranquillizzare i preoccupati parenti.
Dopo l’invasione dell’Uganda da parte della Tanzania, nello Stato africano, vennero a trovarsi tre forze armate che si combattevano fra loro, i soldati governativi di Amin (poi fuggito all’estero), le truppe tanzaniane e il Fronte di Liberazione Ugandese e fu subito guerra civile.
Sabato Santo 14 aprile 1979, padre Giuseppe Santi alle 16,30 si approssimava a celebrare nella sua chiesa di Aloi, la solenne liturgia della Veglia pasquale, quando arrivarono due giovani fuggiaschi dalla vicina Patongo in preda agli eccidi dei soldati di Amin, i quali lo pregarono di aiutarli con l’auto a raggiungere Lira, dove c’erano i tanzaniani.
Padre Santi era incerto, ma gli stessi fedeli lo sollecitarono a salvare i giovani e spostare l’orario della funzione religiosa. La carità prevalse, ma meno di un’ora più tardi, sia il missionario sia i due giovani, erano stati uccisi dai soldati di Amin, ma nessuno sa come siano andate le cose, mancando testimoni.
Il suo corpo, insieme con quelli di altre sei persone, fu ritrovato in una fossa soltanto tre giorni dopo, martedì dopo Pasqua, approfittando della partenza di molti soldati di Amin, fino allora sparpagliati nella città e che sparavano a vista.
Riconosciuto il corpo, falciato da una raffica di mitra, fu portato nella cattedrale di Lira per una breve funzione religiosa e poi, con continue interruzioni per il passaggio ravvicinato dei soldati, lo si seppellì accanto al sacerdote ugandese padre Anania Oryang, ucciso 15 giorni prima.
In Italia decine di strade, organizzazioni umanitarie, circoli culturali, polisportive, specie nel suo paese di Bosaro, portano il suo nome, volendo così manifestare l’affetto e l’orgoglio del paese, per questo suo eroico figlio ucciso a 59 anni, innamorato dell’Africa.
Agli amici di Bosaro, che lo sostenevano nella sua vita missionaria, quando lo trasferirono dalla parrocchia di Lira da lui fondata nel 1964 e curata per 10 anni, ad un’altra di recente formazione, Aloi, scrisse: “Ed eccomi a cominciare da capo…. Qui ci sono tanti problemi da impazzire, manca di tutto, compreso la chiesa, vedremo… A noi spetterà lavorare, a Dio incrementare il nostro lavoro. A noi spendere tutta la vita facendo del bene, senza badare a chi e come, senza attendere un grazie, senza vedere un risultato, e quando se ne intravede uno, cambiare posto per ricominciare. La vita è bella così”.
(tratto da un testo di Antonio Borelli







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