Martiri Cristiani: Suor Gina Simionato
 

Suor Gina Simionato

Suor Gina Simionato S. Cristina, frazione del comune di Quinto, alle porte della città di Treviso, è diventata nota alla stampa nazionale ed estera per le vicende che hanno toccato suor Gina Simionato, originaria di questo piccolo paese della laboriosa terra veneta e appartenente alla famiglia religiosa delle Suore Maestre di 5. Dorotea, fondate da don Luca Passi e normalmente conosciute come le ‘Dorotee di Venezia”.
Suor Gina è stata assassinata sulla strada che porta da Gitega a Gihiza. in Burundi, regione africana dei Grandi Laghi, la mattina del 15 ottobre 2000 da un gruppo di uomini armati.


LA FAMIGLIA

La sua è una storia molto semplice. di quelle che passano totalmente inosservate se non succede il fatto straordinario che porta di colpo alla luce una ricchezza e una straordinarietà, presenti da sempre. ma vissute con quella essenzialità e discrezione dell’ eroismo quotidiano che domandano occhi attenti, interiori, per essere ‘viste e “riconosciute’.
Gina appartiene ad una famiglia modesta di risorse materiali, ma abitata da fede solida, laboriosa sobrietà, saggezza e grande umanità. Il padre, Domenico, morto nel 1980 a 69 anni, faceva l’agricoltore e, per dare una maggior sicurezza alla sua famiglia che, anno dopo anno diventava più numerosa, divenne anche muratore manovale. Insieme con la moglie Giulia Marangon, casalinga e tuttora vivente, diede la vita e l’educazione a cinque figli: Bruno, Ruggero, Gianfranco, Gina, Luciana. Gina era la secondogenita, nata il 31 marzo 1945.
La sua vita di bambina e di adolescente si snoda dentro l’ orizzonte del paese e della parrocchia. Lei stessa la descrive in una lettera ai giovani della sua chiesa locale dove confida la scoperta e la maturazione della sua vocazione religiosa e missionaria: “La mia vocazione è nata semplicemente nella fede che, non a caso. mi è stata inculcata in famiglia e in parrocchia: Azione Cattolica, catechismo, messa, frequentazione delle suore Dorotee dell’ “‘Asilo”. Le amicizie con le giovani e i giovani della mia età costituivano la rete di relazione. Gli svaghi, il gioco dalle suore, incontri, feste parrocchiali, qualche gita in bicicletta, il cinema parrocchiale.”.
Il film su Padre Damiano. il missionario redentorista che dà la sua vita tra i lebbrosi di Molokai, la affascina e la sollecita a “un salto di qualità per realizzare la sua vita di battezzata”. Gradualmente Gina si fa più attenta ad un richiamo interiore che insistentemente le si affaccia alla coscienza: portare il Vangelo nel mondo lontano


IL NOVIZIATO A VENEZIA

A sorpresa di tutti, nel settembre 1963. appena diciottenne, entra a Venezia nel noviziato delle suore Dorotee.
E qui un elemento chiave per leggere la personalità e la forza interiore di suor Gina Simionato.
Questo istituto. nel 1963, non è ancora aperto alle missioni. Lei lo sa, ma si fida del suo parroco e direttore spirituale, don Luigi Spolaore. Egli le dice: Entra. La missione verrà dopo”. In questo ‘affidarsi”, addirittura acconsentire a depositare il suo sogno di essere missionaria nelle mani di qualcuno che non ha ciò che lei chiede, stanno la forza della fede. dell’obbedienza alla vita, della capacità di sperare “contro” ogni speranza che la caratterizzeranno in modo progressivamente più evidente e più maturo.
lì tempo del noviziato per lei scorre, cosi sembra, nella “routine”. E’ timida, un po’ impacciata, ma forte, giovane e... tranquilla. Sono gli anni del Concilio Vaticano Il. In noviziato si respira l’aria di fermento. sensibilità nuova.., e un po’ di critica a certe abitudini di vita. Gina, ora novizia col nome di Aria Elvira, non è tra quelle che c’contestano”, suscitano interrogativi e, quindi, danno problemi. Anzi, passa pressoché inosservata, anche se, umoristicamente, le sue compagne di gruppo la denominano “padre Abate”. La motivazione dell’epiteto è tuttavia significativa: esse le riconoscono la dote di saper scorgere e indicare, dentro situazioni problematiche che stanno vivendo, l’elemento positivo e vitale su cui possono far leva per superare il momento negativo.
Forse poche colgono, nei suoi gesti semplici ma concreti di attenzione all’altra, di sensibilità per chi soffre o è nel bisogno, il segno di come in lei vada affinandosi l’adesione alla persona e ai “sentimenti” di Cristo Gesù.


L’ ESPERIENZA APOSTOLICA IN ITALIA

Nel 1966, mentre Maria Elvira a Venezia emette i primi voti religiosi, da Brescia partono le prime tre suore Dorotee per la missione di Rukago in Burundi, voluta dalla diocesi di Brescia quale dono a Paolo VI, Papa di origine bresciana. Ma lei non lo sa perché gli istituti di dorotee di Venezia, Brescia e Lucca stanno ancora vivendo storie parallele, prima dell’unione fra loro. Suor Elvira Simionato viene inviata a Como nella comunità dell’Istituto Bonoli, orfanatrofio e centro di accoglienza di bambini con situazioni familiari problematiche. Qui studia e ottiene il diploma di insegnante di scuola materna. Da lì è trasferita a Padova-collegio Vanzo, poi a Cascina Amata (CO) nella scuola materna, a Thiene (VI) presso il soggiorno giovanile Chilesotti-Velo che ospita bambini e ragazzi orfani o con famiglie in difficoltà, a Lastebasse (VI) nella scuola materna. Sono ormai passati undici anni dalla sua entrata nell’Istituto. Nel 1968 da Venezia sono partite tre suore per il servizio alla nunziatura apostolica di Bujumbura in Burundi, nel 1969 avviene l’unione tra gli istituti di Venezia, Brescia e Lucca. Brescia è presente in Burundi con la comunità di Rukago e Lucca in Bolivia con alcune comunità in Cochabamba e zone circostanti. Nel 1972 suor Elvira ha emesso la professione perpetua e la sua domanda di andare in missione è ancora li, nel cassetto.


MISSIONARIA IN BURUNDI - PRIMO TEMPO

Sono i primi mesi del 1975 quando la superiora Generale di allora. Madre Alice Miglioranza, pure lei originaria di Quinto di Treviso, apre la missione di Matara, diocesi di Bujumbura, in Burundi. Suor Elvira viene destinata alla nuova missione. Lasciamo a lei stessa la descrizione, stringata ma significativa, di quel momento: “Questa speranza, che di tanto in tanto tendeva a spegnersi si è avverata in circostanze provvidenziali e nel 1975 ho messo per la prima volta il mio piede in terra d Africa, in Burundi. Ho capito in quel momento che se Dio mette in cuore un desiderio sincero di bene, a suo tempo e a suo modo ce lo fa realizzare
Dopo alcuni mesi di soggiorno in Francia, a Parigi, ospite delle Figlie della Carità di 5. Vincenzo de’ Paoli, per l’apprendimento della lingua francese, suor Elvira raggiunge Matara, che significa “mille luci”, per il cielo limpido che in quella zona dell’Africa centrale permette alle stelle di splendere luminosissime. Inizia qui la sua vita missionaria che condurrà per 25 anni. Nel corso del tempo il seme del suo eroismo semplice, quotidiano si fa albero sotto cui le persone che le vivono vicino si ristorano, si nutrono quasi senza accorgersene, per la naturalezza e discrezione con cui suor Elvira offre la sua vita, momento per momento.
A Matara suor Elvira che, nel tempo, riprende il nome di battesimo ‘Gina”, rimane per dieci anni, animatrice del centro nutrizionale che le offre la possibilità di accostare, ogni giorno, centinaia di mamme e di bambini da aiutare e consigliare. Vedendo la miseria e la sofferenza di molte persone, nel 1980 si specializza come infermiera, e da allora vive a fianco dei malati, infaticabile e generosa. Nel 1985 è inserita nella comunità e nel c’centro di salute” di Rukago.
In tutto questo periodo la situazione in Burundi è piuttosto difficile per i conflitti tra le differenti etnie, ma e a partire dal 1979 che la Chiesa cattolica incontra difficoltà più consistenti con il governo del tempo: circa una settantina di missionari vengono espulsi.
Nel 1985 l’odio contro la Chiesa cattolica si concretizza nel rinvio in massa dei missionari. Iniziano le prime espulsioni anche delle suore dorotee: la situazione si aggrava continuamente finché il 25 agosto 1987. a causa di una nuova ondata di espulsioni, viene chiusa Rukago. Le ultime suore dorotee ancora presenti in Burundi partono e suor Gina è tra queste. Lei stessa così descrive questa esperienza: “Vi assicuro che non si resta indifferenti davanti a una espulsione da un luogo in cui dopo tanti sforzi ti sei ambientata, studiando la lingua e i costumi e dove hai dato il meglio dite stessa a questo popolo”.
Suor Gina rientra in Italia e, con la stessa dedizione avuta con la popolazione dell’Africa, si mette a disposizione delle consorelle anziane e ammalate dell’infermeria di “Casa Madre” a Venezia.


MISSIONARIA IN ZAIRE/REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO - SECONDO TEMPO

La situazione del Burundi aveva obbligato l’Istituto a porsi il problema della permanenza in Africa e, quindi, delle possibilità di inserimento in altri Paesi. Viene fatta la scelta dello Zaire, zona dei Grandi Laghi: ciò permette alle suore di rimanere abbastanza vicine al Burundi.
Il 1° settembre 1988 suor Gina lascia nuovamente l’Italia per lo Zaire, dove va a far parte della comunità di Mbobero, missione a pochi chilometri dalla città di Bukavu, sulle rive del lago Kivu,. Qui i padri Barnabiti animavano una grossa parrocchia e un dispensano per la cura degli ammalati. La direzione del dispensano viene affidata a suor Gina. Ella, con sensibilità e attenzione, presta il suo prezioso servizio a migliaia di sofferenti nel corpo e nello spirito. Lo fa per otto anni fino all’ottobre 1996, assumendo, dal l993 anche il compito di superiora della comunità religiosa.
Diventa difficile dare un’idea dello spessore del suo “esserci”. Le parole per descrivere una come lei corrono il rischio di essere ripetitive e suonare ridondanti. La descrizione del suo stile fatta da una consorella di comunità, forse apre un sprazzo sulla straordinarietà del suo vivere quotidiano. “E’ arrivata a Mbobero e con tutta semplicità si è rimboccata le maniche per aiutare la popolazione bisognosa di cure mediche e, soprattutto, per alleviare i dolori di tanti fratelli ammalati. Non era una sorella che si faceva notare con cose straordinarie, ma era attivissima come infermiera nel dare una mano per diminuire la sofferenza. Per lei non c’era orario: giorno o notte, bastava ci fosse un urgenza. Lavorava con cuore di madre per i bambini ammalati o denutriti e non perdeva l’occasione per prodigare consigli alle mamme. Quando l’urgenza e la necessità lo richiedeva, pur di portare soccorso andava anche a piedi, perché non sempre era possibile arrivare in macchina. L’ho lasciata nel 1993 per cambio di comunità, con la stessa premura e lo stesso zelo dei primi giorni di arrivo nello Zaire”.
Nell’ottobre 1996 la situazione socio-politica dello Zaire obbliga le comunità stanziate a Bukavu e dintorni a un nuovo esodo: le suore, le novizie e le postulanti si sperdono qua e là nei territori meno in pericolo: alcune raggiungono il Cameroun, altre il Burundi. altre ancora, ricercate, vengono salvate fortunosamente e fatte partire per l’Italia. Con le suore africane giungono anche alcune italiane. Fra queste suor Gina. Ancora una volta condivide la sorte di fuggiasca con molta gente della regione dei Grandi Laghi.
Ancora una volta sceglie di rientrare tra la gente dell’Africa, nello Zaire rinominato Repubblica Democratica del Congo: va a Kaniola il 25 febbraio 1997. una zona un po’ più interna, rispetto a Bukavu, più esposta al rischio e indifesa. Vi rimane fino al settembre 1998, quando le viene chiesto di lasciare il Congo per prendere la responsabilità della comunità di Gihiza, a 15 chilometri da Gitega. nel Burundi.


IL RITORNO IN BURUNDI E L’ASSASSINIO - TERZO TEMPO

Le suore Dorotee. dopo l’espulsione del 1987, erano rientrate in Burundi nel 1991 ed avevano riaperto prima la comunità di Gihiza. su richiesta di Monsignor Joaquin Ruhunna, qualche anno dopo quella di Rukago. Il clima sociale e politico del Burundi è teso. come in tutta la regione dei Grandi Laghi. Nel 1993 il presidente del Burundi Ndadave viene assassinato. Quel fatto segna l’inizio della guerra civile che va provocando morti, deportazioni. fughe tra la gente. Le suore scelgono di rimanere sul posto per condividere la sofferenza del popoìo ed essere un piccolo segno di speranza.
Suor Gina giunge a Gihiza col suo carico di esperienza, con il cuore e gli occhi pieni dei drammi umani di cui è stata testimone, con la consapevolezza di trovarsi in “prima linea”. La comunità di Gihiza è tipicamente pastorale in una parrocchia senza sacerdote fisso: le suore sono impegnate nell’animazione in parrocchia, nella formazione dei laici, nella conduzione di un foyer-atelier, nella direzione di una scuola superiore ad indirizzo tecnico. Ma soprattutto vivono insieme con la popolazione provata dalla violenza, dalla paura. dalla miseria, dalla stanchezza di una guerra assurda e senza fine, dalla disperazione di non vedere futuro.
Suor Gina è lì, e ci ritorna il 17 luglio 2000 dopo i tre mesi di sosta in Italia per la ripresa di energie fisiche e spirituali. Durante la sua vacanza, nel mese di giugno, la casa delle suore viene assalita due volte in dieci giorni, il custode del foyer viene ucciso, le suore spaventate sono ospitate di notte nel grande seminario di Gitega. più sicuro. Lei può scegliere di rimanere in Italia e invece ritorna a Gihiza, non per fare l’eroe, non senza paura. ma decisa a “stare” con la sua gente e le sue consorelle di comunità. Del resto è quello che aveva fatto sempre, anche nel passato: semplicemente consapevole, fedele, totalmente donata.
Sabato 14 ottobre 2000 è lei stessa a telefonare in casa generalizia a Roma per informare la Vicaria Generale madre Vittorina Savoldi della situazione grave di insicurezza presente intorno alla missione e invitarla a valutare bene l’opportunità di partire per il Burundi il martedì successivo.
La mattina di domenica 15 ottobre 2000, alle ore 6.50, su un rettilineo che congiunge Gitega con Gihiza, mentre è alla guida della vettura che, insieme con le altre tre consorelle della comunità e un custode del gran seminario, la porta alla parrocchia per la Messa, suor Gina viene brutalmente massacrata a colpi di mitra da un gruppo di uomini che l’hanno attesa, proprio per ‘toglierla di mezzo”. Il suo sangue inzuppa le vesti delle consorelle, testimoni miracolosamente incolumi, della sua morte.
Il suo corpo resta sulla strada, raccolto in un secondo momento, portato a Gitega, nella comunità delle suore Operaie della 5. Casa di Nazareth, lì ricomposto. vegliato e preparato per il trasporto in Italia, nella terra natale di 5. Cristina, per desiderio di mamma Giulia. Ma alcuni resti del suo corpo martoriato rimangono a Gitega, sepolti nel giardino delle Suore Operaie, segno del suo dono al popolo del Burundi, sullo stile di Gesù che, per amore, dà la vita per i suoi amici.


MA PERCHE’ PROPRIO LEI?

Una fatalità? Un calcolo? Una profezia? Gli interrogativi si sprecano. Certo, poteva capitare ad un’altra, a qualsiasi altra. In fondo tutte le suore e tutti i missionari che si trovano in certe zone sono a rischio e ne sono consapevoli. In questo sta, effettivamente, il martirio la testimonianza.
Suor Gina non ha cercato il sacrificio cruento, lo aveva però messo in conto, e accolto in perfetta libertà e responsabilità. E a lei. di fatto, è stato dato di partecipare al mistero di Cristo Gesù che. “avendo amato ardentemente i suoi, li amò fino alla fine”. A lei è stato dato di portare a compimento il testamento del Fondatore delle Dorotee, don Luca Passi, il quale sul suo letto di morte invitava ciascuna alla sequela di Cristo con queste parole: “La salvezza di una sola persona, non è costato a Gesù tutto il suo sangue? E voi che farete?
Bisogna dare anche la vita per la salvezza di una sola anima.


Autore: Eliana Galetti
(www.smsd.it







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