Martiri Cristiani: Fra Placido Cortese
 

Fra Placido Cortese

Fra Placido Cortese Di frate Placido Cortese si parla diffusamente in un volume edito dalla Basilica del Santo nel 2001; A. Tottoli Ofm Conv. “Ho soccorso Gesù perseguitato! Vita, passione e morte di padre Placido Cortese, martire del nazismo”.
Egli si va ad accostare ad altri confratelli, figure già note di apostoli e martiri, uccisi dalla ferocia nazista e comunista nei primi anni ’40, del secolo XX; come s. Massimiliano Maria Kolbe, conventuale polacco († 1941), i beati Anastasio Pankiewicz e altri sei Conventuali polacchi, martiri tra il 1940 e 1943; i sei beati Conventuali, martiri nel 1936, della Guerra Civile Spagnola e beatificati l’11-3-2001.
Sia pure con difficoltà a partire dal 1995, si sono potute rintracciare importanti testimonianze o ricordi personali di confratelli, sulla vita, attività e morte di padre Placido Cortese.
Nacque a Cherso, isola istriana che allora apparteneva all’Austria, il 7 marzo 1907 e al battesimo si chiamò Nicolò Matteo; la sua era una famiglia religiosa ed operosa; a 13 anni, nel 1920 fu accolto nel noviziato di Camposampiero (Padova); fu frate professo a Padova il 10 ottobre 1924.
Compì in breve il corso liceale-filosofico a Cherso (1925-27) e i quattro anni teologici nella predetta Facoltà Teologica di Roma (1927-31), senza però conseguire la laurea, per non aver potuto completare gli esami e la tesi. Ciò lo fece rimanere comunque modesto e tranquillo, perché con umiltà diceva di aver fatto quello che poteva.
Fu ordinato sacerdote a Roma il 6 luglio 1930 nella Basilica di S. Giovanni in Laterano, celebrando la prima Messa nella Basilica di S. Maria Maggiore. I suoi primi anni di sacerdozio li trascorse dal 1931 al 1933, nella Basilica del Santo a Padova e dal 1933 al 1937 nella cripta della Chiesa dell’Immacolata e S. Antonio, allora in costruzione, in viale Corsica a Milano.
In seguito senza lasciare gli impegni spirituali, gli fu affidato il delicato, ma per lui congeniale, incarico della direzione del mensile “Messaggero di S. Antonio”, nota e diffusa rivista edita dall’omonima Opera, impegnata a propagare, attraverso la stampa, il culto di S. Antonio e guidare spiritualmente i tantissimi devoti del santo, ormai da ben 106 anni.
Si impegnò con notevole intraprendenza e successo, a dirigerla per sette anni, dal gennaio 1937 a luglio 1943; con la sua guida, la rivista passò dalle 300.000 copie del 1938, alle 700.000 del 1942, alle 800.000 copie del mensile e versioni associate dell’aprile 1943, nonostante l’imperversare della Seconda Guerra Mondiale.
Con il piglio del manager, fondò la propria Tipografia, con l’acquisto di una grande rotativa nel gennaio 1939, e con l’aiuto del direttore tipografico Carlo Bolzonella, migliorò l’organizzazione del lavoro, delle opere ed edizioni librarie.
Fu anche scrittore e fotografo in vari periodici e dello stesso “Messaggero” fin dal 1931, e in questa sua inclinazione padre Placido Cortese, non conosceva riposo, scriveva molto ed impaginava in continuazione.
Nel suo intimo era alimentato da una solida pietà e interiore spiritualità, espressa da una fitta corrispondenza con la famiglia, specie con una sorella; confermata da numerosi confratelli a lui più vicini. Di carattere ‘mite, dolce, semplice’ e sensibilissimo ai bisogni degli altri, faceva onore al singolare suo nome Placido Cortese.
Nel precipitare degli eventi bellici e politici, specie dopo l’8 settembre 1943, la sua opera assistenziale si ampliò nel Veneto in preda allo sfascio delle Istituzioni, come del resto in tutta Italia. Con una rete di benefattori, di personale scelto con accuratezza, padre Placido fu il più importante fra gli organizzatori di salvataggi di ebrei, prigionieri inglesi, esuli cecoslovacchi ed iugoslavi e altri tipi di perseguitati.
Nonostante il pericolo, agì fiducioso nel Signore, forse troppo sicuro di sé e noncurante dei rischi; eppure era stato avvertito due volte, di essere ricercato dalla Questura e quindi invitato a mettersi in salvo. La sua semplicità e fiducia nel prossimo, non gli fece avvertire l’addensarsi della tragedia sul suo capo; domenica 13 ottobre 1944, alle 13,35, due sconosciuti vengono al convento chiedendo di incontrarsi con il padre Cortese, che si accompagnò con loro senza mostrarsi allarmato. Il frate fu così prelevato dal Chiostro delle Magnolie del Convento del Santo a Padova e una volta giunti fuori, lo fecero salire sollecitamente con una scusa in macchina e da lì fu trasferito al Bunker della Gestapo a Trieste.
Qui fu sottoposto ad interrogatori e feroci torture, con l’intento di estorcergli, ma inutilmente, nomi di patrioti e ricercati; trascorsero una ventina di giorni con quotidiane torture e secondo testimoni oculari ed attendibili, che hanno depositato per iscritto le loro deposizioni, padre Cortese ebbe cavati gli occhi e tagliata la lingua.
Rimase così ucciso dalle torture nei primi giorni di novembre del 1944 a soli 37 anni, (non si conosce il giorno esatto). Il suo corpo fu quasi certamente dissolto nel forno crematorio della famigerata Risiera di San Saba in Trieste.
A molti salvò la vita, a moltissimi credono speranza in ore di angoscia, utilizzando denaro e generi affidatogli dal Papa e da persone pietose.
Un suo confratello compagno di studi, precisò nel processo diocesano, che questo vero “martire della carità”, prima di essere ucciso chiese il ‘favore’ di poter celebrare la Santa Messa; finalmente è potuto venire alla luce l’opera apostolica, sacerdotale, editoriale, di scrittore, di benefattore, di questo intrepido frate Minore Conventuale, vissuto all’ombra del Santo di Padova e della sua tragica, eroica fine di martire, in quello catastrofico e sanguinario periodo per l’Italia e per il mondo.
così padre Placido viene ricordato da un altro protagonista padovano dell'aiuto agli ebrei, Ezio Franceschini: "Sei o sette comitive di ebrei sfuggiti a Padova alla caccia delle SS tedesche furono indirizzate a padre Carlo da Milano da quel padre Cortese, dei conventuali del Santo, che più tardi pagherà anche questa sua opera con l'arresto, la tortura e la morte".
Questa via padovana per il salvataggio degli ebrei viene così descritta dal memorialista della resistenza veneta Vittorio Marangon: "Il riferimento principale era padre Placido Cortese del convento del Santoche, per fabbricare documenti di identità falsi, toglieva dagli ex voto le foto cercando le rassomiglianze con i prigionieri o gli ebrei. Poi la partenza per Milano col treno,ho con mezzi di fortuna, a piccoli gruppi, o a persone singole e di qui in Svizzera" (resistenza padovana tra memoria e storia, Padova 1945, pagine 33,35).

Il celebre pittore sloveno Anton Zoran Music, per un mese prigioniero nelle celle delle torture della Gestapo a Trieste, poi deportato nel campo di concentramento di Dachau, rievocando la figura del Cortese, confidò al compagno di campo Janez Ivo Gregorc: Mi ricordo che nel bunker di piazza Oberdan c'era un sacerdote, un certo padre Cortese. Erano visibili sul suo corpo i segni delle torture. Lo vidi per la prima volta quando ci portarono tutti in Questura per le fotografie di rito. Sulla giacca era vistosa una grande macchia di sangue. L'avevano picchiato duramente. Era una persona squisita. Teneva un comportamento da mite e pieno di speranza. Pregava sempre, a mezza voce. Gli avevano spezzato le dita. Mi colpiva la sua tenace volontà di resistere. La fermezza e la fede di quel piccolo e fragile padre, che non si arrese e non tradì nulla.
I frati del Santo lo ricordano come un religioso di grande spessore spirituale, umile, coraggioso, vero testimone di amore al prossimo. Interpellato, il santo padre Pio rispose, tramite suor Giustina Fasan, Dica ai padri del Santo che non facciano ricerche su padre Cortese, perché è in paradiso per la sua grande carità.







vai alla scheda precedente Torna all'elenco vai alla scheda seguente












  
Consiglia ad un amico questa pagina Aggiungi ai preferiti Scrivi un commento, questo rimarrà riservato Segnala su Facebook, Tweeter ed altri...
Invia ad un amico | Metti nei preferiti | Lascia un commento | Condividi su Facebook, Tweeter, ecc...