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Elenco delle icone già pubblicate su Regina Mundi

Icona della Natività di Gesù | Cappella Palatina | Palermo | Sicilia



“Il Signore si mette una seconda volta in comunione con l’uomo, e in comunione molto più straordinaria della prima, in quanto la prima volta Egli mi fece partecipare alla natura migliore, ora invece è Lui che partecipa all’elemento peggiore. Questo fatto è più divino del primo; questo è più sublime dell’altro, per coloro che hanno senno.”
(San Gregorio Nazanzieno, Omelie sulla Natività)


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La storia

La posizione del mosaico nella Cappella PalatinaDurante il periodo normanno, la Sicilia sperimentò un momento di immensa grandezza, che i sovrani vollero esprimere anche attraverso l’arte, cercando in tutti i modi di somigliare agli imperatori bizantini, universalmente noti per il loro fasto. Ruggero II si rivolse quindi ad Oriente per importare in Sicilia una nuova stagione “Bizantina”. Vennero chiamate le migliori maestranze di Bisanzio, che ben volentieri accettarono di lavorare nella più moderna e libera delle corti dell’epoca. Nel mondo bizantino la scrittura delle Icone era regolata ”seguendo in tutto e per tutto l'ispirato insegnamento dei nostri santi padri e la tradizione della chiesa cattolica”(II concilio di Nicea, 787). Pertanto, presto i maestri bizantini, adusi ai loro moduli iconografici prefissati, ove le proporzioni verticali erano intoccabili, mentre le orizzontali divenivano funzione delle prime, si scontrarono con le architetture fatimite e con un finissimo “gusto arabo”. Fu il clima di grande tolleranza che regnava allora, assieme alle licenze dal dogma ecclesiastico che Ruggero II, come legato pontificio poteva concedere, a far sì che dal connubio di quanto di meglio si trovasse nel Mediterraneo nascesse un nuovo stile, tutto siciliano, che divenne presto noto con il termine di “maniera bizantina”. La forma espressiva preferita fu il mosaico, non tanto per motivi religiosi, quanto perché per la sua stessa natura - gli ori, la fastosità e la luce che naturalmente da esso derivano - meglio si prestava alla rappresentazione di un programma ideologico estremamente ambizioso che porterà addirittura all’unificazione dell’Italia meridionale sotto il trono palermitano. Il giorno di Natale del 1130, Ruggero II si fa incoronare, dal Legato del papa Anacleto II, "Rex Siciliae et Italiae", succedendo al gran conte Ruggero. E' un sovrano colto, conosce 4 lingue; educato da sapienti arabi e greci, è abituato al sottile gioco diplomatico, ma anche alla determinazione dell'intervento armato. Nel 1143, per espresso desiderio del re, e con grande celerità, fu completata la chiesa del palazzo reale. Risulta accertato che il programma iconografico fu elaborato dallo stesso Ruggero II e dai suoi consiglieri più intimi. Il risultato fu mozzafiato: dal soffitto ligneo alveolato e riccamente intagliato con stalattiti di legno decorate, ad una estesissima superficie musiva di eccezionale pregio, fino ai meravigliosi pavimenti di marmi policromi disposti in modo da formare incantevoli disegni geometrici. Le due navate laterali della Cappella Palatina sono dedicate rispettivamente, quella di sinistra ad episodi della vita di San Pietro, quella di destra, l’ultima ad essere realizzata, a San Paolo. Sulla parete destra del transetto, proprio sopra l’abside di San Paolo e sotto l’Immagine di Gesù benedicente, vi è “scritta” la Natività oggetto del nostro studio; sulla sinistra, nella navata centrale, l’Annunciazione, sulla destra il “sogno” di San Giuseppe.



La festività del Natale

Attorno alla reale data di nascita di Gesù fin dall’antichità c’è da sempre stato un vivo dibattito, al punto da far ritenere che nei primi secoli del cristianesimo il Natale non dovesse essere festeggiato se non insieme alla ricorrenza della Teofania: “dato che l’Incarnazione era stata resa manifesta con l’apparizione del Cristo al popolo mediante le parole del Padre "Tu sei il mio Figlio diletto"”(Gaetano Passarelli, Icone delle dodici grandi festività bizantine). La data del 25 Dicembre è principalmente dovuta alla Chiesa d’Occidente, che la introdusse a partire dal 354: per favorire la conversione dei pagani, si volle far coincidere il giorno del Natale con quello dedicato al “Sole Invitto”, il dio Mitra vincitore delle tenebre, con quello della celebrazione della nascita del “Sol Justitie”. Recenti studi fondati su una interpretazione dei manoscritti di Qumran tendono comunque ad accreditare l'ipotesi del 25 Dicembre. A Costantinopoli, a partire dal 380, la data del 25 farà la sua comparsa grazie a San Gregorio Nazanzieno. “Dio si è manifestato nascendo. Il verbo prende spessore, l’invisibile si lascia vedere, l’intangibile diventa palpabile, l’intemporale entra nel tempo, il Figlio di Dio diviene figlio dell’uomo”.(San Gregorio Nazanzieno, Sermoni). La festa non tarderà a passare anche alla Chiesa di Antiochia grazie a San Giovanni Crisostomo: “Fra tutte le feste la più veneranda e la più sacra, che potrebbe chiamarsi senza tema di errare la metropoli di tutte le feste.”(San Giovanni Crisostomo, Omelia del 25 dicembre 386/87). In Terra Santa la festa si celebrava il 6 gennaio, fin tanto che il vescovo Giovenale la spostò al 25 dicembre(Basilio di Seleucia). In Oriente moltissime chiese per molto tempo ancora celebrarono la festa il 6 Gennaio, quanto meno fino al VII secolo, quando il canone di Gerusalemme ne fissò stabilmente la data il 25 Dicembre. Per tutti questi motivi e, come vedremo, per via di una tradizione legata ai vangeli apocrifi, le chiese bizantine ricordano in occasione del Natale, il 25 Dicembre, anche l’adorazione dei Magi. Ecco perchè fin dal formarsi di questo modulo iconografico i Magi hanno occupato un posto di grande rilievo nell’iconografia della festa. Nell’arte del IV secolo l’adorazione dei Magi rappresentava in qualche modo l’accoglienza, che il genere umano, o quanto meno quella parte di esso alla ricerca della Verità, aveva riservato al Cristo. Nella nostra icona il tema dei Magi è rappresentato due volte: li vediamo prima a cavallo alla sinistra della Vergine e poi a destra in atto di adorazione, ciò per significare la loro tensione verso la ricerca di Dio. In questo studio immagineremo di seguire i Magi nel loro viaggio all'interno di questa meravigliosa scena.


La Montagna Sacra attorno al quale i Magi si muovono

Nel grande mosaico della Cappella Palatina viene canonicamente dato un grande rilievo alla “Montagna” al cui centro si trova la Grotta. Si tratta della montagna messianica: “Il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: "Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri". Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. (…) Egli agiterà la mano verso il monte della figlia di Sion, verso il colle di Gerusalemme”(Is. 2,2; 10,32.) Questa montagna oltrepassa ogni altra, essa simboleggia il Cristo, ed attorno ad essa gli angeli testimoniano la presenza di Dio. Nella nostra Icona, in effetti appaiono tre montagne tutte uguali in altezza, che simboleggiano la Trinità. La prima montagna Dio Padre, come testimonia la presenza dei tre angeli, che sarà anche il tema ricorrente per la rappresentazione della Trinità. La seconda, quella in cui sono iscritti i Magi, simboleggia lo Spirito Santo: "Ebbene, io vi dichiaro: come nessuno che parli sotto l'azione dello Spirito di Dio può dire "Gesù è anàtema", così nessuno può dire "Gesù è Signore" se non sotto l'azione dello Spirito Santo."(1 Cor. 12,3). La terza, la montagna messianica, come abbiamo visto, raffigura il Cristo. Il colore marrone è comune alla prima ed alla terza montagna: esso richiama la terra, per via dell'incarnazione appena avvenuta. Le montagne sono di uguale altezza perchè "chi ha visto me ha visto il padre"(Gv. 14,9). Al centro della scena campeggia la montagna verde dello Spirito datore di Vita: "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio"(Lc. 1,35). Il verde in effetti nell'Icone esprime la vita, la crescita; Dionigi l'Aeropagita indica la più bella caratteristica del verde: "E' la giovinezza e la vitalità".
I Magi appaiono per la prima volta a cavallo a sinistra della montagna. Essi rappresentano il popolo in cerca di Dio e della Sapienza; in loro scorgiamo inoltre le tre età della vita: sono guidati dal più anziano dalla barba e dai capelli bianchi, che è anche il primo, come vedremo in seguito, a rendere omaggio al Bambino. Segue un uomo nell'età della forza, egli ha barba più corta e capelli castani. L'ultimo è un giovane imberbe. Il costume dei Magi è una semplificazione di quello più antico, il tipico berretto frigio appare appena stilizzato, ma restano ancora la tunica corta e variopinta ed i pantaloni aderenti. Nella tradizione occidentale questo abbigliamento designava gli stranieri provenienti dalla Media o dalla Persia, oppure gli adepti al culto del dio Mitra; in Oriente questo abbigliamento non aveva alcun particolare significato (vedi G. Veyzin, L'adoration et le cycle des Mages dans l'art chétien primitif).
I tre sapienti con le proprie risorse (i cavalli) cercano di scalare la "Montagna Sacra", provano a spingersi in alto, verso la vetta più elevata, ma non riusciranno a fare altro che aggirarla per “attingere” direttamente al Cristo ancora in fasce. “Nella loro cavalcata dall’Oriente verso l’alto, verso le stelle, i Magi sono il simbolo dell’umanità alla ricerca del Paradiso perduto, dell’ascesa della mente verso Dio”(T. Spidlik, M.I.Rupnik, La fede secondo le icone). Nella rappresentazione classica della Natività, stabilizzatasi intorno al VI secolo, la montagna viene rappresentata come una cima altissima, inaccessibile, come le altezze di Dio, spesso divisa in due sommità per simboleggiare la duplice natura del Cristo. Nella nostra Icona, invece, la montagna pur mantenendo il suo aspetto di indubbia solidità ed imponenza, non si presenta impervia, ma arrotondata; solo sulla sommità vengono raffigurate le rocce. “Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato; i passi tortuosi siano diritti; i luoghi impervi spianati. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!”(Lc. 3,5-6). La deificazione dell'uomo è la conseguenza dell'Incarnazione di Gesù: "Dio si è fatto uomo perché l’uomo possa diventare Dio" (Sant’Ireneo); “Iddio si fece uomo affinché noi fossimo fatti divini” (Atanasio il Grande, BPC, 30, 119). “Non v'è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti.”(Mt. 10,26-27). La montagna resta solidissima, ma la sua cima è "piegata", perché per grazia di Dio la Salvezza è stata garantita agli uomini. Si noti che contestualmente anche le altre due montagne appaiono ribassate personificando il mistero dell'Unità della Santissima Trinità.



I Magi contemplano la stella, da cui sono guidati fino alla Verità

I Magi sono guidati dalla stella e su di essa posano il loro sguardo. "Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere."(Is. 60,1-3). La stella è presente in tutti i modelli della Natività a partire dal IV secolo in poi, ed è intimamente legata alla presenza dei Magi come ci illustra Matteo: "Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: "Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo" (Mt. 2,1-2). Anche il vangelo apocrifo dello pseudo Matteo, rifacendosi al passo di Isaia, parla della stella, segno per tutte le genti: "Una enorme stella splendeva dalla sera al mattino sopra la grotta; così grande non si era mai vista dalla creazione del mondo. I profeti che erano a Gerusalemme dicevano che questa stella segnalava la nascita di Cristo, che avrebbe realizzato la promessa fatta non solo a Israele, ma anche a tutte le genti.". La forma della stella, dopo molteplici variazioni, si stabilizzerà intorno all' XI secolo: essa appare in un arco di cerchio, composto a sua volta da cerchi concentrici, dei medesimi colori che troveremo sulle icone della trasfigurazione: il più interno di colore blu scuro, rappresenta la luce increata di Dio, gli altri assumono tonalità sempre più chiare fino al bianco purissimo, luce che la nostra sensibilità ci permette di percepire. "La sua maestà ricopre i cieli, delle sue lodi è piena la terra. Il suo splendore è come la luce, bagliori di folgore escono dalle sue mani: là si cela la sua potenza."(Abacuc, 3,3-4). "Il Verbo di Dio è al di sopra di tutto, di conseguenza il solo capace di ricreare tutte le cose, di soffrire per tutti gli uomini" (S. Atanasio, De Incarnatione). Dalla stella un raggio di luce si dirige sul Bambino, segnato dal nimbo cruciforme e come San Giovanni Damasceno giustamente osserva: "Il Padre e lo Spirito Santo hanno partecipato all'Incarnazione di Dio Verbo solo con l'affetto ed il loro volere" (De fide orthodossa).
 


Gli angeli annunziano l'Incarnazione alla koinè

Sul lato destro della stella, nel nostro caso sulla parete adiacente ad angolo retto, un arcangelo annunzia la Teofania a due pastori. "Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l'angelo disse loro: "Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia" (Lc. 2,9-12). Gli uomini di buona volontà, quelli "che egli ama"(cfr. Lc. 2,14), si sono rischiarati nella luce della Conoscenza, hanno cercato il Signore e hanno visto un frutto di giustizia, "perchè è tempo di cercare il Signore, finchè egli venga e diffonda su di voi la giustizia."(Os. 10,12), "Poiché come la terra produce la vegetazione e come un giardino fa germogliare i semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutti i popoli."(Is. 61,11). Il gruppo dei pastori è formato soltanto da due uomini, uno vecchio con una fluente barba bianca (Isaia?) ed uno giovane, imberbe. I due pastori rappresentano l'intero popolo di Dio (la koinè): il più anziano, Israele, il popolo della vecchia alleanza, quello imberbe i Gentili, il popolo che Cristo ha attratto a sè con la Croce. "Questo mistero non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che i Gentili cioè sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del Vangelo, del quale sono divenuto ministro per il dono della grazia di Dio a me concessa in virtù dell'efficacia della sua potenza." (Ef. 3,5-7). La rappresentazione si ispira anche ad un racconto molto presente nei vangeli apocrifi dell'Infanzia: "Mentre Giuseppe e Maria camminavano lungo la strada che conduce a Betlemme, Maria disse a Giuseppe: 'Vedo davanti a me due popoli, uno piange e l’altro è contento'. Giuseppe le rispose: 'Stattene seduta sul tuo giumento e non dire parole superflue'. Apparve poi davanti a loro un bel giovane vestito di abito bianco, - esattamente come nella nostra immagine - e disse a Giuseppe: “Perché hai detto che erano parole superflue quelle dette da Maria a proposito dei due popoli? Vide infatti il popolo giudaico piangere, essendosi allontanato dal suo Dio, e il popolo pagano gioire, perché oramai si è accostato e avvicinato al Signore, secondo quanto aveva promesso ai padri nostri Abramo, Isacco, e Giacobbe: difatti, è giunto il tempo nel quale, nella discendenza di Abramo, è concessa la benedizione a tutte le genti” (Pseudo vangelo di Matteo). Non a caso l'intero mosaico è stato posto nella navata dedicata a Paolo e più esattamente fra la sua immagine e quella del Cristo.



La prefigurazione della Passione e Resurrezione di nostro Signore

Alle spalle dei due personaggi, sopra una collina sorge un grande albero a tre rami con frutti invitanti, prefigurazione dell'albero "datore di Vita": la Croce. L'albero che prima era inaccessibile all'uomo, adesso attraverso la Passione e Resurrezione del Cristo è stato donato all'Umanità per grazia di Dio. "Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male."(Gn 2,9), all'uomo impedì soltanto la libera fruizione di questi ultimi alberi: "Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: "Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti""(Gn 2,16-17). Come sappiamo, la disubbidienza dell'uomo portò alla morte il primo Adamo. Iniziava però il tempo dell'attesa, della speranza e della promessa: "Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno"(Gn 3,15). Il piano di Salvezza prevedeva che all’albero sul quale era maturato l'amaro frutto del peccato, che aveva condotto alla morte tutti gli uomini, venisse sostituito un albero nuovo sul quale fosse "attaccato" un dolce e gustoso Frutto datore di vita: l’albero della croce. "Per noi dolce legno, che porti appeso il Signore del mondo. […] Or piega i tuoi rami frondosi, distendi le rigide fibre, s’allenti quel rigido legno che porti con te per tua natura; accogli su un morbido tronco le membra del Signore. […] Tu fosti l’albero degno di reggere il nostro riscatto."(messale romano, Venerdì santo, Passione del Signore, Inno). "Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa" (Lezionario Festivo, Pasqua di risurrezione del Signore, Sequenza). I rami dell'albero sono stati però potati in modo che diano maggior frutto. Posto sul braccio destro dell'albero il bianco Sudario (sempre rigorosamente bianco, secondo quanto prescritto dal I Sinodo Romano tenuto nel 327), simbolo della morte e resurrezione del Signore. Era uso comune durante le processioni del Venerdì Santo uscire dalla chiesa con la croce nuda recante su un braccio il Santo Sudario. Tale regola è ancora osservata dalla Chiesa Cattolica.
 


Il paesaggio

Più in basso, nella scena, appaiono delle capre mediterranee, immobili, alcune fissano il Bambino, altre la Stella in alto; di esse, due sono bianche ed una nera, prefigurazione, se vogliamo, di quella parte della società, composta da emarginati, esclusi, derelitti e peccatori ai quali sarà tanto vicino Gesù, "Gesù li udì e disse: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati""(Mt. 9,12). La natura stessa del paesaggio è caratterizzata da strane piante dal fusto bianco, come da alcuni gruppi di erbe nere, tutto sembra descrivere lo stupore della natura di fronte all'Incarnazione; ecco i poetici versi del protovangelo di Giacomo che descrivono la scena: "Io, Giuseppe, camminavo e non camminavo. Guardai nell'aria e vidi l'aria colpita da stupore; guardai verso la volta del cielo e la vidi ferma, e immobili gli uccelli del cielo; guardai sulla terra e vidi un vaso giacente e degli operai coricati con le mani nel vaso: ma quelli che masticavano non masticavano, quelli che prendevano su il cibo non l'alzavano dal vaso, quelli che lo stavano portando alla bocca non lo portavano; i visi di tutti erano rivolti a guardare in alto. Ecco delle pecore spinte innanzi che invece stavano ferme: il pastore alzò la mano per percuoterle, ma la sua mano restò per aria. Guardai la corrente del fiume e vidi le bocche dei capretti poggiate sull'acqua, ma non bevevano. Poi, in un istante, tutte le cose ripresero il loro corso." (Proto Vangelo di Giacomo, 18,2-3). In basso, un pastore munge una pecora in un calice, sia con evidenti allusioni eucaristiche, sia in riferimento alle parole di Isaia: "Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la Vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele. Egli mangerà panna e miele finché non imparerà a rigettare il male e a scegliere il bene."(Is. 7,14-15). L'intero cielo è reso in oro, esprimendo così la realtà senza tempo di Dio, la trans-temporalità di questa Icona, ove tutto è presente: la nascita, il battesimo, l'evangelizzazione, la morte e la Resurrezione e Gloria del Cristo. Una delle caratteristiche più affascinanti di queste opere dello Spirito consiste nel più alto tentativo dell'uomo di rappresentare la realtà divina, avulsa dal tempo, così come essa è.
 


I Magi giungono finalmente alla grotta ove è nato il Salvatore

Dopo un lungo viaggio, durato diversi mesi e dopo aver girato attorno alla Montagna Sacra senza riuscirvi a salire, i Magi appaiono di nuovo nell'Icona, "(...)uniti insieme per ordine di Dio, arrivarono nel momento in cui la Vergine diveniva madre. Essi avevano affrettato il passo e si trovarono là al tempo preciso della nascita di Gesù"(Vangelo armeno dell'infanzia). Le Chiese di tradizione bizantina ricordano infatti nello stesso giorno sia il Natale che l'adorazione dei Magi. I sapienti portano dei doni al Bambino, ma nell'Immagine non vengono raffigurati quelli canonici, oro, incenso e mirra, ma delle uova. “L’uovo è simbolo della fecondità, del rinnovamento, della nascita e della rinascita.”(M. Eliade, Trattato di storia delle religioni). I Magi recano le loro offerte su un piatto, mentre le loro mani sono coperte da un lembo del mantello, segno di purezza e di rispetto, come sancito nel cerimoniale imperiale romano; inchinatisi in adorazione, offrono le uova al Bambino e a Maria, prefigurando l'immensa fecondità della Chiesa.



Il lavaggio di Gesù

Sotto i Magi, due donne accudiscono il Bambino lavandolo. L’origine di questo modulo è da ricercarsi nella tradizione ellenistica prima che nei testi apocrifi. L’arte ellenistica, in effetti, ha esercitato una grande influenza su quella cristiana. La natività dei grandi personaggi è stata da sempre un elemento ricorrente dell’arte ellenistica, fino allo stabilirsi di veri e propri modelli figurativi,“cicli”, perchè contribuiva ad esaltarne la grandezza (si veda Juhel, Le bain de l’Enfant Jésus des origines à la fin du XII-ème siècle). L'arte cristiana si è poi arricchita di ulteriori valenze: volendo pienamente rappresentare l’umanità reale e non apparente di Cristo, si è fatto ricorso ad un atto ordinario ed assolutamente umano: "(...) pur continuando a considerare immutabile la natura divina, dice che essa si è estremamente mutata per accondiscendere alla nostra debolezza e ha assunto la somiglianza della nostra natura"(San Gregorio di Nissa). Il bagno di Gesù è allo stesso tempo prefigurazione del battesimo (Teofania) e della Sua sepoltura; il Bambino viene immerso totalmente nell'acqua, proprio come nelle Icone del Battesimo ove il Cristo appare sepolto dal liquido. Circa l’identità delle due donne, il proto vangelo di Giacomo, al capitolo 19, fornisce un racconto abbastanza dettagliato. Giuseppe ritenendo il parto imminente lasciò sola Maria nella grotta e corse a cercare un’ostetrica. “Vidi una donna discendere dalla collina e mi disse: "Dove vai, uomo?". Risposi: " Cerco una ostetrica ebrea". E lei: "Sei di Israele?". "Sì" le risposi. E lei proseguì: "E chi è che partorisce nella grotta?". "La mia promessa sposa" le risposi. Mi domandò: "Non è tua moglie?". Risposi: "E' Maria, allevata nel tempio del Signore. Io l'ebbi in sorte per moglie, e non è mia moglie, bensì ha concepito per opera dello Spirito Santo". L'ostetrica gli domandò: "E' vero questo?". Giuseppe rispose: "Vieni e vedi". E la ostetrica andò con lui. Si fermarono al luogo della grotta ed ecco che una nube splendente copriva la grotta. L'ostetrica disse: "Oggi è stata magnificata l'anima mia, perché i miei occhi hanno visto delle meraviglie e perché è nata la salvezza per Israele". Subito dopo la nube si ritrasse dalla grotta, e nella grotta apparve una gran luce che gli occhi non potevano sopportare. Poco dopo quella luce andò dileguandosi fino a che apparve il Bambino: venne e prese la poppa di Maria, sua madre. L'ostetrica esclamò: "Oggi è per me un gran giorno, perché ho visto questo nuovo miracolo". Uscita dalla grotta l'ostetrica si incontrò con Salomè, e le disse: "Salomè, Salomè! Ho un miracolo inaudito da raccontarti: una vergine ha partorito, ciò di cui non è capace la sua natura". Rispose Salomè: "(Come è vero che) vive il Signore, se non ci metto il dito e non esamino la sua natura, non crederò mai che una vergine abbia partorito". Salomè, precursore di Tommaso, non credendo che alla sua ragione, solita mancanza di fede, volle verificare la natura di questo evento straordinario, ma venendo a contatto con la potenza di Dio, si ustionò la mano. Salomè come Tommaso, capisce, si pente con tutto il cuore per la sua mancanza di fede ed ecco che le appare un angelo e le dice: “Salomè, Salomè, il Signore ti ha esaudito: accosta la tua mano al Bambino e prendilo su, e te ne verrà salute e gioia”. Salomè fu “giustificata” e da allora giurò di prendersi per sempre cura del Bambino. Il racconto è pieno di simboli, non solo viene "certificata" con una doppia prova l’autenticità del miracolo: “la Vergine partorirà un figlio”, ma viene “giustificata” Salomè che, come riporta anche il Vangelo armeno dell’infanzia, è in realtà la prima Eva. “E la nostra prima madre prese il bambino fra le braccia e si mise ad accarezzarlo ed abbracciarlo con tenerezza e benediceva Dio.”(Vangelo armeno dell’infanzia). La disubbidienza di Eva, la sua mancanza di fede, il suo “razionalismo a tutti i costi” viene “giustificato”. “La morte fu introdotta per opera di una Vergine: Eva(…) Era conveniente allora che la vita avesse origine per opera di una Vergine”(S. Cirillo di Gerusalemme, Catechesi XII). La donna si pente, riconosce Dio ed ecco che le appare un angelo che le addita il “Farmaco della vita”. Salomè abbraccia Gesù, lo accetta portandolo al suo cuore ed ecco è “giustificata”. Grazie alla seconda Eva, Maria, e con la "giustificazione" della prima, Eva, viene data all’intera umanità la possibilità di accedere alla Salvezza. Il cerchio simbolicamente aperto con Salomè-Eva si chiuderà con la morte e Resurrezione di Gesù: la sua discesa agli inferi e la sua ascesa al regno del Padre con tutte quelle anime che così "giustificate" vengono ammesse alla gloria di Dio. La scena del bagno, nell’icona, è probabilmente ispirata ad una nota omelia attribuita al Patriarca Teofilo di Alessandria, che molto suggestionò gli animi durante tutto il medioevo. Teofilo narra di una visione avuta da lui stesso, in cui è la stessa Vergine a parlare: “Salimmo per il monte a questa casa deserta e vi entrammo, (…) trovammo un pozzo d’acqua perché potessi lavare mio figlio e lo condussi presso il pozzo (…). Entrati nell’interno della casa e sedutici, io e Giuseppe e Salomè e il mio figlio diletto. Salomè si aggirò e trovò così un bacino ed un olla, come se fossero stati preparati per noi. Era sempre Salomè che lavava mio figlio, mentre io gli davo il latte.”
 


San Giuseppe simbolo del travaglio dell'intera Umanità

In basso, nell'angolo opposto, San Giuseppe siede pensoso, "Con il cuore in tumulto fra pensieri contrari il savio Giuseppe ondeggiava"(inno Akathistos, VI stanza); il suo capo è rivolto verso la scena della natività per indicarla, ma il suo sguardo è diretto verso l'osservatore, quasi volesse intavolare con lui un dialogo. E' tradizione ormai consolidata nel modulo iconografico della Natività rappresentare Giuseppe fuori dalla grotta ed impegnato in un dialogo con un pastore vestito di pelli, che alcuni identificano in Tirso, nome che richiama il bastone utilizzato dalle baccanti nelle processioni dedicate al culto pagano di Bacco. Si vuole in questo modo creare un parallelo con la tradizione misterico-esoterica pagana ed il razionalismo sterile e demoniaco di chi pretende di umanizzare ciò che è divino, illudendosi di poter comprendere e gestire l'intero creato, mettendo così se stesso al centro dell'universo e sostituendosi a Dio. "Chi ha misurato con il cavo della mano le acque del mare e ha calcolato l'estensione dei cieli con il palmo? Chi ha misurato con il moggio la polvere della terra, ha pesato con la stadera le montagne e i colli con la bilancia? Chi ha diretto lo spirito del Signore e come suo consigliere gli ha dato suggerimenti? A chi ha chiesto consiglio, perché lo istruisse e gli insegnasse il sentiero della giustizia e lo ammaestrasse nella scienza e gli rivelasse la via della prudenza? Ecco, le nazioni son come una goccia da un secchio, contano come il pulviscolo sulla bilancia; ecco, le isole pesano quanto un granello di polvere. "(Is.40,12-15). Tirso-Satana interroga Giuseppe, lo pungola tentando di porre in lui dei dubbi sulla verginità di Maria. Anche nella nostra icona Tirso è presente! Egli è rappresentato "fuori scena". Dobbiamo immaginarlo accanto a noi, proprio come nella realtà avviene. Ecco perchè Giuseppe è rivolto verso lo spettatore. Satana vuole distruggere tutto quello che di buono è stato edificato da Dio. Vuole trasformare in umano ciò che è divino. Vuole trasformare tutte le grazie in cose per cui gli uomini possano deridere chi ha fede. Non bisogna avere paura di nulla, opponendosi coraggiosamente a lui con la preghiera e non con le nostre forze perché egli deride il nostro orgoglio. Satana vuole avvelenare tutti i germogli che hanno cominciato a nascere. Bisogna avere fede, non paura e pregare con sincerità di cuore. "Non chiamate congiura ciò che questo popolo chiama congiura, non temete ciò che esso teme e non abbiate paura". Il Signore degli eserciti, lui solo ritenete Santo. Egli sia l'oggetto del vostro timore, della vostra paura. Egli sarà laccio e pietra d'inciampo e scoglio che fa cadere per le due case di Israele, laccio e trabocchetto per chi abita in Gerusalemme. Tra di loro molti inciamperanno, cadranno e si sfracelleranno, saranno presi e catturati."(Is. 8,12-15). Giuseppe rappresenta l'intero dramma umano: la paura, il dubbio e l'incertezza di fronte al mistero. Noi come lui siamo tentati dal dubbio, dalla paura, dalla mancanza di fede. I vangeli apocrifi descrivono nel dettaglio il travaglio del padre putativo di Gesù. Ma "Il creatore di ogni cosa, Dio Verbo, ha composto un libro nuovo, scaturito dal cuore del Padre per essere scritto con un calamo dallo Spirito nella lingua di Dio. Fu dato all'uomo che conosceva le lettere, ma non lo lesse. Giuseppe in effetti, non conobbe affatto Maria, nè il significato del mistero."(S. Giovanni Damasceno). Ruggero II è dunque ben attento a mettere in evidenza la tentazione dello scetticismo dettato dallo sterile razionalismo di chi chiude il proprio cuore a Dio, rifiutando la vera scienza. Ma Giuseppe per Grazia di Dio lo sa, ed allora "Come sappiamo tutt'ora, mirandoti intatta sospetta segreti sponsali, o illibata! Quando Madre ti seppe da Spirito Santo, esclamò: Alleluja!"(inno Akathistos, VI stanza)
 


I Magi di fronte al Bambino e Maria

Nell'iconografia tradizionale della Natività, nei periodi successivi (XIV secolo), Maria viene rappresentata fuori dalla grotta per via delle influenze dei racconti della mistica Santa Brigida di Svezia e dello Pseudo-Bonaventura. In questa Icona la Madre di Dio viene posta nel cuore della "Montagna di Dio", al centro della scena, giusto di fronte all'ingresso della grotta buia. Viene raffigurata la scena della Natività come descritta nel noto testo del pseudo Matteo "(..) l’angelo ordinò di fermare il giumento, essendo giunto il tempo di partorire; comandò poi alla beata Maria di scendere dall’animale e di entrare in una grotta sotto una caverna nella quale non entrava mai la luce ma c’erano sempre tenebre, non potendo ricevere la luce del giorno. Allorché la beata Maria entrò in essa, tutta si illuminò di splendore quasi fosse l’ora sesta del giorno. La luce divina illuminò la grotta in modo tale che né di giorno né di notte, fino a quando vi rimase la beata Maria, la luce non mancò "(Pseudo Matteo). Se osserviamo i bordi dell'ingresso della grotta e le sue pareti interne le vediamo illuminate a giorno dalla presenza di Maria. L'interno della grotta, prefigurazione, come vedremo, dell'inferno resta sempre nell'oscurità perchè "la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta"(Gv. 1,5). La Madonna raffigura la luce promanante dal roveto ardente del monte Sinai: "In esso, infatti, scorgiamo la premessa del mistero della Vergine dal cui parto è sorta sul mondo la luce di Dio. Questa lasciò intatto il roveto da cui proveniva come il parto non ha inaridito il fiore della sua verginità" (San Gregorio di Nissa).
 


Il Santo Bambino giace nella mangiatoia

Il Bambino viene deposto da Maria sulla mangiatoia e sembra che questi esca dalla grotta, probabilmente illustrazione della quarta Ode del Canone della Natività: "(...) Il Bambino è uscito dalla montagna (che è) la Vergine, il Verbo per la restaurazione degli uomini". L'oscurità della grotta simboleggia l'inferno che tenta di ingoiare il Bambino, si tratta della stessa cavità posta sotto Gesù nelle Icone della resurrezione. "Egli è entrato nelle fauci dell'inferno e come Giona nel ventre del cetaceo ha soggiornato tra i morti, non perchè vinto, ma per recuperare, quale novello Adamo, la dramma perduta: il genere umano. I cieli si inchinano fin nel profondo dell'abisso, nelle profonde tenebre del peccato. Fiaccola portatrice di luce, la carne di Dio, sottoterra dissipa le tenebre dell'inferno. La Luce risplende fra le tenebre, ma le tenebre non l'hanno vista" (Origene, Commentario su San Giovanni). Gesù è avvolto in un bendaggio a fasce incrociate ed intrecciate che rievoca quello di Lazzaro, divenendo l'anticipazione della morte di Gesù. La forma stessa della mangiatoia, che ricorda molto da vicino un sarcofago, è un richiamo alla morte del Cristo. La condanna cui Eva, ed il genere umano assieme a lei furono sottoposti, fu quella di partorire figli destinati alla morte. Anche Maria a sua volta partorisce Gesù, che come vero uomo, è anche Egli destinato alla morte, viene quindi deposto in un sepolcro. Ma le bende in cui Gesù è avvolto, il suo Sudario, sono anche un segno di resurrezione, sarà questo il segno tangibile della resurrezione di Gesù per le donne che si recheranno al sepolcro. Nelle Icone della Resurrezione sono presenti gli stessi elementi e le bende con lo stesso intreccio sono vuote. Attorno alla mangiatoia il bue e l'asino, avverarsi della profezia di Isaia: "Udite, cieli; ascolta, terra, perché il Signore dice: "Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me. Il bue conosce il proprietario e l'asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende"(Is. 1,2-3). E nello pseudo Matteo: "Si adempì allora quanto era stato detto dal profeta Abacuc, con le parole: "Ti farai conoscere in mezzo a due animali"." Secondo Gregorio di Nissa, Gregorio di Nazianzo e Ambrogio di Milano, il bue rappresenta il popolo giudeo, l'asino i gentili. Leone Magno rafforza questo parallelismo intravedendolo anche nel binomio Magi-Gentili, Pastori-Giudei.
 


Lo sguardo accorato di Maria

Lo sguardo di Maria è diretto verso l'osservatore, la sua espressione è accorata. Ella avvolta nel suo letto medita l'intero piano della Salvezza che il Padre aveva preparato per gli uomini: "Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore"(Lc.2,19). La Madonna sembra dirci: "Dalla Sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto". Dalla cacciata di Adamo, l'uomo sperimenta la sua corporeità in modo animalesco, vive nel terrore della morte. "L'uomo vive da allora in una continua ricerca dell'autosalvezza, allo stesso modo in cui la bestia deve mangiare per sopravvivere. Così egli trova la sua mangiatoia - cioè il peccato - per soddisfare questo istinto di sopravvivenza. Ognuno di noi ha un peccato che compie ripetutamente, perchè da questo peccato si aspetta un po' di gratificazione, di affermazione. (...) L'uomo pecca perchè crede ancora nel serpente e spera di diventare come Dio."(T. Spidlik, M.I. Rupnik, La fede secondo le icone). Ecco che la mangiatoia-sarcofago luogo di morte, perchè di peccato, diviene il punto di incontro di Dio con l'Uomo. Ecco l'infinito mistero dell'Amore di Dio, che spogliandosi di ciò che è divino incontrò l'uomo là dove sapeva di trovarlo. Dio viene ad abitare la fragilità dell’uomo perché l’uomo possa sperimentare la potenza di Dio. "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce."(Fil. 2,5-8). Così "Come il pane viene distrutto per essere mangiato, ma così è causa di sopravvivenza, così Cristo si lascerà distruggere, perchè solo quando l'uomo l'avrà ucciso comprenderà quanto Dio è buono."(T. Spidlik, M.I. Rupnik, La fede secondo le icone). Ecco cosa meditava Maria nel suo cuore, ecco come l'Icona del Natale diviene il primo annuncio dell'Eucarestia, la Pasqua e la Resurrezione del Signore, tutti questi eventi in modo trans-temporale sono simultaneamente rappresentati in questa unica Immagine, indubbia opera dello Spirito. Ecco infine cosa Maria vuole dirci, mentre pienamente cosciente di quanto sta per realizzarsi, medita in sè tutte le sofferenze che affronterà, senza paura e con il grande scopo di porgere a tutta l'umanità il Suo figlio diletto: "Amate e non abbiate paura, figli miei, perché nell’amore non c’è timore. Se i vostri cuori sono aperti al Padre e se sono pieni di amore per lui, perché aver paura di quello che accadrà? Hanno paura quelli che non amano perché aspettano il castigo sapendo quanto sono vuoti e duri. Figli miei, io vi invito all’amore verso il caro Padre. Io vi guido verso la vita eterna. La vita eterna è mio Figlio: accettatelo e avrete accettato l’amore!"
Vale veramente la pena concludere questo breve studio con le parole di S. Ambrogio nella sua Esposizione sul Vangelo di Luca: "Egli fu stretto in fasce, affinché tu fossi sciolto dai lacci della morte; egli nella stalla, per porre te sugli altari; egli in terra affinché tu raggiungessi le stelle; egli non trovò posto in quell’albergo, affinché tu avessi nei cieli molte dimore. Quella indigenza è dunque la mia ricchezza e la debolezza del Signore è la mia forza".
 
Il webmaster di Regina Mundi

 


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