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La donna vestita di sole, la tv via web ed il podcast





L'Icona della Madonna di Versacarro

Icona della Madonna dell'Ammiraglio

Madonna di Versacarro



Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. (Ap 12,1)
Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno". (Gn 3,15)


Diana, antichissima divinità italica, protettrice della plebs romana, era chiamata da Cicerone dea della caccia, della luna e degli incantesimi notturni; Orazio parla dei tria virginis ora Dianae (i tre volti della vergine Diana) o di Diana triformis (Diana triforme); Virgilio conferma tale aspetto quando parla della dea che è Luna in cielo, Diana in terra, Ecate nel mondo infernale. Il falso e menzognero culto di Diana restò per parecchio tempo ben radicato nell’animo di alcuni ceti della popolazione rurale. Ancora ben oltre il rinascimento si può leggere dagli atti per i processi di stregoneria che "Gioco di Diana" era definito il corteo di streghe, stregoni e spiriti infernali, che spesso si aggirava durante la notte per celebrare ridicoli riti esoterici, mentre Diana era chiamata "Signora del gioco" (Domina Ludi), dove "gioco" traduce il latino ludus, nel significato di "luogo dove s'impara" o anche di "passatempo dilettevole", dal momento che in queste riunioni si ballava, si cantava e ci si lasciava andare ad ogni scelleratezza. Un’antica tradizione vuole che una delegazione di monaci sia fuggita fra il VII e l’ VIII secolo dall’oriente, portando con sè una magnifica tavola sacra, di considerevoli dimensioni. I monaci, giunti sulle rive del lago di Nemi, non molto distante da Roma, probabilmente chiamati dalla comunità cristiana che già dal V-VI secolo si era insediata nella valle del lago in località “le Mole”, si stabilirono proprio vicinissimo a dove sorgeva il più grande santuario di Diana di tutta l’Europa. I monaci con buona probabilità devono essersi imbattuti nel culto ancora vivo di Diana e per contrastarlo costruirono una chiesetta dedicata alla Santissima Vergine. La tutta Santa Vergine non solo si era insediata ove i suoi figli tanto avevano bisogno del Suo conforto, ma aveva scelto, come è solita fare, una posizione di frontiera. Don Giovanni de Santis, un pio sacerdote nemese, emerito della Confraternita del SS. Sacramento, vissuto nell’ottocento, poeticamente amava dire che la Madonna aveva rovesciato il carro occupato da Diana, da cui il nome Versacarro. Ecco cosa Don Giovanni scrive in un suo bellissimo sonetto dedicato a Maria:

Perché, o Maria, di Versacarro appella
Del prisco Nemi il popolo devoto
La tua Icone pervetusta e bella
Ch'ivi si cole da tempo remoto?
Come ti chiami ognun del mar la stella,
O in altra guisa,... il mostra un qualche voto,
Quando la. storia a noi non ne favella
Perché il motivo d'esto nome è ignoto?

Non sei tu forse che di sol vestita
la luna sotto il pie calpesti e premi,
Che era già qual Dea qui stabilita?

Scritto era dunque tra i fasti supremi
Che infranto a Diaria il carro,e lei sbandita
Di Versacarro il Nome avessi in Nemi!


L'eco di tale spiegazione ha trovato spazio nelle pratiche di pietà popolare legate alla venerazione di questa immagine. Il triduo in onore della Madonna di Versacarro in preparazione della sua festa, che si svolgeva la prima domenica dopo l'Assunta, riprende nelle orazioni dei tre giorni, appunto l'idea che il titolo di Versacarro sia legato al rovesciamento dei culti pagani. Una ulteriore tradizione vuole che i frati si fossero insediati dalla parte opposta del lago esattamente in "in valle lunae”, toponimo che evidentemente richiama l'antico culto di Diana Nemorense. Probabilmente l’Icona era intronizzata nella chiesa di San Nicola, i cui resti affiorano tutt'oggi negli orti detti di San Nicola.
"S'ha per antica traditione da molti vecchi che questa Madonna anticamente stesse in altra Chiesa, dall'altra parte del lago, e che miracolosamente venisse in questa Chiesa per mezzo del Ministerio Angelico e che fosse veduta passare per mezzo del lago sopra d'un carro di fuoco tutto risplendente."
Anche questa versione ricondurrebbe dunque alla fine del culto pagano, sostituito da quello di Maria, onorata come colei che ha rovesciato il carro. Un'ulteriore conferma a questa tesi la si può riscontrare nell'antica e pia tradizione nemese, ormai scomparsa, della "chiamata della Madonna". Le donne anziane di casa, insieme alle più piccole, nella notte si affacciavano alla finestra o all'uscio e chiamavano per tre volte Maria: “0e' Mari!". Secondo alcune versioni ciò avveniva in occasione della festa della Madonna di Loreto, il dieci dicembre, secondo altre per la festa dell'Immacolata, secondo altre ancora la prima domenica dopo l'Assunta, per la festa di Versacarro, in ogni caso tutte sono concordi sulla sostanza dell’usanza: tutte si riferiscono all'immagine di Maria che quella notte aveva attraversato il lago, anticamente dedicato a Diana (Speculum Dianae), da una sponda verso l'altra, lasciando su di esso una traccia come di fuoco, tangibile segno della vittoria della luce della Mamma Celeste sopra la luce lunare.
Dopo la traversata del lago l'Icona sarebbe stata intronizzata nella piccola chiesa di Santa Maria di Versacarro che sorgeva presso il clivus aricinus, l’antica via Viribia, percorso romano che conduceva fino al notissimo santuario di Diana. La prima menzione scritta della chiesa risale al 1130, ove figura in una bolla dell’Antipapa Anacleto II, che come era nel suo stile di vita, ne faceva oggetto di scambio donando all’abbazia di S. Paolo i diritti sul territorio di Nemi. Un’ulteriore traccia della chiesa affiora nel 1183, in una bolla di papa Lucio III e nel 1191 in una bolla di Celestino III.
Il primo documento che fa un riferimento esplicito all’Icona risale al 1595 ed è una lettera del p. Camillo Aulario, referendario e vicario del Cardinale Alessandrini. Il frate parla della chiesa di Santa Maria di Versacarro gestita dai frati Cappuccini, in merito alle rendite che essa riscuoteva nella contrada detta frate Alessio. Con buona probabilità i Cappuccini vennero a Nemi nel 1534 per volontà di Ascanio Colonna prendendo possesso della chiesa di Versacarro e del piccolo romitorio adiacente ad essa. Una volta a Nemi i Cappuccini si adattarono alla meglio restaurando e ampliando sia il romitorio, sia la chiesa che fu dedicata a S. Francesco il 24 febbraio 1579 spostando la Madonna di Versacarro ad una cappellina laterale a destra dell'entrata. Ma nonostante questi adattamenti e forse per le rimostranze del popolo, molto legato all’Icona, più volte i frati dichiararono il proposito di lasciare Nemi per l'insalubrità del luogo e la vetustà dell'edificio, esprimendo il desiderio della costruzione di un nuovo convento.
Papa Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini, nel 1622, un anno prima della sua ascesa al soglio pontificio, visitò la chiesetta e si fermò in preghiera di fronte alla bellissima Icona; chiese alla Santissima Vergine una importante grazia e fece voto di farle edificare una nuova chiesa. Ottenuta la grazia, Urbano si rivolse ai marchesi Frangipane, che nel frattempo avevano ottenuto la signoria su Nemi, chiedendo una piena collaborazione nell’edificazione del nuovo luogo sacro. Mario Frangipane era un uomo molto devoto alla Santa Vergine, pertanto, essendo al corrente sia dell’importanza nel cuore dei fedeli dell’Icona, sia della sua posizione strategica nella battaglia ancora pienamente in atto contro la stregoneria, non esitò a cedere un ottimo terreno distante solo cento passi dall’abitato. Della “puzza di zolfo” deve però essersi intromessa fra il Frangipane e il padre provinciale dei Cappuccini, al punto che quest’ultimo non solo rifiutò il terreno, ma protestando vivamente si rivolse al papa per far valere le sue ragioni. Urbano VIII, memore del suo voto e cosciente che il trasferimento dei Cappuccini, ormai divenuti proprietari dell’Icona, sarebbe consistito nello spostamento definitivo della Sacra immagine da quel luogo, trovò la diplomatica soluzione di rivolgersi all’amico cardinale Casarini, zio di Giuliano, signore del limitrofo territorio di Genzario. In un primo momento apparvero vane le tante preghiere innalzate alla Vergine, così come inutili furono i tentativi di dissuadere i Cappuccini dal lasciare Nemi! Il 24 febbraio 1637, per la gioia dei genzaresi, iniziarono i lavori di demolizione della chiesetta e del romitorio per ricuperare materiale da costruzione da usare nel nuovo convento, cosa strana datosi che Giuliano si era offerto di sostenere le spese per l’edificazione del monastero.

“al suono di tamburri et campane, al rimbombo di archibugi e mortaletti [...] andavano processionalmente alla volta del sito con croci e stendardi spiegati" e le lacrime dei nemesi "che si graffiavano la faccia e tutti crudamente si battevano il petto et facevano atti di molta compassione".

I nemesi non si rassegnarono però alla perdita della loro Icona e fecero appello al cardinale Antonio Barberini, fratello del papa, che attraverso un valido espediente, acconsentì alla restituzione dell’icona.

"All’eminentissimo et Rev.mo Signore il Card. S. Honofrio per la comunità di Nemi Ecc.mo et Rev.mo Sig.re.
La comunità della terra di Nemo devotissima Oratrice di V.E. humilmente La supplica giacché li Padri Cappuccini esistenti nel convento e Chiesa territorio di detto luogo sono andati in Terreno alieno, et hanno demolito e demoliscono il luogo, già da loro come sopra habbitato, voglia ordinare, che conforme alla pia mente di V.E. consegnino alii oratori l'Immagine della Beatissima Vergine esistente nel medesimo luogo per collocarla con quella maggior decenza possibile nella loro Chiesa di Nemo acciò sia tenuta con quella veneratione che per secoli avanti è stata tenuta da essi Oratori, e loro antecessori, che il tutto riceverà per grazia singolarissima da V.E. Rev.ma.”

Il 9 di Agosto del 1637, seconda domenica del mese, l’Icona veniva riconsegnata ai nemesi che con una solennissima processione la intronizzarono nella loro chiesa principale.
(..) devota processione si snoda a partire dal remoto sito abitato dai cappuccini, dalla riva nord-ovest del lago, fin sopra al ciglio opposto risalendo l'erta che conduce a Nemi. Si trasporta, solennemente, l'icona di Versacarro. (..) L'evento, solennizzato al massimo per dare soddisfazione proprio ai paesani, vede convenuti i frati Cappuccini di tutti i conventi circonvicini e la solenne processione, al suono di tamburi e trombe, coinvolgendo i Priori della Magnifica Comunità, i fratelli delle confraternite, il clero, e tutto intero il paese e tante persone dei paesi vicini, trasporta la sacra immagine. Il corteo giunge in Nemi e si conclude nella parrocchiale di santa Maria del Pozzo. Qui, l'icona trova collocazione provvisoria: in quest'antica chiesa medioevale che si è in procinto di demolire, poiché sarà sostituita da una nuova chiesa che i Marchesi Mario e Pompeo Frangipane stanno facendo costruire per un loro intimo voto, qui, nel loro feudo. In questa nuova chiesa essa potrà trovare definitiva collocazione, restando così non solo al centro della pietà dei nemesi, ma anche al centro delle loro abitazioni che via via si vanno espandendo nell'area prospiciente il palazzo marchionale. (Claudio Mannoni, L'immagine di Versacarro incrocio di 500 anni di storia religiosa e civile di Nemi, in Castelli Romani - vicende uomini folclore, 2000, n.5, pp. 145-157, Arti Grafiche Ariccia.)
La tutta Santa Madre di Dio, prestando ascolto alle preghiere dei suoi figli aveva così fatto “girare” il carro che la stava portando via da Nemi.
Mario Frangipane non era però soddisfatto di questa soluzione, offrì quindi all’Ordine dei Frati Minori Osservanti lo stesso terreno alle porte della città. I frati accettarono ed il 27 settembre del 1645 si trasferirono nella nuova struttura realizzata a spese del Frangipane.
La devozione verso la sacra Immagine era più che viva nell’animo di tutti, al punto che lo stesso Pompeo Frangipane, fratello di Mario, Il 20 maggio 1638, pochi mesi prima di morire, offrì devotamente alla Beata Vergine un gioiello particolarmente prezioso, montato in oro con trentatre diamanti, dal valore superiore ai trecento scudi, poi sparito in circostanze misteriose.
Una volta insediati i frati, il popolo decise di trasferire l’immagine sacra nel nuovo convento, facendo solo obbligo ai frati, memori di quanto era successo con i Cappuccini, di dedicare la nuova chiesa alla Madonna di Versacarro. Il dipinto occupò l’altare maggiore ed ivi rimase anche quando, nel 1669, a seguito dell’esposizione del nuovo crocifisso, fu collocato ai piedi di questo. Fu in questo momento che, per evitare che l’Icona impedisse la vista del crocifisso, venne divisa in tre parti: la parte con l'immagine della Madonna venne collocata come sottoquadro nell'allora altare di S. Francesco, oggi della Mercede, e i due quadretti, con i busti degli apostoli, furono messi sulle architravi delle due porte della sagrestia, ai lati dell'altare maggiore con nuove appropriate cornici.
Nel 1881 i padri Mercedari subentrarono nella cura della chiesa; all’immagine fu dato un posto via via sempre meno importante fino, nei primi del 900’, a farla finire in sagrestia.
Il Santuario del SS. Crocifisso è stato meta di visite apostoliche di papa Pio IX nel 1869 e di papa Paolo VI nel 1969.
Nella prima metà degli anni ’70 i quadri furono riuniti insieme per essere posti sull’altare destro della chiesa. Sfortunatamente il 22 agosto 1975 i dipinti con i busti degli apostoli sono stati rubati e nessuno ne ha mai più saputo nulla. Il 18 Febbraio del 2002, degli ignoti hanno segato la cancellata che proteggeva la sacra Immagine e la hanno rubata! Sembrava che in tempi come questi, ove i culti satanici riaffiorano in bella vista divenendo paradossalmente motivo di vanto e segno di emancipazione, la rivincita di Diana fosse ormai cosa fatta. Ma l’Amore di Dio e la pietà della Santa Madre per le preghiere dei Suoi figli non hanno permesso tutto questo. Una Madre sa attendere ed al primo richiamo dei figli accorre prontamente; questo deve per certo essere successo, datosi che il 4 Ottobre del 2005 il Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale dei Carabinieri di Palermo assieme alla Squadra Mobile di Messina, in località Maregrosso a Messina ritrovava in prossimità di un cumulo di immondizie, avvolta in fogli di cartone, ma in buon stato, l’Icona della Santa Vergine. Fu così che nuovamente l’Icona della Madonna di Versacarro, questa volta dalla Sicilia, “girava di nuovo il suo carro” per far ritorno a Nemi, ove è attualmente insediata con tutte le adeguate misure di sicurezza.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo a coloro che glielo chiedono! (Luca 11,11-13)


Il dipinto oggi misura 47 cm di larghezza per 55 cm di altezza, ed è quanto rimane di una tavola più grande sulla quale erano rappresentati anche gli apostoli Pietro e Paolo. Dall’atto notarile con cui l’Immagine veniva restituita ai nemesi risultano le dimensioni originarie del dipinto: circa cinque palmi per sei, considerando un palmo introno ai 25 cm. l’Icona doveva misurare circa 1,30 mt. per 1,50. Dalla descrizione che ne fa l’atto notarile la tavola originaria doveva contenere anche una Annunciazione, con buona probabilità al di sotto delle figure degli apostoli, poi scomparsa: non sappiamo precisamente quando e per opera di chi. L’Icona è stata rimaneggiata più volte nel tempo, qualche volta anche dalla mano di non eccellenti artisti. Sarebbe auspicabile un'indagine strumentale non invasiva sul dipinto.
Il dipinto appartiene al modello delle Odigitrie, parola di origine greca che riporta all'anno 451, quando Eudosia, imperatrice bizantina, inviò a Costantinopoli una immagine antichissima della Madonna, attribuita alla mano dell’evangelista Luca. Essa si trovava alla venerazione dei fedeli in una Chiesa detta degli odeghi o guide. Da questo, unito a odigos che significa via, deriva l'appellativo che la venerazione della madre di Dio in oriente utilizza per Maria. Odighitria è infatti colei che guida e indica la via, così la Madonna ha in braccio il Bambino, nell'atto di indicarlo.
Sulla spalla destra di Maria, poggiata sul Mophorion, appare una grande stella ad otto punte con dei pendagli sotto; l'iconografo non vuole in questo caso riferirsi alla luce di Dio che inonda la Vergine, cioè le classiche tre stelle, simbolo della verginità prima durante e dopo il parto di Maria, vengono rappresentate con dei simboli inclusi dentro dei quadrati, probabilmente coperti con delle stelle realizzate in metallo prezioso.

Le stelle sul mophorion della Madonna di Versacarro


La grande stella con dei pendagli, con buonissima probabilità aggiunta nell'Icona durante un successivo restauro, ha lo stesso orientamento dell'asse del volto di Gesù e vuole forse indicare la stella cometa che guidò i magi fino al Salvatore del mondo.

Osservando la stella che a Dio guidava, i Magi
ne seguirono lo splendore
e avendola come lucerna
con essa trovarono il Signore possente
e l'irraggiungibile raggiunto gioirono e a Lui cantarono
l'Alleluia.

(Inno Akathistos, VIII stanza)

Ed ancora:

Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino.
Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia.
Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.

(Matteo 2,9-11)

Nell’Icona si nota, fra gli altri, un elemento abbastanza insolito:  sia la Madonna che il Bambino sono vestiti quasi allo stesso modo, una differenza la tunica porpora di Gesù, forse per simboleggiare la compartecipazione di Maria nell'opera salvifica del Cristo.
La sapiente distribuzione degli spazi in proporzione 3:3 conferisce all'Icona un grande senso di equilibrio. La Vergine ha il capo leggermente reclinato verso il Figlio e completamente inscritto nella fascia di centro dell'Immagine. Il nimbo dorato che circonda il capo della Madonna è in parte realizzato a rilievo con inseriti in più punti dei supporti per preziosi, alcuni dei quali risultano mancanti. Anche le tipiche scritte liturgiche sono state rimaneggiate, si leggono le parole latine Salve Regin(a). Il Bambino, nell'atto di benedire, tiene nell'altra mano il libro chiuso ed ha il capo circondato da un nimbo cruciforme. Durante i successivi restauri sono andati persi i colpi di luce che dovevano contornare i lineamenti del volto di Maria e di Gesù. I maestri restauratori, forse ignari del preciso uso nell'arte bizantina di esprimere in questo modo l’estrema luminosità di un volto, hanno omesso le vistose lumeggiature. Se, ad esempio, noi guardiamo direttamente il sole abbiamo una esperienza analoga: vediamo il sole nero e tutto attorno scorgiamo un alone luminosissimo. Maria è immersa in una delicata apatheia che coinvolge pienamente lo spettatore nella contemplazione del Salvatore del mondo. Lo stesso gesto benedicente di Gesù, alla latina, deve essere stato alterato (sempre accettando l'ipotesi di un restauro su una tavola originale), dalla classica benedizione alla greca. Entrambe le figure si stagliano su un fondo oro che appare lumeggiato a modo di damasco. Elementi tutti, questi, che conferiscono all’Icona il tipico aspetto dell’arte romanica.

Maria, Donna vestita di sole, davanti alle immancabili sofferenze ed alle difficoltà di ogni giorno, aiutaci a fissare lo sguardo su Cristo. Aiutaci a non temere di seguirlo sino in fondo, anche quando la croce ci sembra pesare eccessivamente. Facci comprendere che questa sola è la via che conduce alla vetta dell'eterna salvezza. E dal cielo, dove risplendi, Regina e Madre di misericordia, veglia su ciascuno dei tuoi figli. Guidali ad amare, adorare e servire Gesù, il frutto benedetto del tuo seno, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria!
Giovanni Paolo II 15 Agosto 1997



Si ringrazia il prof. Claudio Mannoni per il suo competente e preziosissimo contributo nella realizzazione di questo articolo.

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L'arte dell'Icona
di Carlo Francouc


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Indice testuale
   Akathistos - VI Stanza

    Icona della Santissima Trinità - Copia di Maria Grazia Facchin
   Icona della Santissima Trinità di Sergej Rublev
   Akathistos - V Stanza
   Akathistos - IV Stanza
   Akathistos - III Stanza
   Akathistos - II Stanza
   Akathistos - I Stanza
   La Santa Sofia
   La presentazione di Gesù al Tempio
   Madonna "Sorgente di Vita"
   Icona di Santa Maria di Maniace
   Madonna Greca di Capo Rizzuto
   Kyriotissa (Madonna Regina)
   Madonna delle Vittorie
   La Madonna Eolusa
   Icona dello Sposo
   Icona della Nativita' di Maria
   La Madonna di Versacarro
   La Madonna di Vladimir
   La Madonna della Margana
   L'Icona della Dormizione - Assunzione
   La Madonna dell'Ammiraglio
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