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Akathistos - VI Stanza


Akathistos - VI Stanza
Avendo nell'intimo un uragano di opposti pensieri, il savio Giuseppe


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Commento al testo della VI Stanza

La sesta stanza dell'inno traduce in versi il tormentoso dubbio di Giuseppe che si sviluppa in un continuo crescendo, dalla dimensione umana del sospetto dell'adulterio, fondato sulla constatazione logicamente inspiegabile della maternità di Maria, all'elevazione divina ottenuta dalla Grazia nel cuore di Giuseppe ed avvenuta attraverso l'accettazione della parola di Dio (ètaràkthe).


Avendo nell'intimo un uragano di opposti pensieri
il saggio Giuseppe era turbato:
sapendoti vergine
e ora sospettando un furtivo amore, o immacolata;


"Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto."(Mt 1,18-19) Maria era la promessa sposa di Giuseppe e per la legge ebraica il fidanzamento era già un vicolo legale molto forte. "Quando una fanciulla vergine è fidanzata e un uomo, trovandola in città, giace con lei, condurrete tutti e due alla porta di quella città e li lapiderete a morte: la fanciulla, perché, essendo in città, non ha gridato, e l'uomo perché ha disonorato la donna del suo prossimo. Così estirperai il male in mezzo a te."(Dt 22,23-24). La condanna prevista per Maria e la vergogna che sarebbe ricaduta sulla sua onorabilità fu il pensiero che in un primo momento albergò nel cuore di Giuseppe.
 

ma quando conobbe la concezione da Spirito Santo esclamò
l'Alleluia.

"Giuseppe ebbe molta paura. Si appartò da lei riflettendo che cosa dovesse farne di lei. Giuseppe pensava: 'Se nasconderò il suo errore, mi troverò a combattere con la legge del Signore; la denunzierei ai figli di Israele, ma temo che quello che è in lei provenga da un angelo, e in questo caso mi troverei a avere consegnato a giudizio di morte un sangue innocente. Dunque, che farò di lei? La rimanderò via di nascosto'."(P.V. Giacomo XIV,1). "Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: 'Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati'"(Mt 20-21). "Giuseppe si levò dal sonno, glorificò il Dio di Israele che gli aveva concesso questo privilegio, e la custodì."(P.V. Giacomo XIV,2).
Il messaggio della VI stanza è molto impegnativo: la domanda a cui Giuseppe deve rispondere non è più credere in Dio e nella sua potenza o dubitare. Giuseppe è un uomo giusto ed ha l'Amore di Dio nel suo cuore, egli pur credendo perfettamente nella potenza di Dio, si chiede soltanto: "ma perchè proprio a me?" (cfr. P.V. Giacomo IX,2). Il problema di Giuseppe, come quello di tutta l'umanità, consiste adesso nel capire quanto è disposto a credere nell'Amore di Dio nei suoi confronti. In altre parole, fino a che punto siamo disposti a riporre la nostra fiducia in Dio, malgrado gli eventi e soprattutto quando la nostra logica, in specie se ben esercitata, ci porta da tutt'altra parte? Giuseppe nel porsi questa domanda inizia un grande viaggio dentro se stesso e combatte la più grande battaglia della sua vita, quella che lo renderà grande davanti a tutti gli uomini. Il santo sfida il proprio "io" ed accetta l'immancabile, immensa agonia e tristezza che da questa sfida deriva e che meravigliosamente vedremo illustrata nell'Icona. La Grazia nell'uomo giusto è forte, "perchè nella legge del Signore trova la sua gioia e la sua legge medita giorno e notte"(Sal 1,2), Il Signore lo "coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverà rifugio; la sua fedeltà sarà scudo e corazza"(Sal 91, 4), "costui abiterà in alto, fortezze sulle rocce saranno il suo rifugio, gli sarà dato il pane, avrà l'acqua assicurata".(Is 33,16). La Grazia di Dio vince l'io del santo, così Giuseppe, proprio come Maria offre il suo "Si", egli muore a se stesso per rinascere in Dio. "In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto."(Gv 12,24)
Giuseppe si affida totalmente a Dio, fa spazio nella sua anima alla Parola di Dio e questa lo penetra fino in fondo, fino al midollo delle ossa, estirpando così da lui ogni forma di egoismo. "Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore."(Eb 4,12). Matteo stesso sottolinea l'intento del piano di Dio mettendo in evidenza, nei versi successivi, il richiamo alla profezia di Isaia: "Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù." (Mt 1,22-25).
La piena fiducia di Giuseppe in Dio, che si concretizza nel "Si" del santo apre la via alla Grazia dell'altissimo che permetterà a Giuseppe di giungere alla piena comprensione di quanto accade: "Giuseppe trovò ambedue le cose: e la concezione e la causa di essa, cioè l'opera dello Spirito Santo"(S. Basilio, Omelia in S. Christi generatione). "Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi."(Gv 15,15)






Analisi dell'Icona


La scena della VI stanza è assai complessa e ricca di simboli, l'incontro fra Giuseppe e Maria avviene all'interno: "Quando giunse per lei il sesto mese, ecco che Giuseppe tornò dalle sue costruzioni e, entrato in casa, la trovò incinta. Allora si picchiò il viso, si gettò a terra sul sacco e pianse amaramente, dicendo: 'Con quale faccia guarderò il Signore, Dio mio? Che preghiera innalzerò io per questa ragazza? L'ho infatti ricevuta vergine dal tempio del Signore, e non l'ho custodita.'"( P.V. di Giacomo XIII 1). Giuseppe addolorato e profondamente rattristato si tiene il volto, mentre con la mano sinistra indica il seno di Maria ed in preda alla disperazione il suo animo è in una tempesta di dubbi. Cosa penseranno i figli d'Israele di tale accaduto? Dovrà forse nascondere questo fatto violando la legge del Signore? L'espressione del volto del santo è un vero e proprio capolavoro artistico di espressività. Maria alza le mani mostrando i palmi e si giustifica animosamente ma Giuseppe non riesce ancora a capire e dice: "'A tante parole non si dovrà forse dare risposta? O il loquace dovrà avere ragione? I tuoi sproloqui faranno tacere la gente? Ti farai beffe, senza che alcuno ti svergogni? Tu dici: 'Immacolata è la mia condotta, io sono irreprensibile agli occhi tuoi'"(Gb 11,4). Sia il passo di Giobbe, sia il testo dell'inno fanno ricorso al medesimo termine per indicare lo stato di purezza di Maria "àmempte". Per di più una tradizione della Chiesa, che si fonda sul protovangelo di Giacomo, vuole che lo scriba Annas, venuto in visita presso la casa di Giuseppe, notando lo stato di Maria lo accusi pubblicamente: "E voltatosi, quello vide Maria incinta. Se ne andò allora di corsa dal sacerdote e gli disse: 'Giuseppe, di cui tu sei garante, ha violato gravemente la legge'. Gli rispose il sacerdote: 'Come sarebbe a dire?'. 'La vergine che ha preso dal tempio, è stata contaminata. Ha carpito con frode le sue nozze, e non l'ha fatto sapere ai figli di Israele'"(P.V. Giacomo XV, 2). Ed ancora "Sono diventato il sarcasmo dei miei amici, io che grido a Dio perché mi risponda; sarcasmo, io che sono il giusto, l'integro!"(Gb 12,4). Secondo la tradizione Giuseppe nutriva dubbi sul suo matrimonio con Maria: "Il sacerdote disse allora a Giuseppe: 'Tu sei stato eletto a ricevere in custodia la vergine del Signore'. Ma Giuseppe si oppose, dicendo: 'Ho figli e sono vecchio, mentre lei è una ragazza. Non vorrei diventare oggetto di scherno per i figli di Israele'" (Protovangelo di Giacomo IX, 1-2).
Entrambi i personaggi si trovano inscritti all'interno di due grandi colonne che rimandano a quelle poste da Salomone di fronte al tempio. "Di fronte al tempio eresse due colonne, alte trentacinque cubiti; il capitello sulla cima di ciascuna era di cinque cubiti. (...)Eresse le colonne di fronte all'aula, una a destra e una a sinistra; quella a destra la chiamò Iachin e quella a sinistra Boaz."(2Cr 3,15-17). La funzione di queste colonne e il significato dei loro nomi (Iachin e Boaz) sono incerti. Questi nomi potrebbero derivare dalle prime lettere dei versi scritti su di esse. Secondo questa ipotesi la colonna Iachin significherebbe "il Signore stabilirà il suo trono per sempre". Non a caso la tutta Santa Vergine, Trono di Dio, è posta proprio accanto a questa colonna. La tradizione biblica vuole che il re d’Israele stesse "accanto alla colonna" in occasioni importanti: "Il re, in piedi presso la colonna, concluse l'alleanza davanti al Signore, per seguire il Signore e osservare i suoi comandi, le istruzioni e le leggi con tutto il cuore e con tutta l'anima, per attuare le parole dell'alleanza scritte in quel libro." (2 Re 23,3). Ad ulteriore conferma, la Madonna è dipinta in piedi sullo sgabello di un trono stilizzato.
Giuseppe è posto accanto a Boaz, la colonna di sinistra, il cui significato potrebbe essere "nella forza del Signore il re avrà gioia", ciò a cui pervenne Giuseppe facendo sua la volontà di Dio. La tunica di Giuseppe presenta due stichoi d'oro, segno della sua regalità. Lo sticos, in latino clavus, era un ornamento della tunica o della toga consistente in una lunga striscia normalmente colorata a seconda del rango di appartenenza, latus clavus (senatori), angustus clavus (cavalieri). Nelle vesti medievali era una striscia cucita sopra il tessuto. Nell'iconografia viene di sovente utilizzata nelle rappresentazioni di Cristo re.
La veste di Maria ha lo stesso colore della tunica di Giuseppe, chiaro richiamo alla luce increata di Dio, che copiosa promana dai cuori dei due. Maria ha ai polsi i tipici galloni d'oro indicanti il suo attributo di condottiera, caratteristica comune ai comandanti bizantini.
Sullo sfondo una grande costruzione a tre facciate simboleggiante il Tempio del Signore. L'intero edificio richiama in ogni sua parte i numeri 3 e 4. Il numero 3 simboleggia la Trinità, il 4, fin dalla tradizione antica rappresenta il principio divino. Quattro era il simbolo usato da Pitagora per comunicare ai discepoli l’ineffabile nome di Dio, che per esso significava l’origine di tutto ciò che esiste. Il quattro risulta dalla somma dell'uno al tre, intesa come intima unione dell'Unità alla Trinità: tre sono le facciate dell'edificio, ma uno è l'edificio. Quattro sono le finestrelle poste in alto, ma tre i pallini in esse iscritte, e ciascuna finestrella è caratterizzata dall'unità che si unisce alla trinità. Ancora tre sono le aperture sulla facciata dell'edificio posta in mezzo a Giuseppe e Maria, ma una è la facciata.
Il muro posto alle spalle dei due personaggi segna una demarcazione, insuperabile se non attraverso la porta della facciata di mezzo. Nello schema trinitario questa facciata simboleggia la seconda persona della Trinità. Gesù, la "Via" che conduce a Dio, è raffigurato giustamente fra Giuseppe e Maria; egli è richiamato dall'alta e stretta porta che conduce all'Eterno: "Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo."(Gv 10,9) ed ancora "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me"(Gv 14,6). Quella stretta porta è l'unica via "finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all'uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo."(Ef 4,13), perchè "Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me."(Gv 17,23).
Alla porta campeggia un drappo rosso con un vistoso nodo. Fin dall'antichità il nodo era segno di vita, simbolo di immortalità e dell'amore divino. Nella tradizione esicasta il Komboskini, una lunga catena di nodi, un po' come il rosario cattolico, è uno strumento da sempre utilizzato dai cristiani ortodossi per la preghiera e la devozione personale. Dopo avere completato ogni nodo si recita la preghiera: "Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi misericordia di me". Il colore rosso del drappo è un chiaro richiamo alla passione di Gesù. Le due finestrelle poste in alto, irraggiungibili, richiamano le altre due Persone della Trinità.
Lo sguardo di Maria è basso, sul pavimento, come coloro che si giustificano pieni di vergogna, ma "Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore"(Lc 2,19). Nel cuore di Maria c'è la totalità della fede, e ciò malgrado ogni logica umana sia contro di lei. La fede di Maria è perfetta, e questa sua infinita sovrabbondanza d'Amore le permetterà per l'eternità di infondere nei nostri cuori la fede e l'Amore di Dio. Infatti fissando lo sguardo sulla Madonna, cercando di incontrare lo sguardo dei suoi occhi, sembra di udire le sue parole: "Il mio amore cerca il vostro amore totale e incondizionato che non vi lascerà identici, ma vi cambierà e vi insegnerà la fiducia in mio Figlio. Vi invito nella mia missione, accompagnatemi a cuore aperto e con totale fiducia. La via nella quale vi guido a Dio è difficile, ma perseverate, e alla fine gioiremo tutti in Dio. Perciò, cari figli, non cessate di pregare per il dono della fede. Solo attraverso la fede la Parola di Dio sarà luce in questa tenebra che vi vuole avvolgere. Non temete io sono con voi."







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Salvo Ariano di Salvo Ariano
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