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Elenco delle icone già pubblicate su Regina Mundi

Santa Maria di Maniace | Icone Mariane | Sicilia


Icona di Santa Maria di Maniace
“Beato il grembo che ti ha portato in seno e da cui hai preso il latte”
(Lc. 11, 27)


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La storia

La tradizione popolare vuole che l’Icona della Madonna di Maniace sia stata donata da Giorgio Maniace alla popolazione di un piccolo borgo, che molto probabilmente esisteva già dall’epoca romana. Il noto generale bizantino venne inviato in Sicilia dall'imperatore Michele IV nel 1038, nel tentativo di riconquistare l’isola al trono di Bisanzio. Nel 1040, con al seguito un esercito composto da bizantini, lombardi e normanni, Maniace affrontò in questo luogo le truppe musulmane. Ci fu una battaglia sanguinosissima, tanto che le cronache del tempo narrano che il fiume che scorreva nei pressi si colorò di rosso a causa della grande quantità di sangue versato. La tradizione vuole che a vittoria ottenuta, per rendere grazie alla Madonna, il generale facesse costruire un piccolo cenobio e vi ponesse una icona che secondo la leggenda sarebbe stata scritta da San Luca e che raffigurerebbe il vero volto di Maria.
E’ interessante notare come il grande viaggiatore Al Idrisi (Abū ‘Abd Allāh Muhammad ibn Muhammad ibn ‘Abd Allah ibn Idrīs al-Siqillī), nel 1150, nel compilare il suo “Rujari al kitab”, Il libro di Ruggero, un eccezionale atlante geografico dell’isola, individua questo luogo con il toponimo di Manyag o Ghiran ed-Dequq, cioè "Grotta della Farina", avvalorando il toponimo di Maniace. In epoca normanna, nel 1173, per interessamento della Regina Margherita di Navarra, madre di Guglielmo II, venne eretta sulle rovine di una precedente chiesetta bizantina un'abbazia Benedettina, detta di S. Maria di Maniace. Da qui passarono, in qualità di abati, personaggi illustri, come il letterato francese Guglielmo di Blois e il cardinale Rodrigo Borgia, poi Papa Alessandro IV. Come tutte le chiese dell’epoca, anche questa doveva essere dotata di una Icona mariana. E’ assai poco probabile che sia stata l’icona donata da Giorgio Maniace, sia perché quella attuale non presenta le caratteristiche stilistiche delle opere del periodo, sia perché è poco probabile che un oggetto sacro portato in battaglia come palladio e come presenza del divino fra le truppe sia stato lasciato in un piccolo borgo sottoposto alla più semplice riconquista da parte degli arabi.
Come vedremo, in seguito, nell’XI secolo, il tipo della “Madonna che allatta”, la Galaktotrophusa, è raro in ambito bizantino, come lo sarà anche più avanti in ambito russo. Con quale probabilità possiamo stimare che sia sopravvissuto alla riconquista araba del borgo fortificato? L’ipotesi più accreditata è che l’Icona sia stata portata sul posto dai monaci benedettini che si insediarono nel monastero fatto costruire per loro. Alcuni studiosi sostengono che l’Icona ospitata presso l’abazia sia una copia dell’originale, andato disperso, altri ritengono che sia una copia del dipinto che si venera presso la chiesa di San Blandano a Bronte, già sede dei monaci Basiliani. Qualcuno ancora data l’immagine al XII secolo, epoca in cui l’abazia con relativa chiesa fu eretta, altri invece la fanno risalire al XIII secolo.



L'Icona e la sua lettura

Intorno al XII secolo, in Sicilia si formò una vera e propria scuola iconografica di matrice bizantina, si pensi alla grande quantità di opere musive realizzate fra il 1174 ed il 1189 fra Monreale e Palermo, o nel 1146 a Cefalù. Per tutta la seconda metà del XII secolo lo stile bizantino, ormai trapiantatosi in Sicilia, fu sottoposto ad una radicale trasformazione, il cui primo passo fu la formazione del cosiddetto stile “Maniera Bizantina”, che raggiunse la sua piena maturità intorno al XIII secolo. Gli scritti cistercensi, specialmente quelli di San Bernardo, di Riccardo di S. Vittore ed altri, influenzarono moltissimo la visione della Theotokos, sia nei ceti popolari, sia in quelli alti, celebrandone la dolcezza e la tenerezza. San Bernardo (1090-1153) da vero innamorato di Maria, nelle sue omelie fa spesso riferimento alla metafora della Vergine come canale della grazia divina, arrivando al punto di sottolineare la pienezza dei seni di Maria, pronti ad elargire i frutti della speranza ai devoti che li richiedessero. San Bernardo pone anche in evidenza che Cristo è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini (cfr. 1Tim 2,5), perché egli è al contempo Dio e Uomo; ma contestualmente enuncia la mediazione di Maria, fondata sul fatto che essa ha dato al mondo in Gesù la sorgente di ogni grazia. “Noi abbiamo bisogno di un ulteriore mediatore per giungere a ‘Cristo mediatore’, e non possiamo trovarne uno migliore di Maria. Perché l’umana fragilità temerebbe di avvicinarsi a Maria? In lei non c’è niente di duro, niente di terribile, ella è tutta soavità, ed offre a tutti il latte e la lana. A tutti apre il seno della misericordia, affinchè tutti ricevano la sua pienezza”.(San Bernardo)
Il modello della Galaktotrophusa era ben noto in ambiente Copto, ma risulta abbastanza raro in ambito bizantino, occorrerà infatti attendere fino alla fine del IV secolo per riscontrarne i primi esempi (Medinet el-Fajum). Successivamente il modello si evolse nella Madonna in trono che allatta, affiancata dagli apostoli.
Ciò non di meno le rappresentazioni di “Maria che allatta” rimasero, nel mondo bizantino, assai rare fino al XIII secolo, quando una grande messe di opere di questo genere apparve prima nell’Italia Meridionale, poi nell’Europa Occidentale. Gli insegnamenti di San Bernardo erano penetrati fino nel cuore degli artisti occidentali, formando una visione tanto artistica quanto teologale della natura ipostatica di Cristo, più improntata alla dolcezza ed all’amore, che alla mera perfezione delle forme intesa nella sublimazione dei valori spirituali ed il tipo della Galaktotrophusa non poteva che esserne la conseguenza. Nel XVI secolo questo modulo iconografico sparì dai cartonage degli artisti, per lasciare definitivamente il posto alla “Madonna Sorgente di Vita”, che in qualche modo ne ricalca il contenuto semantico.
Ad una prima analisi balzano all’evidenza le scritte liturgiche ridotte a sigle ed inscritte in cerchi. Nelle icone più antiche, queste figurano per esteso direttamente sullo sfondo aureo o sui nimbi. Nelle tradizione bizantina il nimbo di Gesù viene rappresentato con la croce greca iscritta, modulo non osservato in questa icona. Non appaiono scritte liturgiche in corrispondenza di Gesù, forse per il desiderio dell’iconografo di voler ritornare alla più antica tradizione pre-iconoclasta di non aggiungere tali iscrizioni solo per il Cristo, in quanto questo non aveva bisogno di alcuna identificazione (cfr. Icon and word: Karen Boston, “The power of inscriptiones and the troubles with text”, in “The power of images in Byzantium”). Tale gesto fuori dal consueto richiede però una certa liberta d’azione dell’artista, possibile alla corte normanna. Già solo queste constatazioni ci impongono di attribuire senza alcun dubbio l’opera ad un artista locale. Sappiamo che le scritte liturgiche, inscritte nei cerchi, divengono frequenti a partire dal XIV secolo (si veda lo studio fatto sulla Madonna delle Vittorie).

Icona della Madonna di Maniace - Schema geometrico

Osservando attentamente il viso di Maria, si può facilmente riconoscere che non vengono rispettate le proporzioni classiche del modulo della lunghezza di un naso, schema importato in Europa intorno al XIII secolo, come prova un manoscritto ancora presente nella biblioteca di Stato di Amburgo. Il capo di Maria è semplicemente iscritto in un cerchio concentrico a quello del nimbo e viene rappresentato non più in planimetria “perfetta” ma con un abbozzo di profondità, l’iconografo cioè sta cercando di attribuire un volume al volto della Vergine, cosa abbastanza innovativa per gli schemi bizantini. I colpi di luce assai forti che caratterizzano il viso della Vergine ed ancora di più quello di Gesù e che contrastano con zone d’ombra assai più marcate si muovono anch'essi nella direzione di voler evidenziare il carattere umano e materiale dei personaggi rappresentati. Nel periodo bizantino, che affonda le sue origini nella tradizione neoplatonica, si fa un uso della luce in qualche modo duale: “La realtà, in tutte le sue dimensioni, è penetrata dalla luce; per suo mezzo gli esseri ricevono bellezza e bontà. (…) Senza di essa la materia è tenebrosa. (..) In Plotino la luce riveste un significato religioso: essa sola permette di sfuggire alla condizione umana, al mondo della materia: ‘Tu sei, totalmente, la luce vera’”(Egon Sedler, L’Icona immagine dell’invisibile). In altre parole, si stanno compiendo i primi passi verso quella che sarà la pittura tipica dell’Occidente volta a rappresentare l’aspetto più umano del Figlio dell’uomo. In un primo momento, in questa Icona, per significare la reale natura umana, oltre che divina di Gesù, successivamente, con la perdita degli altri canoni e dello sfondo in oro, per rappresentare l’aspetto oggettivo-storico delle figure sacre a discapito di quello simbolico-spirituale. La tendenza al nuovo stile è però soltanto agli inizi, perché nel complesso esiste un equilibrato rapporto fra le proporzioni. La tavola si presenta infatti con un modulo 3x2, l’asse del naso di Maria forma ancora, come di regola nella rappresentazione planimetrica, un angolo retto con quello degli occhi, la disposizione del capo della Vergine è perfettamente in asse con il centro dell’Icona. Il fondo è realizzato in oro senza alcuna decorazione tipica dei periodi successivi. L’oro dello sfondo annulla la prospettiva ed elimina l’ambientazione. Il riflesso dell’oro è luce increata che emerge spontanea dall’icona e copiosa si riversa sul fedele che la contempla. I Personaggi raffigurati esistono in uno scenario che ha solo Maria e Gesù come riferimento, non esiste più il tempo! In contrapposizione con l’inizio dell’economia della Redenzione: “L’essere immateriale e incorporeo, la sempiterna Luce che ha la sua esistenza dalla Luce incorporea prima del tempo, prende corpo dalla Madre di Dio ed esce come uno sposo dal talamo, restando Dio diviene figlio di questa terra” (San Giovanni Damasceno), in questa Icona ne viene rappresentato il punto di partenza.
I panneggi del mophorion (mantello) sono condotti con pieghe profondamente segnate, si veda con quale mirabile ed armoniosa maestria è reso il panneggio delle Vesti di Maria che, lumeggiato alla bizantina, è irrobustito da un potente chiaroscuro. La scelta di colori brillanti, soprattutto il rosso e il blu, e l’attenzione per gli elementi decorativi, sono senz’altro delle caratteristiche assai innovative per il periodo bizantino, ma che diventeranno la regola nel periodo successivo: il gotico. Tuttavia la tunica blu, sotto il mophorion, cade liscia come una pesante coltre evocando l’idea di un corpo etereo, tipico del periodo Bizantino. L’attenta ricerca dei particolari rivela una chiara tendenza verso l'evoluzione di un nuovo stile pittorico: il velo che copre il capo di Maria, eccezionalmente reso sia nelle trasparenze, sia nelle ombreggiature del plissé o il nastro che lega i vestiti della Madonna, come la tendenza alla continua modellazione arrotondata delle figure e della loro gestualità, o la tensione con cui il Bambino succhia il latte della Madre mentre amorosamente la contempla. Si delineano i contorni di un’arte più adeguata alle esigenze celebrative ed auliche delle nuove monarchie nordiche. Altri elementi ci portano ancora alla più autentica tradizione bizantina, il più importante è forse l’occhio destro posto esattamente in asse sulla linea di mezzo della tavola, nel punto di maggior visibilità, in modo da richiamare l’attenzione dell’osservatore. Maria non è del tutto immersa nella sua tipica apatheia, se la si contempla con attenzione sembra quasi abbozzare un sorriso, sembra voler dire: “Io come Madre desidero indicarvi ciò che è più importante: la vostra anima. Può nascere in essa mio Figlio? E’ purificata con l’amore dalla menzogna, dalla superbia, dall’odio e dalla malvagità? La vostra anima ama al di sopra di tutto Dio come Padre e il fratello in Cristo? Io vi indico la strada che innalzerà la vostra anima all’unione completa con mio Figlio. Desidero che mio Figlio nasca in voi.”. Il collo di Maria è gonfio per simboleggiare la pienezza dello spirito, mente la sua mano destra sembra accarezzare il mantello regale di Gesù. L’abbraccio con cui la Theothokos sostiene il Bambino ci presenta il corpo di Gesù come se fosse del tutto senza peso. Gesù appare come se fluttuasse senza peso nell’aria, mentre con la gamba sinistra accenna un movimento giocoso e con la mano destra si sostiene al velo della Madre: il tenerissimo gesto compiuto da tutti i lattanti.
Il volto di Gesù appare più scuro di quello della Madonna, quasi come se fosse nero: si tratta di una nota tecnica di illuminazione bizantina che rappresenta in questo modo le superfici estremamente luminose. Se, ad esempio, noi guardiamo direttamente il sole abbiamo una esperienza analoga: vediamo il sole nero e tutto attorno scorgiamo un alone luminosissimo. In questo modo il Santo Volto di Gesù diviene la più forte e principale sorgente di luce dell’Icona. Nell’iconografia bizantina soltanto i servitori venivano rappresentati con delle vesti corte, in modo che le parti lasciate scoperte indicassero l’appartenenza al padrone di casa (si veda l’Icona della Natività). Gesù offre così a tutta l’umanità i suoi piedi per raggiungere tutti, ma soprattutto il suo cuore, che trafitto lascerà scorrere acqua e sangue (cfr. Gv. 19,34) come sorgente di Misericordia per l’intera umanità. “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; chi vuol essere grande fra di voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”(Mc. 10,42-45). Nella nostra icona, cosa frequente nell’arte siciliana, le parti esposte si presentano velate, il costato è infatti ricoperto da una tunichetta intima trasparente, il che rafforza ulteriormente l'ipotesi di attribuire l'esecuzione dell’opera almeno verso la fine del Duecento.

Sia nel testo biblico, sia nella tradizione, il latte si trasfigura in simbolo: incarna, col miele, la rappresentazione della fecondità, della libertà, del benessere, dell’amore e della speranza, come è attestato da quella celebre formula stereotipata applicata alla terra promessa: "terra ove scorre latte e miele", formula che risuona nell'Antico Testamento almeno una ventina di volte. I Padri della Chiesa e i testi liturgici alludono molte volte all'allattamento di Gesù, sia per sottolineare la "condiscendenza misericordiosa" del nostro Dio (sunkatàbasis), sia per mettere in rilievo l'onore toccato alla Madre. Un inno bizantino così si esprime: “In che modo può ricevere un inizio colui che è anteriore ai secoli e come può venire allattato colui che con bontà nutre ogni vivente?” Nel III secolo San Cipriano da Cartagine dirà: “La Chiesa estende i suoi rami in tutta la terra con esuberante fecondità e si espande su vaste regioni. Uno solo però è il principio, una sola la sorgente e una sola la madre feconda e ricca di figli. Nasciamo nel suo grembo, ci nutriamo del suo latte, siamo animati dal suo Spirito. Chi abbandona la Chiesa non raggiungerà mai Cristo, divenendo un forestiero, un profano, un nemico. Non può avere Dio come padre chi non ha la Chiesa come madre.”
Maria rappresenta pienamente la Chiesa come abbiamo visto nell’articolo relativo alla “Icona dello Sposo”.
In vari modi, i testi tradizionali ripetono questo paradosso: colui che nutre tutte le cose, Maria compresa, ora si lascia nutrire da lei. La Vergine Maria, che allatta il Figlio Gesù, è uno dei segni più eloquenti che il Verbo di Dio si è fatto carne per davvero, senza alcuno sconto. Non stupisce quindi l’amplissima diffusione che ebbe il tema iconografico della “Madonna del latte”, che va ben oltre le rotte commerciali dei crociati di ritorno dalla Terra Santa, come vorrebbero far credere in modo artificioso certi storici. In sostanza Maria sparge con abbondanza le sue grazie sui devoti. Nell'apparente semplicità di un gesto quotidiano, la Vergine del Latte sembra accomunare le aspirazioni della gente qualunque e la ricerca degli intellettuali, l'allegoria e il senso letterale, l'arte di Tiziano e le prove rustiche di anonimi pittori, l'eloquenza di sant'Agostino e le ninne nanne popolari: « Pane non ho / ma latte ti do ». La lettura dell’Icona deve essere fatta anche sul piano umano, considerando la maternità con tutte le sue gioie ed i suoi drammi: “Chi non è madre, difficilmente può cogliere la piena di sentimenti che una madre cristiana prova davanti ad un’immagine della Vergine Madre che stringe il Figlio di Dio fatto bambino; c’è come un’intesa totale, protagoniste come sono, l’una e l’altra, di un unico evento: il mistero della vita. E a chi ricorrere, se non a Lei, quando il proprio seno minaccia di avvizzirsi e non solo si è privati della gioia di porgerlo al proprio bambino e di vedere che di esso si appaga e si nutre, ma si è costretti ad assistere impotenti alla propria creatura che piange e deperisce, senza poterla nutrire e consolare?” (Domenico Marcucci, Madre di Dio n.8-9 Agosto-settembre 2008). La tradizione vuole che in una delle tante grotte poste sotto la basilica della Natività di Betlemme la Vergine si sia rifugiata durante la strage degli innocenti per allattare il Bambino. Una goccia di latte sarebbe caduta su una parete, rendendola particolarmente bianca. Durante tutto il medioevo pezzetti di tale roccia venivano asportati dai pellegrini (non solo cristiani, ma anche ebrei e musulmani) e, ridotti in polvere, venivano disciolti in acqua e assunti dalle donne in difficoltà per il latte. Si possono quindi su questa base e senza la minima ombra di dubbio smontare le tesi di tutti coloro che forzatamente e per altri fini intendono identificare nella “Madonna che allatta” la figura di Iside che allatta Horus, soltanto perché nella tradizione egizia la dea è spesso rappresentata in questo modo. Le esigenze dell’uomo di allora erano le stesse di quelle di oggi. Dopo aver contemplato la dolcezza di questa Immagine ed aver aperto il proprio cuore all’Amore della più Grande di tutte le madri questi sentimenti si imprimono fissi nella memoria, oltre che nel cuore di chi la contempla, rendendo questa come tutte le altre Galaktotrophuse opere dello Spirito uniche.


 


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