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Il Santo Mandylion

Mandilyon di Edessa


Il racconto che segue è stato tratto dal “sinassario del Mandylion” che data intorno all'anno 1000. Nella liturgia bizantina un sinassario è una specie di notizia più o meno storica, che informa sul contenuto e l’oggetto di una festa.

Abgar era toparco, cioè governante, re, di Edessa (l’odierna Urfa, in Turchia) e soffriva insieme di lebbra e di gotta. Aveva provato invano ogni medico e medicina. Venne a sapere dei miracoli che Gesù operava a Gerusalemme in mezzo alla ingratitudine dei giudei. Allora, nei giorni della passione, egli chiamò a sè un certo Anania (o Hanna), suo segretario e ottimo ritrattista, e gli affidò un doppio incarico: consegnare una lettera a Gesù e farne un ritratto il più fedele possibile.
Il testo della lettera era:

Abgar, toparco della città di Edessa, a Gesù Cristo eccellente medico apparso a Gerusalemme, salve!
Ho sentito parlare di te e delle guarigioni che operi senza medicamenti. Raccontano infatti che fai vedere i cechi, camminare gli zoppi, che mondi i lebbrosi, scacci i demoni e gli spiriti impuri, risani gli oppressi da lunghe malattie e resusciti i morti. Avendo udito di te tutto questo mi è venuta la convinzione di due cose: o che sei figlio di quel Dio che opera queste cose, o che tu sei Dio stesso. Perciò ti ho scritto pregandoti di venire da me e di risanarmi dal morbo che mi affligge e di stabilirti presso di me. Perché ho udito che i giudei mormorano contro di te e ti vogliono fare del male. La mia città è molto piccola, è vero, ma onorabile e basterà a tutti e due per vivere in pace.

Anania va a Gerusalemme, consegna la lettera e prova ad eseguire il ritratto richiestogli, ma non vi riesce perché “il viso del Cristo emana uno splendore troppo intenso per essere dipinto”. Gesù, comprendendo le sue difficoltà, chiede dell’acqua per lavarsi ed un asciugamano: su di esso imprime l’immagine del suo volto che consegna ad Anania, insieme ad una missiva di risposta ad Abgar:

Hai creduto in me, sebbene tu non mi abbia visto. Di me, infatti, sta scritto che chi mi vedrà non crederà in me, affinché coloro che non mi vedranno credano in me e vivano. Quanto all’invito che mi hai fatto di venire da te, ti rispondo che bisogna che io adempia qui tutta intera la mia missione, e che dopo il suo compimento io torni da Colui che mi ha mandato. Quando sarò asceso presso di lui, ti manderò uno dei miei discepoli, di nome Taddeo, a guarirti dal male ed offrire la vita eterna e la pace a te ed ai tuoi, e fare per la città quanto necessario per difenderla dai nemici.

Prima di dare la lettera ad Anania, Cristo appone in calce alla lettera sette sigilli recanti lettere in lingua ebraica, il cui significato è, sempre secondo il sinassario, “meravigliosa vista di Dio”. Abgar accoglie con grandi onori e profonda venerazione lettera e ritratto e subito guarisce dai suoi mali, ad eccezione di qualche punto di lebbra sul volto.
Dopo l’Ascensione arriva a Edessa l’apostolo Taddeo, come promesso e immediatamente porta Abgar e la sua famiglia alla fonte battesimale. Abgar, dopo l’immersione, esce completamente guarito e pieno di fervore per la nuova religione: fa fissare l’immagine di Gesù sopra una tavola ornata d’oro che viene collocata al centro della città, in una nicchia da cui viene tolta una statua pagana in precedenza molto venerata, ed esposta al culto con la scritta “Cristo Dio, chi in te spera non si perderà”. Lì l’immagine rimane sotto il regno di Abgar e del suo figlio.
Ma il nipote, prosegue il sinassario, ritorna al paganesimo e decide di distruggere la preziosa reliquia. Avvertito in sogno da un angelo, il vescovo della città, per salvare il Mandylion, lo fa murare di nascosto nella nicchia occultandola con una ceramica e accendendo davanti ad essa una piccola lampada.
La sacra immagine viene così dimenticata per secoli, fino a quando Cosroe, re di Persia, dopo aver saccheggiato tutte le città dell’Asia, cinge d’assedio Edessa. La città sta per essere conquistata quando una rivelazione manifesta ad Eulavio, vescovo della città, l’esistenza della reliquia. Scavato il muro, appare l’immagine: la lampada è ancora accesa e ha contribuito ad imprimere l’immagine di Cristo anche sulla ceramica che la nasconde. Estratta la reliquia, viene organizzata una processione sulle mura della città e miracolosamente tutto l’apparato militare dei Persiani si incendia cosicchè essi devono togliere l’assedio e fuggire subendo una grave disfatta.
Poiché tutte le cose più belle affluivano verso la città imperiale, prosegue il sinassario, era anche volere divino che quella santa ed ineffabile icona venisse a far parte del suo tesoro: molti imperatori bizantini tentano di entrare in possesso della reliquia di Edessa, che, nel frattempo, è caduta in mano saracena. Finalmente l’imperatore Romano I Lecapeno, dopo lunghe trattative, riuscì ad ottenerla a caro prezzo: il pagamento di dodicimila denari d’argento, la liberazione di duecento prigionieri saraceni e la promessa dell’esercito imperiale di astenersi dal mettere piede in Edessa e nei suoi possedimenti. Saputo dell’accordo, la comunità cristiana di Edessa si ribella ma deve cedere alle ragioni di Stato e la reliquia, insieme alla lettera autografa di Gesù al re Abgar, viene portata, dopo alcune soste, a Costantinopoli, in un corteo in cui prendono posto, tra i molti dignitari, anche i vescovi di Samosata e di Edessa. Strada facendo si operano prodigi: arrivato il corteo al rione degli Optimati nella chiesa della Theotòkos detta “di Eusebio”, viene acclamato da grandi folle e molti ammalati vengono guariti, tra cui un indemoniato che appena vede la reliquia si mette a gridare “Ricevi, o Costantinopoli, gloria, onore e letizia; e tu, o Porfirogenito, il tuo impero”. Secondo il sinassario, il 15 agosto dell’anno della creazione 6452, che corrisponde all’anno 944, il corteo arriva al santuario della Theotòkos di Blacherne, ove la reliquia viene esposta ai fedeli e venerata dalla famiglia imperiale, che si trovava già nel santuario per festeggiare l’Assunta, dalla nobiltà e da tutto il popolo.



L’indomani, 16 agosto, la sacra immagine viene portata a spalle in una grande processione, guidata dal patriarca Teofilatto, dai giovani Imperatori, essendo il padre trattenuto a letto da grave malattia, e accompagnata da tutto il senato e dal clero e, al canto di inni e in mezzo a miriadi di lampade e di luci, il corteo, entrato attraverso la Porta d’oro, percorre tutta la città e arriva alla grande chiesa di Santa Sofia. Qui il Mandylion viene esposto alla venerazione pubblica, poi la processione riprende, passa attraverso il palazzo imperiale e arriva alla chiesa della Theotòkos detta “del Faro”, dove la reliquia viene collocata definitivamente.



San Giovanni Damasceno fa nel suo lavoro esplicita menzione dell'immagine acheropita (cioè "non dipinta da mani d'uomo"), ricordando tuttavia la tradizione secondo cui Abgar, richiesta un'immagine di Gesù, ottenne un tessuto sul quale Gesù avrebbe impresso miracolosamente la propria immagine. Il tessuto è descritto come oblungo, e non quadrato, come affermano invece altre tradizioni, senza che si parli di alcun ripiegamento del tessuto stesso.

Egeria, pellegrina a Edessa nel 384, riferisce che il vescovo della città, nel farle visitare i luoghi notevoli, la condusse alla Porta dei Bastioni dalla quale era entrato Hanna recando la lettera di Gesù; però il resoconto di quanto ha visto non fa cenno all'immagine.

La prima notizia ritenuta attendibile della presenza del mandylion a Edessa è della metà del VI secolo. Nel 544 la città fu assediata dai Sasanidi guidati dal re Cosroe I Anushirvan: secondo Evagrio Scolastico (594), la città fu liberata dall'assedio grazie all'immagine sacra.

Anche un inno siriaco coevo considera l'esistenza di quell'immagine miracolosa già nota ed acquisita. Secondo la tradizione, il telo con l'immagine acheropita di Cristo era stato rinvenuto in una nicchia dentro un muro sovrastante una porta della città. Alcuni danno credito a questa tradizione ritenendo che il mandylion fosse stato nascosto secoli prima a causa delle persecuzioni e poi dimenticato; il ritrovamento potrebbe essere avvenuto durante i lavori di ricostruzione seguiti alla catastrofica inondazione del Daisan, il corso d'acqua che attraversa Edessa, avvenuta nel 525. La notizia di questa inondazione è riportata da un autore dell'epoca, Procopio di Cesarea.

Di poco precedente al sinassario, o addirittura ad esso contemporanea, è l’omelia che Gregorio, referendario della chiesa di Santa Sofia in Costantinopoli, tiene davanti all’immagine Acheropita, riportata nel Codice Vat. gr. 511, scoperto qualche anno fa dal prof. Zaninotto. Ciò che vi si sottolinea è la sua differenza da una immagine dipinta: “Lo splendore… è stato impresso dalle sole gocce di sudore dell’agonia, sgorgate dal volto che è origine di vita, stillate giù come gocce di sangue, e dal dito di Dio. Queste sono veramente le bellezze che hanno prodotto la colorazione dell’impronta di Cristo, la quale è stata ulteriormente abbellita dalle gocce di sangue sgorgate dal suo stesso fianco. Ambedue sono piene di insegnamenti: sangue ed acqua là, sudore ed immagine qui”.

Anche il sinassario stesso non presenta assolutamente un testo univoco. A parte una versione più breve, databile intorno al 1150, già nell’XI secolo circolano numerose varianti della storia in esso riportata. Le due versioni alternative più importanti narrano che Cristo impresse il suo ritratto sulla tela quando si asciugò il volto dopo il battesimo o che Cristo impresse il suo ritratto sul Mandylion quando si asciugò il volto dopo la sudorazione di sangue, osservata da S. Luca, durante l’agonia del Getsemani.

Infine, l’ultimo testo rilevante riguardo al Mandilyon è uno dei più fondamentali resoconti crociati, quel La conquëte de Constantinople  del cavaliere piccardo Robert de Clary che, nel 1204, partecipò alla conquista ed al relativo saccheggio della capitale imperiale da parte dei partecipanti alla quarta crociata (cioè al momento a partire dal quale il Mandilyon sparì dalla storia) e la descrisse con ricchezza di particolari.

Dal 1204 non si sa più nulla di preciso sul Mandilyon, attualmente ci sono tre città in Italia che ne rivendicano il possesso: Genova,  Manoppello e Roma.


L'immagine di Genova è conservata nella piccola chiesa di San Bartolomeo degli Armeni. Il Mandilyon arrivato in città nel tardo Trecento come dono dell'imperatore bizantino Giovanni V Paleologo al capitano e poi Doge genovese Leonardo Montaldo, venne destinato da questi, prima di morire, al monastero di San Bartolomeo degli Armeni. Le vicende del Mandilyon sono narrate sulle formelle della splendida cornice paleologa che la racchiude.
Studi condotti nel 1969 da Colette Dufour Bozzo hanno datato in effetti la cornice al XIV secolo, mentre l'immagine risalirebbe a un'epoca alquanto precedente. Potrebbe quindi trattarsi, se non dell'originale, di una copia diretta.


Il Mandilyon di Genova


L'immagine di Roma fu esposta nella chiesa di San Silvestro nel 1870 ed è ora conservata nella Cappella di Matilda in Vaticano. Di foggia barocca, fu donata da suor Dionora Chiarucci nel 1623. La più antica notizia che la riguardi risale al 1517. All'epoca ne sarebbe stata vietata l'esposizione per evitare incongrue competizioni con la cosiddetta Veronica. Recentemente è stata esposta in mostre internazionali: all'Expo 2000 in Germania nel padiglione della Santa Sede, e nel 2008 negli Stati Uniti.

L'immagine di Manoppello
Secondo gli studiosi del Santo Volto di Manoppello, nell'VIII secolo l'immagine era conservata a Costantinopoli dall'imperatore, ma poi fu fatta pervenire da mani ignote a papa Giovanni VII a Roma, circa venti anni prima che nell’impero bizantino scoppiasse una persecuzione contro le immagini sacre (iconoclastia). Della S.S. Figura, descritta nel VII secolo dal poeta di corte dell’imperatore Eraclio, Giorgio Pisides, come l’immagine della scrittura non scritta che non fu delineata da mani umane, ma che fu fatta dal logos secondo la sua arte - generato senza seme dell’uomo - dal logos che forma l’universo…; e citata da Dante nel XIV secolo come l'immagine benedetta, la quale Jesù Cristo lasciò a noi per esempio de la sua bellissima figura" (Dante, Vita Nova XL,1). Dopo la messa al riparo del Sacro Volto, allora, si decise di sostituirla per le ostensioni con altre figure sacre, considerate anch’esse acheropite, in quanto le stesse erano state attinte dal prototipo e quindi erano ritenute della stessa sostanza divina. Il Sacro Mandylion nel medioevo era chiamato "Veronica" (voce coniata dal latino Vera "vera" e dal greco Eikon "immagine" Vera Immagine). Probabilmente il Mandilyon portato a Roma, venne spostato a  Manoppello e quindi assunse, tra gli anni 1492 e 1506, per essere protetto, ancora un'altra denominazione. Questa deduzione è dovuta al fatto che il Volto Santo, proprio a partire dal 1506, era già noto nella cittadina abruzzese. Poiché la Veronica veniva sempre fatta contemplare ai pellegrini da lontano (infatti solo il Vicario di Cristo e i canonici vaticani potevano avere un contatto ravvicinato con essa), forse uno dei papi del periodo, poichè aveva ritenuto che la reliquia non fosse più al sicuro in San Pietro, decise di affidarla di nascosto a mani sicure e farla così pervenire a Manoppello, dopo averla sostituita con una copia, della quale nessuno dei fedeli, appunto perché la vedeva da molto distante, si sarebbe mai accorto.

volto santo di Manoppello
Il santo volto di Manoppello



Per finire vogliamo mettere a confronto le tre immagini del volto di Gesù.


Da sinistra verso destra, il Mandilyon di Genova, quello di Roma, la Veronica di Manoppello


Il Volto Santo di Gesù è celebrato nella Chiesa Cattolica il 16 Agosto, per via delle origini bizantine della celebrazione: il 16 agosto 944, a Costantinopoli si celebrò per la prima volta la festa della traslazione del Santo Volto, allorché, secondo le cronache, venne portata in processione nella capitale imperiale una reliquia di inestimabile valore, il cosiddetto Mandylion.
 
 

Il reliquiario del Mandilyon di Roma





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