Tradizionalmente si assume che questa
icona sia stata dipinta direttamente dall'evangelista Luca. Nel IX sec. l'icona era di proprietà di una vedova che viveva a Nicea, città dell'Asia minore,
attualmente scomparsa, ma all'epoca molto famosa perché sede del noto concilio;
ove fu composto il Credo di Nicea. Durante il regno dell'imperatore
iconoclasta bizantino Teofilo i soldati irruppero nella casa della vedova,
dove in una piccola cappella l'icona della Madre di Dio occupava il posto
d'onore. L'ordine degli armati era quello di sequestrare e distruggere tutte le
immagini sacre trovate sia presso le case dei sudditi, quanto presso i luoghi
sacri. In segno di disprezzo, uno dei soldati sfregiò l'icona con la sua spada e subito del sangue
cominciò a sgorgare dalle guance della Vergine, proprio nel punto ove la spada aveva
colpito.
Sconvolto da questo miracolo, il soldato rinunciò subito all'eresia iconoclasta e
profondamente pentito entrò
immediatamente in un monastero. Su consiglio dello stesso soldato la
vedova nascose l'Icona in modo da preservarla dalla follia devastatrice che
imperversava in quel periodo. Nessun posto però pareva sicuro alla donna e dopo
aver lungamente pregato di fronte all'Icona, per chiedere consiglio alla Vergine
sul da farsi, la vedova decise di consegnare il capolavoro alle onde del mare.
Nottetempo si recò sulla spiaggia, fece scendere in mare una piccola imbarcazione
e vi adagiò sopra l'icona. Con sua
immensa meraviglia e sorpresa, la barca cominciò lentamente a muoversi, come se a
bordo vi fosse un valente rematore e lentamente iniziò la sua navigazione dirigendosi verso
occidente.
La notizia della sottrazione dell'Icona giunse però alle orecchie dei soldati
imperiali, cosa che costrinse il figlio della vedova a fuggire dalla persecuzione iconoclasta, scappando sul
monte Athos, ove come monaco condusse una vita santa fino alla fine dei
suoi giorni. Nel convento il giovane raccontò di come sua madre avesse
consegnato l'icona ai flutti e di come quest'ultima si fosse pian piano
allontanata verso occidente. Questo racconto si tramandò nei secoli da una
generazione di monaci all'altra.
Molti anni dopo, intorno al 1004, questa icona apparve vicino al monastero di Iveron, "su un
pilastro di fuoco" come la tradizione Athonita racconta. In quel tempo, il santo
monaco Gabriele era uno dei frati del monastero di Iveron. La Madonna
apparve in sogno al monaco chiedendogli di riunire l'abate e tutti i fratelli per
riferire loro che era suo desiderio che l'Icona fosse recuperata dal mare e che
proprio quell'icona sarebbe stata per loro, origine di Grazia e di salvezza.
Dopo molto scetticismo, finalmente i monaci discesero sulla spiaggia e videro la colonna di luce su cui
poggiava la sacra icona. Provarono ad avvicinarsi ma, man mano che tentavano di
recuperarla, l'icona si allontanava nuovamente verso il mare. La santa Vergine
apparve allora di nuovo in sogno a Gabriele dicendogli: "Entra nel mare, cammina
sulle onde con fede, e testimonia al mondo intero il mio amore e la mia
misericordia verso il monastero". La Vergine aggiunse poi a Gabriele, di
prendere l'icona con se, fra le sue mani e portarla a riva.
Obbediente alle parole della Theotokos, Gabrielle "camminò sulle acque come se
fosse stata terra asciutta" - racconta la cronaca del tempo - prese l'icona e la portò indietro con se fino alla
spiaggia. L'icona fu subito portata in processione nel monastero e deposta sull'altare.
Durante la notte, però la tavola sparì dal santuario. Grande fu il dolore dei
fratelli nel non trovarla più la mattina successiva. Iniziarono allora
febbricitanti ricerche per tutto il monastero, fintanto che, fra la meraviglia
di tutti, l'Icona fu ritrovata appesa ad una parete,
di fianco alla porta del monastero.
I monaci credettero alla burloneria di qualche confratello e si disposero a fare
indagini in modo da poter individuare il colpevole. L'icona fu intanto portata
dentro il monastero sopra l'altare principale. Il giorno successivo si
ripete lo stesso fenomeno: l'icona fu ritrovata di nuovo alla porta del monastero. Questo
fatto si ripete ancora diverse volte, malgrado fosse stata presa ogni misura di
sicurezza opportuna. Dopo diverse scomparse e ritrovamenti, la Santa Vergine apparve
finalmente in sogno a
Gabriele, dicendo: "Annuncia ai tuoi fratelli, che da questo giorno in poi non
devono più spostare la mia Icona. Perchè io non desidero che la mia Icona sia
protetta da voi, ma piuttosto che essa vi protegga sia in questa vita, sia
nella vita che deve venire. Fin tanto che voi vedrete la mia Icona nel
monastero, la Grazia e la misericordia di mio Figlio non vi abbandoneranno mai!".
Finalmente i monaci misero la testa a partito e decisero di seguire la volontà
della Madre di Dio, costruirono così una chiesetta
proprio vicino la porta del monastero, ove posero l'Icona e dove si trova ancora
fino a giorni d'oggi.
L'Icona fu chiamata Icona della Madre di Dio di Iveron, ma anche per via della sua
collocazione, la "Portaitissa" o la "Portiera".
La protezione della santa Vergine fu evidente non solo dai molti miracoli per i
quali intercedette, ma anche dalla totale immunità del monastero dagli attacchi di pirati
e saraceni molto frequenti all'epoca.
La fama di questa Icona e dei suoi tanti miracoli raggiunse anche la Russia attraverso i pellegrini
che con fede visitavano il monte Athos.
Nel XVII secolo il patriarca di Mosca Nikon, chiese al monastero di spedirgli
una copia dell'immagine. La santa Immagine giunta in Russia divenne ben presto una copiosa sorgente di
miracoli, al punto da richiedere la costruzione di una cappella speciale vicino le mura del Kremlino. Grande fu la devozione del popolo russo verso
l'Icona in specie
al tempo della rivoluzione del 1917.
La cappella fu distrutta dai bolscevichi e della sorte dell'icona non se ne
seppe più nulla.
È una delle più antiche immagini della Madre di Dio, si pensa che sia forse la
prima Odighitria (colei che indica la via), "scritta" dal primo iconografo della
storia: San Luca evangelista. Il Bambino è sostenuto dalla mano sinistra della
Vergine, mentre la mano destra indica il Figlio, invitando alla sua adorazione.
La prospettiva della Madre di Dio è
rappresentata in 3/4 con la testa leggermente chinata verso il Bambino. L'intera
composizione può racchiudersi nel classico schema a croce, che vede la tavola
divisa in 9 rettangoli della medesima proporzione dell'icona. Nella parte alta
al centro dell'icona campeggia la Santissima Trinità. Esattamente sulla linea di
centro, la figura di Dio si congiunge con l'occhio destro della madre (linea
blu). Volendo
indicare la totale adesione della volontà di Maria ai disegni di Dio. Il punto
di centro esatto dell'icona è indicato dalla cuspide bianca del chitone
indossato da Maria, indicante, a mò di freccia, il gesto benedicente di Gesù e
simboleggiante la benedizione di Dio stesso. Gli assi
mediani dei due volti sacri sono perfettamente paralleli. Ancora parallele sono le
linee che congiungono entrambi gli occhi. L'intrecciarsi delle quattro linee
parallele (linee rosse) determina una croce obliqua orientata verso sinistra e completamente
poggiante sulle due figure volendo indicare la missione del Figlio e la
compresenza in essa della Madre. Gesù è fra le braccia della Madre, dalla
posizione delle sue gambe, che non seguono cioè il corpo della Madre, ma
perfettamente piegate, si nota il Suo gesto di essere assiso in trono.
La particolarità dell'icona della Madre di Dio di Iveron è "la cicatrice" sul
viso destra della Madonna a memoria della ferita inferta dal soldato.
Esattamente sotto la cicatrice alla base della "Croce" ideale, formata dalle
linee principali dell'icona, il gesto benedicente di Gesù è chiaro simbolo della
divina misericordia, malgrado il peccato inflitto dall'uomo con lo sfregio sul
volto della Madre. La storia stessa dell'icona si rifà alla misericordia di Dio:
il soldato una volta compreso l'errore si fa subito monaco e conduce una santa
vita. E' interessante ancora notare lo stretto parallelismo fra la cicatrice sul
volto dalla Madre, con
il sangue che sgorga, e la ferita al costato del Crocifisso. Se si
immagina Gesù posto in croce sulla forma ideale tracciata con le quattro linee
parallele, risulta evidente come la ferita di Maria si trovi poco più indietro
di quella di Gesù (un passo indietro), immaginando come punto di osservazione lo
spettatore posto ai piedi della croce.
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