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Lettera ai Politici: II Parte - con Giustizia


Lettera ai politici - Giustizia
Louis-Simon Tiersonnier - Allegoria della Giustizia (Beauvais 1713 o 1718 - Parigi 1773).



Con Sobrietà, ma anche con Giustizia, ci dice san Paolo.

...non sarebbe giusto che il vescovo, ergendosi a giudice freddo dall’alto delle sue sicurezze teologiche, rischiasse di fare una lettura approssimativa e semplificatoria di fenomeni complessi che, per essere ricondotti a trasparenza morale, richiedono, in chi li osserva, umiltà e pazienza più che declamazioni profetiche saccenti e disincarnate.

Smettendo allora di stendere lamenti, e volgendo in termini propositivi il richiamo di san Paolo, penso che non ci sia nulla di meglio che invitarvi a meditare su un passaggio fortissimo della Sollicitudo rei socialis. È il paragrafo 38, in cui il Papa, superando le antiche definizioni della giustizia intesa come virtù che spinge a dare a ciascuno il suo, adopera il termine più estensivo di “solidarietà”.

È una pagina splendida. Meriterebbe di essere ritagliata e custodita nel portafoglio. Non solo lo esorcizzerebbe dal pericolo di gonfiarsi di soldi a danno del prossimo, ma diverrebbe il più bel breviario del vostro impegno etico, volto alla promozione della giustizia e allo smantellamento di quelle strutture di peccato che, purtroppo, contano agenzie periferiche anche nelle nostre città.

Ecco che dice il Papa: “la solidarietà non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti. Tale determinazione è fondata sulla salda convinzione che le cause che frenano il pieno sviluppo siano la brama del profitto e la sete del potere. Questi atteggiamenti e strutture di peccato si vincono solo (presupposto l’aiuto della grazia divina) con un atteggiamento diametralmente opposto: l’impegno per il bene del prossimo con la disponibilità, in senso evangelico, a perdersi a favore dell’altro invece di sfruttarlo, e a servirlo invece di opprimerlo per il proprio tornaconto“.

Non potrebbe essere questa la griglia su cui innervare la revisione critica del vostro comportamento di uomini politici?

Tutti siamo veramente responsabili di tutti“.

È più che una formula. È l’icona del bisogno struggente di cieli nuovi e di terra nuova, nascosto nel cuore di tutti.

Se si ammette che la solidarietà è l’imperativo etico fondamentale attorno a cui si deve innervare l’impegno dell’uomo, cade ogni legittimazione per moltissimi parametri di giudizio che finora facevano tranquillamente parte del nostro guardaroba spirituale.

Non si può più giudicare con sufficienza chi lotta contro la produzione delle armi, o contro il loro commercio, clandestino e palese. È vietato sorridere sugli slanci di chi parla di difesa popolare nonviolenta, o sostiene l’obiezione di coscienza. Non è ammissibile tacciare di follia chi teorizza la smilitarizzazione del territorio, o progetta modelli di sviluppo più legati alla vocazione dell’ambiente. Non va guardato con sospetto chi invoca leggi meno discriminatorie nei confronti dei terzomondiali, o si batte perché siano rispettati i diritti delle minoranze. Non va compatito chi disserta sulla remissione del debito dei paesi in via di sviluppo, o “farnetica” su un nuovo ordine economico internazionale.

L’etica della solidarietà, insomma, una volta introdotta nei nostri criteri di valutazione, obbliga partiti, sindacati e istituzioni allo smantellamento graduale di tutte quelle basi strategiche che finora hanno sorretto le antiche ideologie della sicurezza nazionale.

Anche se questa nuova coscienza planetaria, però, è una conversione indispensabile che ormai deve connotare lo stile dei raggruppamenti politici e delle istituzioni democratiche, non è il cambio più urgente che, a proposito di giustizia, ritengo debba avvenire nella gestione della cosa pubblica.

È, invece, un altro: il trasferimento nell’area obbligata dei diritti, e quindi anche dei doveri, di tutto ciò che spesso sembra lasciato alla zona incontrollata della vostra discrezionalità.

Continuare a mantenere larga questa zona significa perpetuare l’equivoco di un potere che crea dipendenze. Significa accarezzare manie pericolose di prestigio, se non proprio di dominio.

Significa coltivare sacrileghe mentalità da demiurghi. È come voler essere ago di una bilancia che, però, si fa di tutto perché rimanga falsa. Non tanto per rubare sul peso, quanto per dimostrare che la misura eccedente è frutto di magnanimità.

Io penso che oggi la truffa più grossa non si compie sottraendo, ma aggiungendo: aggiungendo apparentemente, è logico! In questo modo, è vero che si dà a ciascuno il suo, ma lo si dà facendo intendere che quel che gli si è dato non è tutto “suo”.

È questa un’operazione diabolica, soprattutto perché coperta dall’alibi morale che, in fondo, non si è sottratto nulla, non ci si è arricchiti a danno del prossimo, né si sono create ingiustizie sostanziali. A ben pensarci, però, si è rubata una gratitudine indebita che alla lunga potrà anche fruttare. Ci si è arricchiti di un potere d’acquisto sul mercato del consenso. E si è creato quel vassallaggio clientelare che è il vero bubbone maligno delle nostre strutture.

Attenzione, amici. Aggiustate le bilance! Perché non si ruba solo quando si ricava profitto sulla merce. Si ruba anche quando si ricava potere sulle coscienze.

+ Don Tonino Bello


Lettera ai politici: con Sobrietà, Giustizia e Pietà

  
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