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Lettera a Chi non ha il coraggio di cambiare


A Coloro che non contano niente
Edgar Degas - "La modista"



A coloro che non hanno il coraggio di cambiare.

Carissimi,

Qualche volta le parole difficili, invece che complicare le cose, aiutano a capirle. Se non altro, perché incuriosiscono. La parola azzimi è una di quelle. Ricordo che per le sue allusioni a misteriose usanze da beduini provavo sempre fastidio ogni volta che durante la messa di Pasqua ricorreva l’oscuro invito di San Paolo a celebrare la festa « con azzimi di sincerità e di verità » (I Cor 5,7,8).. Ma che cosa sono questi “azzimi”, finche un giorno mi sono deciso ad approfondire la cosa e la scoperta dei significati nascosti sotto quel termine mia ha così arricchito che oggi la faccenda degli azzimi costituisce il pezzo forte delle mie omelie di Pasqua. Dunque dovete sapere che quando arrivava la primavera e con la raccolta dell’orzo nuovo cominciava il nuovo anno agricolo gli ebrei nomadi per arcaiche consuetudini eliminavano il vecchio lievito conservato nella madia. Anzi proprio per il bisogno di inaugurare un nuovo ciclo vitale distruggevano ogni antico fermento che si trovasse nelle case. Un’esercitazione senza dubio meno pericolosa di certe nostre consuetudini di gettar via dalla finestra nella notte di capodanno piatti e stoviglie che non servono più. Sicchè per una settimana mangiavano pane azzimo, senza lievito appunto. Una specie di simbolismo per dire anno nuovo, vita nuova. Una gran voglia di ricominciare tutto daccapo, senza tener conto del passato, una smania collettiva di rigenerarsi radicalmente. Un trabboccamento di entusiasmi vergini che eliminasse tutte le croste della decrepitezza antica, un accredito euforico, se volete, alla buona volontà di imboccare strade diverse. Una decisione forte di romperla con le vecchie storie di ambiguità e di dolore. Poi per gli ebrei è venuto il momento dell’esodo dall’Egitto, accede in una notte di primavera proprio nel periodo in cui si mangiavano gli azzimi e la faccenda del pane senza lievito si è caricata di un altro significato. Pane senza lievito perché per il precipitare degli avvenimenti, nella notte della liberazione non si è avuto il tempo di far fermentare la pasta. Gli azzimi quindi sono i pani non lievitati, che nel richiamo di San Paolo vogliono indicare due cose: la novità di vitas e la rapidità con cui vanno prese certe decisioni.
Chi solo allora gli interlocutori di questo mio messaggio pasquale? Per un verso tutti colo che non hanno il coraggio di cambiare, che non sanno staccarsi dal modulo, i prigionieri dello schema, i nostalgici del passato, i cultori della ripetizione, i refrattari al fascino dell a novità, i professionisti dello status quo.
Per un altro verso, coloro che sono lenti nelle scelte. Gli specialisti della perplessità. I contabili pedanti dei pro e dei contro. I calcolatori guardinghi fino allo spasimo prima di muoversi. Gli irresoluti fino alla paranoia prima di prendere una decisione. Gli ossessionati dal dubbio, perennemente incerti se mettersi in cammino.
Ce l’ho con te, Mario, che non hai voluto confessarti, perché non te la sei sentita di rompere quella relazione disonesta che sta rovinando la tua famiglia.
Ce l’ho con te, Antonello, fratello inquieto, che cambi mille esperienze e rimani sempre insoddisfatto perché non hai capito che non è il cambio della farina a darti la pace interiore, ma la decisione di non introdurvi neppure un frustolo del lievito antico.
Ce l’ho con te, Gigi, che hai girato le comunità di mezza Italia, e benché ti sia stata offerta tante volte la possibilità di seppellire il passato e di riscrivere tutto in bella, hai fallito di nuovo per quella maledetta riserva di fermenti antichi che ti porti dentro, infinitamente più perniciosa della busta di eroina che ti hanno trovato addosso e per la quale ti hanno sbattuto fuori l’ennesima volta.
Ce l’ho con te, Gina, che non hai il coraggio di uscire dall’ambiguità, e ti rifiuti di staccare la presa da quell’assurda passione. Ieri mi hai detto che non sai farne a meno, e che aspetti tempi nuovi perché le cose cambino. Ma sai bene che i tempi nuovi sono come la pasta: se ci metti dentro il lievito vecchio, si perpetuerà il tormento di sempre.
Ce l’ho con te, chiesa che ho l’onore di servire, ma che fai tanta fatica a consegnarti al vento dello Spirito, così desideroso di rinnovare la faccia della terra. C’è ancora molta prudenza nelle tue scelte pastorali. Fai eccessivo affidamento sui tuoi vecchi reperti. Ti lasci troppo irretire dalla paura del cambio. E dai l’impressione di non esserti del tutto liberata dalla cautela di ricorrere ai fermenti mondani del potere e della gloria.
Ce l’ho con voi, uomini della politica, che, a dispetto delle vostre declamazioni di principi, vi tramandate da una legislatura all'altra moduli arcaici di gestione, al punto che non sapete rinnovare neppure una lista di nomi. Non saranno nè le riforme istituzionali, nè la metamorfosi degli stemmi di partito a garantire quelle svolte di cui parlate da secoli: finché introdurrete nelle vostre pianificazioni tanto lievito antico, avremo tutto il diritto di dubitare della vostra sincerità di rinnovamento.
Ce l’ho con voi, uomini della cultura, che intuite il precipitare delle cose, ma siete lenti. Avete coscienza che stiamo vivendo la notte di un grande «passaggio», ma vi attardate a lasciar fermentare la pasta nella madia. Percepite il passaggio dell’angelo sterminatore, ma ve la prendete con calma. Distinguete meglio degli altri il clamore degli oppressi, ma ne rallentate l’avventura di liberazione. E invece che accelerare l’esodo verso la terra promessa con accenti profetici, ne frenate la corsa con le vostre prudenze notarili.
E ce l’ho anche con me che non mi son liberato del vecchio lievito di lamentarmi perfino nel giorno di Pasqua. E fosse solo questa la fune che mi lega agli ormeggi del mio passato di peccatore.
Sia pure in extremis, però, voglio recuperare tutta la speranza che irrompe da quella «creazione nuova» che è il Corpo risuscitato di Gesù, e dirvi con gioia: coraggio, non temete! Non c’è scetticismo che possa attenuare l’esplosione dell’annuncio: “Le cose vecchie sono passate: ecco, ne sono nate di nuove”.
Cambiare è possibile. Per tutti.
Non c’è tristezza antica che tenga. Non ci sono squame di vecchi fermenti che possano resistere all’urto della grazia.
Pasqua, festa che ci riscatta dal nostro pesante passato.
Non per nulla, noi la celebriamo spezzando quel pane azzimo che vuole essere per tutti simbolo e...fermento di novità.

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+ Don Tonino Bello (15 aprile 1990)


  
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